microfono

Dal nostro inviato…

by • 27 dicembre 2014 • COSE NOSTREComments (0)1081

Intervista di Elisa Sgro a Beppe Gandolfo, comparsa su http://ilovecoffeeing.wordpress.com dove potrete trovare altre interessanti “chiacchierate”.

 

Oggi il caffè lo beviamo con Beppe Gandolfo!

Un grande giornalista, mio concittadino. Una persona che questo mestiere lo affronta ogni giorno con professionalità e passione, due qualità raramente fuse insieme. Una persona che è cresciuta con questo mestiere e lo ha fatto crescere.
E per una ragazza come me che ama le belle persone e le belle parole, questa è un’occasione preziosa.

Inizio col chiederti, doverosamente, gli ingredienti per un buon giornalismo.
Ed io inizio a dirti che cosa non è per me il giornalismo.
Il giornalismo io non lo vivo come una battaglia, che sia pro o contro qualcuno o qualcosa.
Non lo vivo con l’intenzione di far cambiare o pilotare un’opinione.
Non lo vivo come una bandiera.
Io ho lavorato all’Ansa ed è stato un privilegio: da lì ho imparato molto su questo mestiere. Lì arrivano le notizie che ancora nessuno sa e il tuo compito è quello di raccontarle. E questo è come cerco ogni giorno di improntare il mio modo di lavorare: io devo raccontare ciò che ho visto, che ho sentito.
Ho la mia opinione, come tutti, ma cerco di non farla emergere. Quando racconto di Tav, di cronaca nera, cerco di impegnarmi al massimo per non dimostrare nulla, per non creare convinzioni.
Il mio compito, ed il nostro compito, è quello di raccontare una vicenda, non la nostra idea su quella vicenda; questa seconda parte la custodiamo nella nostra testa.

Beppe ma è umano, secondo me, crearsi appunto un’idea, anche forte magari. Come riesci a lasciar fuori dalla notizia la parte personale?
E’ molto difficile, è il mio tentativo quotidiano, il mio sforzo.
Ma è quello che richiede il mio ruolo.

Ti senti libero nel tuo modo di fare informazione?
La mia libertà me la dà il mio contratto, il mio non rischiare il posto di lavoro per un NO ad una richiesta che magari non voglio assecondare perché va contro il mio modo di interpretare questo mestiere. Ho tra virgolette le spalle coperte; il mio rischio si traduce magari in una perdita di visibilità, ma posso scegliere e posso scegliere di dire anche appunto dei NO.
Molti invece, questi NO non se li possono permettere.
Oggi viviamo un giornalismo palesemente schierato, appoggiato su figure professionali come quelle del freelance e del “sottopagato”, purtroppo.
E quando finisce quella libertà, si è costretti a scegliere di andare anche contro i propri valori, magari, pur di continuare a lavorare. Questo è grave, ma non solo dal punto di vista della qualità del giornalismo e di chi fa informazione, ma anche dal punto di vista di chi questa informazione la “subisce”, ovvero il cittadino. La scarsa professionalità, la scarsa preparazione e qualità di un lavoratore dovrebbe far inorridire, qualsiasi mestiere esso svolga: dal medico, all’infermiere al giornalista! Invece quando si tratta di informazione, non c’è tutela. Chiunque su internet può scrivere qualcosa; se lavori nel mondo dell’informazione, puoi essere più preparato a filtrare ciò che viene detto, ma per molti non è così, perciò viene assorbito tutto, nel bene e nel male. Ci vuole educazione e rispetto per se stessi e per quello che si dà agli altri.

Tu vivi a Torino, vivi Torino e la racconti.
Voglio la tua visione di questa città, di questa realtà.

Parto da questo: era il 10 febbraio 2006, tempo di Olimpiadi. Enrico Mentana, in apertura di giornale, mi dà la linea e io mostro la macchina del Presidente della Repubblica che arriva. Scende la moglie di Ciampi che dichiara: “Mi beccherò un malanno, ma ho viaggiato con i finestrini aperti perché oggi Torino è troppo bella”.
Per uno nato e cresciuto a Torino, aprire il più importante tg nazionale con la propria città è un’emozione, una carica che ricorderò per sempre. Amo questa città, in questo il mio giudizio è di parte :)
La Torino di tanti anni fa, quella in cui sono cresciuto, era grigia, scandita dai ritmi della Fiat: alle otto di sera, tutto era già spento.
Oggi quella che vivo, che vedo e che racconto è una Torino più vivace, più bella, più gradevole; è una Torino cambiata, piena di iniziative, di spunti, anche per i giovani, soprattutto per i giovani.
Mi fanno sorridere i tanti turisti che hanno finalmente la possibilità di visitarla e che esclamano: “E’ bellissima, non la conoscevo, non me l’aspettavo”.
Mi fa sorridere e mi fa anche un po’ arrabbiare perché aleggia un pregiudizio su questa città, che tante altre non hanno, come Firenze, Berlino.
Su Torino, non si sa perché, c’è sempre uno scetticismo di fondo che la precede.
Un Assessore al Turismo qualche tempo fa mi disse che ha fatto più Gianfranco Bianco per le montagne e la provincia di Cuneo che tutte le campagne promozionali della Regione. Riuscire a far arrivare il nostro territorio a tutta la nazione ha un impatto fortissimo. Si potrebbe sicuramente fare di più per questa città, per questa regione. Nel mio piccolo col mio lavoro spero di riuscire a raccontare tutto il bello che c’è da vedere. Abbiamo storia, arte, enogastronomia, ma manca spesso la volontà di spendersi in questo senso, nella promozione e nella divulgazione di tutto questo patrimonio. Abbiamo fatto un grande cambiamento: prima eravamo dipendenti dalla Fiat; oggi abbiamo la consapevolezza che quel tempo è passato e quando guardo mio figlio spero per lui un futuro nel turismo, nei servizi, in tutta questa grande ricchezza che Torino ha. Torino è la prima città in Italia in termini di Startup: peccato che gran parte di queste poi, una volta avviate, muoiano perché la gente non ci crede, non investe in queste innovazioni. Non siamo più la capitale dell’auto, ma possiamo esserlo di tanto altro con la volontà, sia da parte delle nuove generazioni, sia da parte del mondo della finanza, per esempio, che deve credere in questi progetti. Ciascuna generazione ha vissuto la sua storia. Nella mia generazione eravamo a valle, diciamo, con un punto di osservazione verso l’alto, tutto in salita. Oggi siamo in alto, siamo arrivati in cima a quella montagna e abbiamo davanti a noi una splendida vista: dobbiamo fare quello scatto di qualità, quel salto verso l’alto.

Vorrei parlare con te di questi contenitori televisivi, pomeridiani o domenicali, che nascevano come svago, come passatempo, come intrattenimento. Oggi invece ho la sensazione che siano un proseguimento, nemmeno troppo autorevole, di politica, cronaca…sembrano quasi, ma non voglio essere offensiva, dei telegiornali di serie B, dove con “serie B” indentifico qualcosa che non è di taglio giornalistico, ma di intrattenimento. Mi sembra di non staccare mai tra un’edizione di un telegiornale e una di questi contenitori. Che cosa ne pensi tu?
Premetto che non li guardo.
Guardo poca televisione in generale quando sono a casa…ne faccio già tanta per lavoro! Preferisco un buon libro, un film, per esempio. I telegiornali diciamo che sono schierati, e lo sono nemmeno troppo velatamente. Quindi, quando scelgo di appoggiarmi ad una testata giornalistica, sulla carta come in video, lo faccio consapevole di quella che è la sua linea editoriale. Questa consapevolezza è la mia “difesa”. Quando ci si imbatte in questi contenitori invece, non abbiamo difese mentali e divoriamo tutto. C’è un caso di cronaca di questi giorno che sta letteralmente sbancando gli indici di ascolto. Ho seguito un caso analogo tanti anni fa a Torino, quello di Marina di Modica: non sono mai riuscito a far passare un servizio in nazionale. Oggi questo meccanismo si è ribaltato.
Se ne parla, si creano dei casi nazionali in nome dei numeri, degli indici di ascolto. La gente si butta in queste storie e ne viene, forse inconsapevolmente, travolta, senza padroneggiare più l’informazione, senza filtrare; ci si trova in una ricerca ossessiva di novità che magari non arriveranno mai, ma incollano a giornali e televisioni. Diciamo che, senza giustificare nessuno, accetto di più un simile prodotto da una rete commerciale che vive il rapporto ascolti/investimenti pubblicitari in maniera più stretta e vitale. Da un servizio pubblico mi aspetto qualcosa di diverso, un passo in più, un andare oltre l’obiettivo di battere la concorrenza con lo stesso format. Ci sono tantissimi programmi ben fatti, qualitativamente eccellenti, che danno ottimi ascolti: Piero ed Alberto Angela, Fazio, Benigni. Questo significa che si possono realizzare progetti intelligenti e piacevoli, che non è così difficile. Basta volerlo fare questo passo in più, staccandosi da quei numeri, usati come unico punto di partenza su cui costruire i programmi. I numeri dovrebbero arrivare dopo, non dovrebbero essere qualcosa da cui partire.

Spesso la cronaca nera, soprattutto in questo periodo, ci fa confrontare con un format angosciante, angosciante nella sua capacità di ripetersi: donne scomparse o uccise per mano dei propri uomini. Oppure omicidi quasi identici, atti di violenza inaudita, in zone opposte del paese, ma con le stesse drammatiche caratteristiche. Credi nell’emulazione, Beppe? Ci riallacciamo quindi per forza alla domanda precedente: credi che trattare costantemente lo stesso argomento, arricchendolo di particolare, anche macabri, possa essere mal assimilato da qualcuno che può farlo suo quello spietato modo di operare?
Ti cito un esempio su tutti, un caso avvenuto a Chieri nei primi anni duemila. Un pazzo uccise otto persone nel vicinato e poi si tolse la vita. Ci interrogammo tanto con Mentana: non potevamo non parlare di una strage così, ma abbiamo scelto di farlo dando alla vicenda un peso diverso. Non fu un servizio di apertura, per esempio. Due giorni dopo a Reggio Emilia accadde una cosa molto simile, con le stesse dinamiche, anche se le vittime furono fortunatamente solo due. Quando fai informazione, entri inevitabilmente nelle case di tutti e dall’altra parte arrivi in modi diversi a persone diverse. Tu non puoi sapere come viene interpretata una notizia, come viene assimilata. Il modo con cui presenti una notizia incide su chi la assorbe e non puoi far finta che questo non possa accadere. Devi sempre chiederti il peso da dare a ciascun fatto e nel farlo, non dovresti considerare come metro di giudizio quel fattore numerico chiamato audience. Questa è una colpa a doppia lama. L’informazione ha le sue grandi responsabilità, ma è anche il cittadino che, più o meno consapevolmente, sceglie che cosa guardare. Riempiamo le nostre case di antifurti, ma lasciamo scoperto il nostro cervello. Il telecomando ci dà il potere di scegliere. Dovrebbe accadere ciò che accade quando andiamo in edicola, ovvero l’avvicinarsi consapevolmente ad un prodotto piuttosto che ad un altro. Quando siamo di fronte alla televisione, invece, subiamo, senza scegliere. La scelta di non cambiare canale, inevitabilmente la subiremo.
Ognuno di noi è parte di quella curva, di quell’audience: siamo noi l’ago della bilancia che promuoverà o boccerà un prodotto. Il cambiamento siamo noi, proviene da noi. Avremmo bisogno di un’educazione responsabile, anche alla televisione. Ci vuole la consapevolezza, è un termine che ti voglio ribadire. Guardare la televisione è come scegliere un vestito da comprare e quindi da indossare.

Adesso basta parlare di lavoro! Un po’ di spazio all’uomo…mandiamo a riposare, anche se per poco, il giornalista! Beppe che cos’è per te la Bellezza? E’ difficile questa!
La bellezza è qualsiasi cosa in grado di scatenarmi un’emozione. E’ qualcosa che in quell’istante, tranquillo o confuso che sia, è in grado di bloccarmi, di catturare il mio sguardo. E’ nella musica, in un tramonto, nelle Langhe d’autunno con i colori che cambiano, in una montagna, nel sorriso di un bambino, in una donna, in un film. La bellezza è emozione e puoi trovarla, soggettivamente, in ogni cosa.

Che cosa ammiri nelle donne e che cosa negli uomini?
Ci sono donne di una bellezza straordinaria che non trasmettono nulla; e poi ce ne sono altre, magari un po’ fuori dai canoni classici, che invece catturano il mio sguardo. Ammiro in una donna la capacità di trasmettermi qualcosa, che sia con uno sguardo, con la voce (di cui tu mi parli molto!), con il suo modo di camminare, con i suoi capelli. Ammiro quel particolare che ti cattura e te la fa notare in mezzo a diecimila altre persone. Mi piacciono quelle donne con una personalità che sa andare anche oltre l’esteriorità, per quanto oggettivamente bella essa sia. Dell’essere umano in generale invece, uscendo dalla specificità femminile, ammiro l’intelligenza e l’ironia. Mio papà mi diceva sempre che faceva più paura un ignorante che un cattivo. Dal cattivo puoi difenderti, sai come affrontarlo. La stupidità è disarmante. Non mi spaventa chi la pensa in modo diverso da me, che sia in politica o nel calcio. Faccio fatica a relazionarmi con chi viaggia con il paraocchi, guardando un solo punto di vista, il proprio, assumendolo come verità assoluta. Io adoro il dubbio, sono pieno di dubbi. Ma sono i dubbi che stimolano i nostri approfondimenti e le nostre curiosità. E un grande segno di intelligenza è l’ironia, il saper ridere di sé, il non prendersi troppo sul serio, nella vita come nel lavoro. Siamo pieni di bilanci trimestrali, di perché senza risposta, di veleni. Soprattutto quando ti trovi di fronte a delle grandi tristezze, a dei grandi dolori, a delle perdite incolmabili, ti fermi un attimo a pensare se vale davvero la pena distruggersi per così poco. Siamo pieni di occasioni mancate, fallite. Dobbiamo godere di questa vita, perché si va sempre avanti, nonostante tutto, nonostante i pensieri, i perché, i dissapori.

Sei esattamente dove vorresti essere, Beppe?
Mi ritengo una persona fortunata, innanzitutto. Avevo sedici anni quando mi recai in Friuli per il terremoto. In una notte di viaggio passata a parlare con un sacerdote, don Pier Giuseppe Accornero, direttore de “La voce del popolo”, scoprii che da grande volevo fare il giornalista. Mi dissero che dovevo studiare, intanto, poi si vedrà. Mi sono diplomato e sono cresciuto piano piano in quello che sarebbe diventato il mio mondo. Gli inizi nel giornale della parrocchia; il salto verso il piccolo schermo, da Grp fino a Telesubalpina, e proprio in questa emittente ho creato da zero il telegiornale in una realtà in cui mancava tutto. Non è stato facile perché Torino non era la patria naturale del giornalismo, ma con grandi sforzi ce l’ho fatta e oggi vivo di quello che era il mio sogno. Ho un figlio meraviglioso con cui ho un bellissimo rapporto. Sto bene. Quindi si, sono dove vorrei essere, con lo sguardo, come tanti, proiettato comunque al futuro, alla crescita.

Beppe, la stanza delle mie passioni è la mia Coffee Room…quindi la domanda è d’obbligo: ti piace il caffè? :)
Mah…ne bevo circa dieci al giorno…possiamo considerarlo un si? :)


La risposta ti promuove…
:) Qual è il tuo caffè?
Senza zucchero, ma con una spolverata di cacao.

Nell’ultima domanda c’è tutto il mio grazie per averlo fatto. C’è il mio grazie per aver accettato di metterti nelle mani di una persona che non fa questo di mestiere, ma solo per passione. Ed è stato un onore ed un privilegio poter intervistare un professionista come te. Perché hai accettato questa intervista? 
Non ho mai pensato al fatto che tu non fossi una giornalista. Ho fatto tanta gavetta, sono partito dal locale, sono partito da zero. Quindi conosco bene la fatica di chiedere qualcosa a qualcuno e di ottenere un suo si. Il mio obiettivo è di non dire mai di no a prescindere. Mi piace essere disponibile e quando mi trovo a dover dire di no per degli impedimenti, ci rimango male perché so in prima persona che cosa si prova. Nel mio blog rispondo a tutti, da coloro che si complimentano a coloro che mi criticano. Quando un tuo lavoro dipende dalla risposta di qualcuno, so cosa si sente. E se sono io dall’altra parte, faccio il possibile.
Voglio ringraziare Beppe per questa immersione nel mondo torinese, innalzata a livello nazionale.
Voglio ringraziarlo perché crede nei giovani, nelle idee, nei progetti piccoli.

Perché è fedele alle sue idee, anche se a volte questa fedeltà ha un prezzo.
Perché fa informazione e non vuole pilotarla.
Perché vive la città e la realtà che racconta.
Perché mi sono sentita importante nel relazionarmi con una persona che mi ci ha fatto sentire.
Il garbo e la professionalità vanno a braccetto con lui.
Il giornalista e l’uomo non si scindono, ma si avvicendano.

E questo non ha prezzo.
Grazie Beppe.

****Condividi

Related Posts

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *