Il Punto » CINQUE SENSI https://ilpunto.unannoinpiemonte.com il Blog di Beppe Gandolfo Fri, 13 Feb 2026 03:28:34 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.3.1 Krumiri, i biscotti come i baffi del re https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=790 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=790#comments Sat, 17 Jan 2026 03:00:19 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=790 In una noiosa sera del 1870 Domenico Rossi di Casale Monferrato, professione pasticcere, decise di portare gli amici del caffè della Concordia nel suo laboratorio e, tra una chiacchiera e l’altra, impastò una teglia di biscotti che servì loro con un liquore molto di moda all’epoca: il Krumiro. Si racconta che gli amici fossero talmente entusiasti del biscotto e che Rossi decise di iniziare a produrli dando loro il nome proprio di… Krumiri.

Forse è una leggenda, ma sta di fatto che Domenico Rossi, nel 1878, decise di lanciare sul mercato la produzione dei Krumiri, e per farlo scelse una pregiata e bellissima scatola di metallo rossa. La forma ad angolo dei biscotti casalesi, pare fosse ispirata dagli importanti baffi a manubrio di Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, uno dei primi grandi estimatori. Domenico Rossi nel 1884 partecipò, con i suoi oramai famosi Krumiri, all’Esposizione Universale di Torino e tra il 1886 e il 1891 ricevette i Brevetti di Fornitore delle Case dei Duchi d’Aosta, di Genova e della Real Casa d’Italia. Il Krumiro di Casale Monferrato era diventato un prodotto apprezzato e conosciuto a Palazzo Reale e ben oltre i confini nazionali.

In tutti questi anni il successo dei Krumiri non ha mai avuto cali o momenti di incertezza, è infatti considerato uno dei portabandiera dell’eccellenza italiana, nonché di Casale Monferrato. Il merito di questa lunghissima popolarità è da ricercarsi nella continuità e nell’elevata qualità del prodotto: il biscotto ha infatti mantenuto la caratteristica forma a bastoncino ricurvo, così come la genuinità e la naturalezza degli ingredienti.

Avete mai pensato di farli in casa? Ecco la ricetta.

INGREDIENTI

Farina di mais macinata fine 200 gr. farina bianca 150 gr. zucchero 120gr. burro 100 gr. tuorli d’uovo 3, busta di vanillina 1, cacao amaro 1 cucchiaio, miele 1 cucchiaio, sale un pizzico. Farina e burro per infarinare la teglia.

PREPARAZIONE

Tagliate il burro a tocchetti e fatelo scaldare a temperatura ambiente. Scaldate il forno a 220 gradi. Sul piano di lavoro mescolate accuratamente le due farine, disponetele a fontana e unite lo zucchero, la vanillina, il cacao, il sale, il burro, i tuorli e il miele. Impastate con cura tutta gli ingredienti fino a quando non otterrete una pasta liscia e omogenea. Formate quindi un panetto che lascerete riposare per una mezz’ora a temperatura ambiente e coperto. Mettete quindi la pasta ottenuta in una tasca per dolci con la bocchetta a stella e spremete sul ripiano infarinato dei bastoncini lunghi 8/10 cm. Con le dita ripiegateli leggermente e infine posizionateli sulla placca del forno ben imburrata e infarinata, fate attenzione che i biscotti non si tocchino fra loro. Mettete quindi nel forno caldo per circa venti minuti e fino a quando non saranno dorati.

I Krumiri sono ottimi serviti con il caffè, inzuppati nel caffelatte o con un buon bicchiere di Moscato.

Buon appetito!

Patrizia Durante

 

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La pizza? Quella al tegamino è solo torinese https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=957 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=957#comments Sat, 10 Jan 2026 03:34:52 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=957 Lo so. I puristi della pizza e gli amici napoletani sono pronti a dirmene di tutti i colori, ma la pizza al padellino (o al tegamino) è solo torinese. Ed è buonissima.

Questo tipo di pizza si gusta infatti solo a Torino,  e più di quaranta anni fa, era l’unica pizza che si poteva mangiare in città. Ma chi l’ ha inventata? L’ origine è incerta. Si dice che un pizzaiolo torinese, previdente e volendo portarsi avanti con il lavoro, la sera precedente cominciava a mettere in una teglia la sfoglia con un po’ di pomodoro…così per accellerare i tempi di produzione. In molti lo copiarono e nacque la pizza ala tegamino “alla torinese”.

Poi attorno agli anni ’80-90 hanno cominciato a esserci le prime pizzerie che facevano la  napoletana, sottile, croccante, e la povera pizza al padellino di Torino fu relegata a prodotto di second’ordine.

Mentre la napoletana è larga, sottile e soffice, quella al padellino è piccolina, alta e croccante. Una sorta di pizza in teglia ma cotta in singoli padellini monoporzione, del diametro di circa 20 cm l’uno. E con un impasto morbido e consistente.

Da qualche anno si è ricominciato a promuovere i prodotti locali, e ora a Torino è tutto un fiorire di pizzerie al padellino, “la vera” pizza di Torino.

L’ elemento fondamentale è il padellino. O tegamino, che dir si voglia.  L”impasto della pizza al padellino, già lievitato una prima volta, viene steso nei padellini e coperto solo con il pomodoro. I tegamini quindi con queste basi stese, vengono messi in un luogo fresco per diverse altre ore (un periodo di tempo di 12  o 24 ore, a seconda delle pizzerie),  solo quando il cliente ordina la sua pizza, viene tirato fuori con la base di pasta e il pomodoro, farcito con mozzarella e condimenti vari, e messo a cuocere nel forno, con padellino e tutto, e non direttamente sulla base del forno come avviene per la pizza al mattone. E quindi, capite, che il padellino è di fondamentale importanza, per questo tipo di pizza .

Attenzione: non  una teglia, ma un padellino individuale, per una pizza singola. Piccolo, 20 cm di diametro. Di ferro, o di alluminio bruciato da tante cotture? Il ferro conduce diversamente il calore, e fa formare una base croccante e brunita, mentre l’alluminio consente una temperatura più regolare e una cottura più dolce.

Tante le pizzerie, oggi a Torino, che fanno la pizza al padellino. Difficile fare classifiche e recensioni.

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I SAVOIARDI, BISCOTTI DA RE. STORIA E RICETTA https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1626 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1626#comments Sat, 03 Jan 2026 03:00:12 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1626 Si può discutere all’infinito sulle loro origini, tanto vale quindi muoverci sulle certezze: i Savoiardi prendono il nome dalla regione della Savoia, sono uno degli ingredienti principali dei più famosi dolci a cucchiaio come il Tiramisù, dolce preferito del Conte Cavour, e la Charlotte e infine sono attestati come prodotto agroalimentare tradizionale del Piemonte e del Molise, regione in cui sono più conosciuti con il nome di Prestofatti.

Sono biscotti dolci, molto leggeri, friabili e spumosi dalla forma allungata con gli angoli smussati.

I “Biscotti Savoia” furono prodotti nel tardo Medioevo e più precisamente nel 1348, da un pasticcere della corte di Amedeo VI, che decise di servirli durante un pranzo organizzato in onore dei reali di Francia. Il successo fu immediato e i Savoiardi vennero ufficialmente adottati dalla Reale Casa di Savoia, diventando il biscotto preferito dei giovani eredi della dinastia.

“El biscotin” quindi, pur essendo di origini piemontesi, arrivò in tutte le aree di influenza dei Savoia e anche presso le corti che intrattenevano rapporti con loro, basti pensare ai Lady finghers inglesi, ma i Savoiardi furono apprezzati anche in Francia tanto che la ricetta è citata nel “Grand Dictionnair de Cuisin” di Alexander Dumas del 1873.

In Italia si diffusero in tutte le regioni che entrarono in contatto con i Savoia, sono infatti molto noti in Sardegna, dove era tradizione produrli in casa, con il nome di Pistoccus de caffè e tuttora fanno parte della tradizione dolciaria artigianale. Sono diffusi anche in Sicilia che nel settecento ebbe un re sabaudo, la ricetta ovviamente è stata reinterpretata secondo l’arte pasticciera locale, in particolare a Caltanissetta, dove vengono chiamati Raffiolini.

Un altro elemento oramai certo è che attualmente i Savoiardi sono diffusi in tutta Italia, sono ottimi intinti nel latte o nel caffè, ma la loro caratteristica spumosa li ha fatti diventare essenziali per preparare qualsiasi dolce a cucchiaio, proprio perché armonizza con qualsiasi crema diventando un unicum goloso e insuperabile.

Se volete cimentarvi nel prepararli in casa e dare quindi un valore aggiunto al vostro dolce, ecco la ricetta.

Ingredienti: 150 gr di zucchero semolato, 100 gr di farina 00, 4 uova freschissime, 50 gr di zucchero a velo, sale.

Sbattete e montate i tuorli assieme a 80 gr di zucchero semolato fino ad ottenere un composto soffice e cremoso. Unire un pizzico di sale e la farina setacciata, mescolare bene per amalgamare il tutto.

Montare a neve ferma gli albumi con un pizzico di sale e 20 gr di zucchero a velo, quindi unirli delicatamente al composto preparato in precedenza con i tuorli, mescolate piano con movimenti verso l’alto per non smontarli cercano, anzi, di incorporare aria.

Imburrare e infarinare leggermente una teglia da forno.

Mettere il composto dei Savoiardi in una sac a poche con bocchetta liscia e dosare sulla teglia dei bastoncini lunghi circa 10 cm, ben distanziati tra loro per evitare che, gonfiandosi in cottura, si attacchino l’uno all’altro.

Mescolate lo zucchero semolato con lo zucchero a velo rimasto e spargere sui Savoiardi.

Lasciateli riposare per 10 minuti e ripete l’operazione.

Infornate nel forno preriscaldato a 180° per 15/20 minuti, fino a quando i biscotti avranno assunto il caratteristico colore dorato, quindi sfornateli, staccateli delicatamente dalla teglia e lasciateli raffreddare su una griglia.

I savoiardi sono ottimi anche serviti con una tradizionale crema zabaione, l’abbinamento classico dei salotti aristocratici torinesi dell’800.

Patrizia Durante

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PASTIGLIE LEONE, DELIZIE PER IL PALATO https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3455 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3455#comments Sat, 27 Dec 2025 03:38:07 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3455 Piccole, colorate, dal gusto intenso, chiuse nella loro scatoletta metallica o in quella di cartone dall’aria un po’ retrò: sono le Pastiglie Leone. Unica e inimitabile golosità targata Piemonte e  diffusa nel mondo. Era il 1857 quando Luigi Leone aprì una confetteria ad Alba e inizio a commercializzare le sue pastiglie dal gusto intenso e fragrante, come i sapori delle Langhe. Camillo Benso conte di Cavour si dimostrò subito un estimatore delle pastiglie di monsù Leone:  le sue preferite erano quelle gommose al delicato sapore di violetta, ribattezzate immediatamente senateurs proprio in suo onore.

A Torino in quegli anni si respirava aria di rinnovamento, il Paese aveva voglia di indipendenza e presto la città sarebbe diventata capitale d’Italia, una cosa è certa, aveva già conquistato il titolo di capitale della dolcezza. I caffè raffinati, le eleganti pasticcerie, le confetterie artigiane erano un fiore all’occhiello e un vero vanto! Nel mosaico colorato dei locali esistenti si inseriva a pieno titolo la confetteria di Luigi Leone, arrivata nel capoluogo attorno al 1870, luccicante di caramelle e sede adeguata per le famose Pastiglie, un’incredibile tavolozza di sapori uno più seducente dell’altro. La città si era coperta in breve tempo di una dolcissima pioggia zuccherina e profumata all’arancia, alla cannella, alla menta, all’arquebuse, alla menta.

All’inizio del ‘900 Marca Leone non è più il nome di un prodotto ma diventa un vero e proprio modo di dire. Il significato è chiaro e indica una cosa fatta a regola d’arte che possiede il valore assoluto dell’eccellenza e vanta una qualità indiscutibile.

Nel 1939 l’azienda viene rilevata da un’imprenditrice: Giselda Balla Monero soprannominata la Leonessa, per il suo temperamento indomabile. La sede era già stata trasferita da corso Vittorio Emanuele a corso Regina Margherita, dove rimarrà per decenni. La nuova proprietaria investe in pubblicità, mette in commercio nuove e accattivanti confezioni e dà una nuova immagine che diffonde e conferma uno stile unico e inimitabile: ma conserva il gusto della tradizione e si proietta verso il futuro.

Tante sono le bontà prodotte dalla Pastiglie Leone: le goccioline di rosolio, i senateur, i fondant e tantissime antiche specialità. Un patrimonio di segreti artigianali e ricette che continuano a essere tramandati selezionando i migliori ingredienti e rispettando i tempi di lavorazione che, in alcuni casi, sono ancora quelli artigianali di inizio ‘900.

Gli ingredienti selezionati per produrre le Pastiglie Leone rappresentano l’eccellenza del territorio in ogni parte del mondo e nel Piemonte stesso: nei Giandujotti Leone la nocciola Piemonte IGP, la tonda e gentile, si sposa con il miglior cacao venezuelano, ma non è l’unico ingrediente prodotto dalla nostra regione, come non pensare all’olio essenziale estratto dalla menta di Pancalieri? E’ utilizzato per preparare caramelle dure, tavolette, pastiglie e moltissimi prodotti della Leone. Dall’assolato Sud Italia arriva invece la preziosa liquirizia calabrese, che unisce la dolcezza con l’intensità, serve per le caramelle gommose e per golosissimi sukaj. Sempre dal Sud arrivano anche gli aromi degli agrumi.

Ma la ricerca dell’elevata qualità ha portato la Leone a esplorare altre zone del mondo: la gomma arabica arriva dal Sudan. Dall’Equador, da Trinidad e dal Venezuela arriva il cacao, dal Madagascar e dal Messico le più pregiate qualità di vaniglia in bacche che richiedono una lunga e costosa lavorazione, ma garantiscono un aroma superiore rispetto ai preparati sintetici.

Dal giorno in cui Luigi Leone ha aperto la sua confetteria ad Alba sono passati più di 150 anni e la sua azienda continua a deliziare il palato di milioni di persone in parecchi paesi. La scelta di mantenere un alto livello qualitativo, una solida tradizione, attenta però all’innovazione, fanno di quest’industria un vanto della nostra regione.

Patrizia Durante

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WALTER FERRETTO E IL SUO CASCINALE NUOVO https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3334 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3334#comments Sat, 20 Dec 2025 03:51:22 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3334 Il Cascinale Nuovo, già nel nome di questo ristorante sulla strada che da Asti va verso le Langhe, c’è la filosofia dello chef Walter Ferretto. Cascinale sa di antico, nuovo perché le vecchie ricette vengono continuamente aggiornate, rivisitate, rese più fresche e appetitose.

E così siamo andati a Isola d’ Asti per incontrare Walter e la sua cucina. Ci ha preparato un piatto favoloso denominato Alta Langa. Si tratta di un fungo porcino svuotato e riempito con la sua polpa tritata, una mousse di Robiola di Roccaverano, Nocciole e Parmigiano.  E poi i Bottoni di Mascarpone e Parmigiano, ravioli tondi serviti caldi e con una grattata di tartufo bianco. Per non parlare del Cubo di Cervo, un pezzo di coscia dell’ ungulato lasciato a marinare per una notte e poi cotto nel vino: servito con purea di patate e sedano rapa e un’ esplosione di crema ai frutti rossi.

Piatti deliziosi da gustare in abbinata con i prestigiosi vini rossi del Piemonte, ma anche con l’ Alta Langa, cioè le classiche bollicine piemontesi.

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Gianduiotti, troppo buoni https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1210 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1210#comments Sat, 13 Dec 2025 04:40:56 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1210 La necessità aguzza l’ingegno e spesso regala risultati sorprendenti, come nel caso del gianduiotto, o giandojòt che dir si voglia. Il tutto ebbe inizio grazie a un ricco valdese il cui nome fa ormai parte della storia dell’industria dolciaria italiana: Pier Paul Caffarel.

Caffarel era nato nelle Valli Occitane Valdesi, a Luserna San Giovanni, in provincia di Torino, nel 1783. Nel 1826 Rilevò una piccola conceria a Torino in via Balbis, nel quartiere San Donato, e mise in piedi la sua fabbrica di cioccolato. Comperò un macchinario innovativo che riusciva produrre ben 320 kg di impasto al giorno, ma fece un ulteriore importante acquisto: una macchina idraulica che serviva a raffinare il cacao e a miscelarlo con lo zucchero e la vaniglia. L’energia elettrica per far funzionare i due macchinari e la macina per il cacao, era fornita dalla ruota idraulica della vecchia conceria alimentata dalle acque del canale Pellerina. Le sue attrezzature e il loro sistema di alimentazione, resero rivoluzionaria la piccola fabbrica tanto che la fama superò le Alpi. Un pasticcere svizzero, tal Cailler, venne a visitarla e a carpirne i segreti, tornato in Svizzera aprì la prima fabbrica di cioccolato.

 

Nel 1845 la gestione della cioccolateria torinese era nelle mani del giovane Ernesto Alberto Caffarel, nipote del fondatore, che aveva fatto entrare in società un bravissimo artigiano: Michele Prochet, proprio a quest’ultimo si deve l’idea dei gianduiotti.  L’alto costo del cacao, dei trasporti e dei noli navali, lo indussero ad aggiungere, alla miscela del cioccolato, una buona quantità di polvere di nocciole, prodotto piemontese di alta qualità, basso costo e facile reperibilità. Fu una trovata geniale, l’impasto ottenuto era delizioso.

 

L’elevata quantità di polvere di nocciole contenuta nell’impasto non permetteva però che il gianduiotto fosse prodotto in stampi, quindi per lungo tempo il cioccolatino fu tagliato a mano. Successivamente venne prodotto con il metodo dell’estrusione: la crema di cacao e nocciole veniva versata in vasche che avevano sul fondo buchi della lunghezza del cioccolatino, un movimento ritmico faceva colare la crema su una lastra metallica e veniva interrotto quando la “piramide” era completa: il segreto del gianduiotto era in quel movimento e nel giusto tempo di colatura.

 

Al nuovo cioccolatino venne imposto, in un primo tempo, il nome “givu”che nel dialetto piemontese indica il mozzicone di sigaro, un richiamo alla sua forma tozza e troncata. Ma il” givu” aveva un’altra importante caratteristica che lo rendeva unico ed eccezionale:  era il primo cioccolatino incartato, la sua stagnola poteva essere dorata o argentata.

 

Venne presentato al pubblico durante il carnevale del 1865, Gianduja stesso fu incaricato di distribuire, al numeroso pubblico presente durante la sfilata, grandi quantità di cioccolatini, da qui il suo nome. Caffarel depositò immediatamente il marchio “Gianduja” e tutt’ora è l’unica azienda che può stampare l’effige della maschera torinese sui suoi gianduiotti.

 

Oggi il gianduiotto è prodotto da diverse aziende che lo distribuiscono in tutta Italia e nel mondo, alcune lo realizzano in stampi con macchine progettate e costruite appositamente ma, perché il cioccolatino si stacchi facilmente dal contenitore, deve essere più duro e contenere quindi una percentuale minore di cioccolato. I veri intenditori continuano perciò ad apprezzare e acquistare il gianduiotto prodotto per estrusione, con l’impasto inventato e tutt’ora prodotto da Caffarel e dai migliori cioccolatai piemontesi. Il gianduiotto ben si abbina ad un sorso di spumante rosato dell’Alta Langa, uniti creano un’insieme di gusti raffinati e complementari.

Patrizia Durante

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In Piemonte non c’ è il mare, ma le acciughe sì https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=951 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=951#comments Sat, 06 Dec 2025 03:06:58 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=951 Non è la trota, neppure le carpa e tanto meno la tinca: il pesce tipico del Piemonte è senza dubbio l’acciuga.

Piccola ma polposa, dal sapore intenso e inconfondibile è il pesce più presente sulla tavola della nostra regione. Bagna caoda, acciughe al verde, peperoni al forno con salsa d’acciughe, topinambur con acciughe e pomodori, fiori di zucchine farcite con salmerino e salsa di bagna caoda, trote con salsa di acciughe, sono solo alcuni dei piatti tipici, ma perfino l’ insalata Nizzarda non esisterebbe se l’acciuga non avesse saltato le Alpi e non facesse parte, da secoli, del nostro patrimonio culinario.

Ma visto che in Piemonte non c’è il mare, come ha potuto questo meraviglioso pesce azzurro contaminare in maniera così radicata e profonda la nostra cucina? Le origini sono davvero lontane e le ipotesi addirittura fantasiose. Alcuni sostengono che le acciughe siano apparse in Piemonte al seguito dei Saraceni che, dopo aver messo a ferro e fuoco la Provenza, continuarono a far razzia nelle valli piemontesi; alcuni di loro però, stufi di battaglie e sangue, decisero di stabilirsi nei paesini montani e introdussero l’uso delle acciughe che, ben conservate sotto sale, erano un ottimo approvvigionamento per i lunghi mesi invernali.

Ma la teoria più accreditata, che ha dato il via ad alcune belle pagine letterarie, è ben più suggestiva, parla di contrabbando. Contrabbando di sale. Un alimento prezioso e, per molto tempo, merce rara per la nostra regione. Si parla di tre, forse quattro secoli fa: epoca in cui il sale veniva prodotto a Salon de Provence, e gravato da altissime tasse doganali. Veniva quindi trasportato in barili e venduto in tutto il nostro territorio.

Non ci è dato sapere chi fu il primo contrabbandiere che ebbe l’idea di coprire il sale con alcuni strati di acciughe, ma siamo sicuri che, visto che le acciughe erano molto apprezzate e si vendevano senza difficoltà, ben presto questo tipo di commercio, meno rischioso e egualmente redditizio, prese il sopravvento.

La via del sale si snodava dalle coste francesi passando per Sanremo, Oneglia per poi salire a nord fino a superare il col di Nava. E’ qui che l’acciuga fa il suo salto. Scende poi verso Limone Piemonte e si dirige verso Ceva, Montezemolo e ancora verso Cuneo fino ad arrivare a Dronero, all’imbocco della Val Maira.

Dronero è la patria degli acciugai (anciuè in dialetto piemontese). Nel lungo periodo freddo, di riposo dal lavoro dei campi, il capofamiglia partiva, andava in Liguria e comperava le acciughe, gli altri componenti della famiglia lo raggiungevano a trattative concluse, con i caruss, caratteristici carretti costruiti in valle, molto leggeri ma robusti e quasi sempre dipinti d’azzurro. Caricavano i barili di acciughe e giravano poi in tutta la regione cercando acquirenti. Sovente si spingevano fino in Lombardia, e in Emilia.

Era un lavoro duro, ogni acciugaio poteva percorrere anche più di trenta chilometri al giorno, spesso il pranzo e la cena erano un paio di acciughe, scrollate dal sale e infilate dentro un tozzo di pane. Molte volte l’attività non portava grandi guadagni, ma consentiva, a chi la praticava, di non pesare sulla famiglia: per qualche mese c’era una bocca in meno da sfamare.

Per alcuni, fu invece l’inizio della propria fortuna. I più bravi, ma anche scaltri e abili, fondarono dei veri imperi economici e industrie dedite alla conservazione del pesce. Negli anni ’60 la maggior parte degli acciugai ha abbandonato le montagne e si è trasferita in pianura, continuando il commercio con mezzi a motore. Ancora oggi è possibile trovare, nei mercati rionali o di paese, venditori di acciughe provenienti dalla Val Maira.

E per celebrare l’acciuga, proponiamo una ricetta della nostra regione, originale e poco conosciuta, ma particolarmente appetitosa:

Lasagne con salsa d’acciughe:

Ingredienti per la pasta – 500 gr. di farina, 4 uova, un cucchiaio d’olio extra vergine d’oliva, un pizzico di sale.

Ingredienti per la salsa – 8 acciughe sotto sale, 3 spicchi d’aglio, 1bouquet garnì (rosmarino, salvia e alloro legati assieme), 60 gr. di burro, 50 gr. di parmigiano reggiano grattugiato, olio extravergine d’oliva, sale e pepe nero.

Disponete la farina a fontana sul piano lavoro, aprite al centro le uova e unite un cucchiaio d’olio extra vergine d’oliva. Impastate fino a ottenere una pasta soda e omogenea. Stendetela quindi in una sfoglia sottile e tagliatela in lasagne larghe circa 3 cm e lunghe 12 cm. Stendetele via via su un canovaccio infarinato.

Dissalate le acciughe sotto l’acqua corrente, apritele ed eliminate la lisca e la coda. Scaldate in un tegame 40 gr. di burro unito a 5 cucchiai d’olio extra vergine d’oliva, unite il bouquet garnì, gli spicchi d’aglio schiacciati e lasciate insaporire. Unite quindi i filetti d’acciuga ben asciutti e fateli sciogliere a fuoco basso, nel frattempo eliminate l’aglio e gli aromi.

Lessate le lasagne in abbondante acqua bollente e leggermente salata, scolatele molto al dente, lasciandole umide.

Conditele a stati in una pirofila alternando la pasta con la salsa d’acciuga, il parmigiano e una macinata di pepe. Cospargete infine con il burro rimasto tagliato a fiocchetti e abbondante parmigiano, gratinate in forno già caldo a 190° per una decina di minuti. Buon appetito!

Patrizia Durante.

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IL PANETTONE PIEMONTESE HA PIÙ DI UN SECOLO DI VITA https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=2844 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=2844#comments Sat, 29 Nov 2025 03:17:35 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=2844 Il panettone basso e largo, tipicamente piemontese, ha già superato i 100 anni. Fu inventato, infatti, da Pietro Ferrua nella sua pasticceria di via Del Pino a Pinerolo. Originario di Dogliani (Cuneo) aveva in mente di  fare un prodotto diverso dal classico panettone milanese e inventò una forma nuova, più bassa, più larga e ricoperta con glassa di nocciole tostate piemontesi, mandorle e pezzettini di zucchero.

“A le propi galup” disse la moglie Regina, assaggiandolo per la prima volta. E lì nacque il nome Galup che in dialetto significa ghiotto, prelibato.

Fu subito un successo. Il panettone basso e largo incontrò immediatamente i favori del pubblico, soprattutto quello locale, pinerolese, torinese e in parte della provincia di Cuneo. Ma è soltanto grazie a un volto famoso, l’ immagine della piemontesità, il comico Erminio Macario, scelto come testimonial per gli spot televisivi, che la fama del Galup uscì dai confini regionali e conquistò l’ Italia intera. Il suo slogan “Galup la parte alta del panettone” diventò un refrain di successo.

Con il passare degli anni  Pietro Ferrua passa la mano e cede la sua pasticceria alla Galup, industria dolciaria con sede sempre a Pinerolo. E oggi come cento anni fa la produzione del panettone basso e largo continua con lo stesso metodo, con i medesimi ingredienti

In queste settimane prenatalizie la produzione del panettone basso e largo prosegue a ritmi frenetici: nello stabilimento di Pinerolo ne vengono sfornati 10-15mila al giorno. Per arrivare sulle nostre tavole, in varie declinazioni di gusti (cioccolato e pere, frutti di bosco, ecc.), ma sempre gustoso e “galup” per addolcire i nostri brindisi natalizi. Oggi come più di un secolo di anni fa.

 

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CIBO AVANZATO AL RISTORANTE? PORTIAMOLO A CASA https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1897 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1897#comments Sat, 22 Nov 2025 04:17:20 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1897 “Hai gli occhi più grandi della bocca” diceva mia mamma per sottolineare la mia golosità. La frase mi è tornata in mente l’ altra sera quando ho ordinato una frittura di pesce: era buonissima, ma – essendo sazio –  ne ho avanzata più di metà nel piatto. Mia moglie, con candore, ha chiesto al cameriere di metterla in un apposito contenitore e l’ ha portata a casa. L’ abbiamo gradita il giorno dopo.

Chiamatela “doggy bag” oppure “food bag”, non importa. E’ una moda esotica da imparare e importare in Italia, dove peraltro già c’ è “buta stupa”: la possibilità di portarsi a casa la bottiglia di vino, magari anche di pregio, avanzata al ristorante.

Da noi c’è anche molta ritrosia nell’ approfittare della possibilità di portarsi a casa il cibo pagato e avanzato al ristorante. Ci vergogniamo.  Eppure i dati sugli sprechi alimentari sono impressionanti. Nel solo Piemonte più di 370mila tonnellate di cibo finiscono ogni anno dallo scaffale del supermercato o dal tavolo del ristorante direttamente nell’ immondizia. Un dato spaventoso. In Italia lo spreco alimentare vale circa 300-400 euro a famiglia, ogni anno.

C’ è  una petizione per rendere obbligatoria la “food bag”, la scatola che il ristoratore dovrebbe consegnare al cliente per portare a casa il cibo pagato e non consumato.  Aderiamo alla raccolta firme  su “change.org”, ma soprattutto impariamo a chiedere la “food bag” al ristorante. E’ un nostro diritto, ma anche un modo per rispettare il cibo e l’ ambiente.

 

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GRISSINOPOLI, DELIZIE DI UNA BISTECCA STORICA https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3829 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3829#comments Sat, 15 Nov 2025 03:10:34 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3829 Chissà perché nell’ immaginario dell’ enogastronomia i grissini sono indissolubilmente legati alla città di Torino e al Piemonte. C’ è una ragione storica. Tradizionalmente la sua nascita si fa risalire al 1679, quando il fornaio di corte Antonio Brunero, sotto le indicazioni del medico lanzese Teobaldo Pecchio, inventò questo alimento per poter nutrire il futuro re Vittorio Amedeo II, di salute cagionevole ed incapace di digerire la mollica del pane.

Napoleone se li faceva consegnare a Parigi e il re Carlo Felice li mangiava a teatro, incurante dei fastidi che i suoi rumori di masticazione provocava agli spettatori. E allora siamo andati da Enrico Murdocco giovane e valente panificatore in Torino a vedere come nascono i classici grissini stirati piemontesi: farina, acqua, lievito e olio gli ingredienti, e poi tutti tirati a mano.

Salgari, l’ inventore di Sandokan, con tono un po’ dispregiativo, definì Torino “grissinopoli”.

Ma Grissinopoli è anche un piatto iconico della cucina piemontese: una bistecca impanata con grissini sbriciolati.

Tanti i ristoranti, in regione, che ce l’ hanno sempre nella carta del menù. I nomi sono diverse, ma la sostanza è sempre la stessa: una bella bistecca di Fassone piemontese, alta almeno 3 centimetri, impanata con grissini torinesi, rigorosamente sbriciolati a mano.

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