Il Punto https://ilpunto.unannoinpiemonte.com il Blog di Beppe Gandolfo Fri, 13 Feb 2026 03:28:34 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.3.1 GIROVAGANDO: IL CASTELLO DI MIRADOLO https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3652 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3652#comments Fri, 13 Feb 2026 03:28:34 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=3652 II progetto originario del Castello di Miradolo risale all’ ultimo quarto del Settecento.

Ma il maniero, con relativo parco,  che si trova alle porte di Pinerolo, all’imbocco della Val Chisone, a 40 km circa da Torino,  assume l’ attuale aspetto solo  nella prima metà dell’Ottocento grazie a Maria Elisabetta Ferrero della Marmora, sposa Massel, la quale fa ultimare la costruzione del Palazzo di Miradolo, inserire la Serra neogotica e la Torre rotonda; grazie a lei il giardino all’italiana viene convertito nel parco paesaggistico di oltre 6 ettari che si conserva ancora oggi.  Tra gli eredi Massel troviamo Luigi Emanuele Cacherano di Bricherasio, morto tragicamente nel 1904, che fu tra i soci fondatori della FIAT, prima grande azienda automobilistica italiana. Nel 1950 gli eredi Massel-Cacherano lasciano il Castello di Miradolo ad una congregazione religiosa che trasforma la dimora in casa per esercizi spirituali. Nel 2007 l’intero complesso è acquistato da un gruppo di privati e dato in comodato d’uso alla Fondazione Cosso che lo riapre nel 2008.

La Fondazione dà vita a un imponente programma di restauri che permette la riapertura al pubblico di tutte le sale e del parco. Dal 2014 il Castello è tra le residenze aderenti all’ADSI, “Associazione dimore storiche Italiane”. Obiettivo della Fondazione Cosso è confermare il Castello di Miradolo come polo culturale, punto di riferimento per gli abitanti del luogo e per i visitatori, così da rievocare quel cenacolo culturale che tra Ottocento e Novecento la Contessa Sofia di Bricherasio, antica proprietaria della storica dimora, aveva saputo creare intorno a sé.

Un parco di oltre 6 ettari circonda la dimora: organizzato intorno a un’imponente radura centrale, è uno splendido esempio di giardino all’inglese in cui le linee sinuose dei contorni, le macchie arboree caratterizzate da una notevole varietà di tessiture, colori e forme, la presenza di un antico sistema di canali, sono segni inconfutabili dello stile romantico. Il parco accoglie alberi maestosi e centenari, tra cui 5 esemplari monumentali, e specie esotiche. Un bosco di bambù giganti incanta per il suo fascino.
La camelia è uno dei fiori rappresentativi del parco e a Miradolo si conservano ancora oggi camelie introdotte nell’Ottocento cui, nel 2019, si sono aggiunti oltre 130 giovani esemplari . Un orto di oltre 500 mq è rinato nel 2021 e ha forma circolare: armonioso, chiuso, protetto. Affaccia sulla corte rustica e ne completa l’originaria vocazione agricola insieme alla cascina con stalla, fienile, forno, pollaio e lavatoio.

]]>
https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?feed=rss2&p=3652 0
GIROVAGANDO: IL FORTE DI FENESTRELLE https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=2672 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=2672#comments Fri, 30 Jan 2026 03:22:58 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=2672 Il Forte di Fenestrelle è un complesso fortificato eretto in Val Chisone nella provincia di Torino. Per le sue dimensioni e il suo sviluppo lungo tutto il fianco sinistro della valle, la fortezza è anche detta la grande muraglia piemontese. E’ infatti visibile da ogni parte mentre si sale in automobile da Torino verso il Colle del Sestriere, e viceversa. Dal 1999 è diventata il simbolo della Provincia di Torino e nel 2007 è stata inserita nella lista dei 100 siti storico-archeologici di rilevanza mondiale più a rischio. 

Progettata inizialmente dall’ ingegner Ignazio Bertola nel diciottesimo secolo  con funzione di protezione del confine franco-piemontese, la fortezza venne completata solamente nel secolo successivo e non fu mai coinvolta in assedi o assalti in forze degni di nota o rilievo; fu invece protagonista di alcune schermaglie minori e di un breve scontro nel corso della Seconda Guerra Mondiale.  Dopo un lungo periodo di abbandono, nel 1990 è iniziato un progetto di recupero, tuttora in corso, che l’ha riaperta al turismo, con circa 200mila visitatori l’ anno.

Durante tutta la sua attività come struttura militare la fortezza venne usata, in alcuni momenti storici, come prigione: la fortezza, al naturale e sempre attivo ruolo di deterrente militare, aggiunse, quindi, quello di prigione per criminali comuni e prigione di stato. In alcuni limitati casi furono detenuti anche criminali comuni, che avevano commesso crimini nelle aree limitrofe o di competenza del governatore della fortezza. In casi eccezionali vi giunsero, per motivi vari, anche detenuti da altre aree geografiche. Essi condividevano gli stessi ambienti con i militari, ma erano trattati in modo diverso essendo soggetti alla giurisdizione civile e non militare.

La costruzione è in realtà un insieme ininterrotto di strutture fortificate, per questo motivo il termine più corretto per definirla è “fortezza”. E’ formata da 3 forti e 7 ridotte, uniti ed indipendenti fra loro, collegati da spali, bastioni, scale e da ben 28 risalti, per una superficie complessiva di 1.350.000 metri quadrati La struttura si sviluppa per oltre 3 chilometri su un dislivello di circa 635 metri. La fortezza viene oggi ricordata anche per le sue due lunghe scalinate: la scala interna, detta “Scala Coperta” composta da circa 4.000 gradini, che permetteva di raggiungere tutti i forti che compongono la struttura senza dover mai uscire, e la scala esterna, detta “Scala Reale” composta da 2.500 gradini che veniva utilizzata dal re quando si recava in visita.

Consigliate le visite guidate per comprendere meglio la complessità e le bellezze della struttura. Partenza alle ore 10.00 del mattino, e alle 15.00 del pomeriggio, per questo viaggio di tre ore all’interno del Forte di Fenestrelle.

]]>
https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?feed=rss2&p=2672 0
LO SMACCO DELLE TERME DI ACQUI https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4710 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4710#comments Thu, 29 Jan 2026 03:28:16 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4710 Una città con l’ acqua bollente che sgorga a 70 gradi nella piazza centrale. Siamo ad Acqui Terme, in provincia di Alessandria. Una città senza le terme, e senza la possibilità di fare cure inalatorie, fanghi, cioè tutto quanto legato al fantastico mondo del benessere. Che potrebbe rappresentare anche una ricchezza economica per l’ intero territorio.

Sembra assurdo ma è proprio così.

Una vicenda che si trascina da anni, giunta al culmine qualche settimana fa con il licenziamento di 25 dipendenti, senza nemmeno il preavviso. Adesso la Regione ha annunciato di “essere pronta a rientrare nella governance delle Terme”: lo ha ribadito Alberto Cirio. Non si tira indietro nemmeno il sindaco della città, Danilo Rapetti, che punta ad una riapertura entro il 2026.

Non conosco nel dettaglio i termini della vicenda sindacale, industriale, finanziaria e, quindi, non mi addentro in giudizi, ricerca di responsabili, o previsioni. Quel che intendo ribadire, qui, è che trovo assurdo, incredibile che in una città come Acqui (che nel toponimo ha già la parola Terme) non sia possibile godere di trattamenti termali. Questo territorio ha davvero bisogno e merita un centro di benessere moderno e attrattivo per il turismo nazionale e internazionale.

E’ una vergogna che la natura abbia dotato di acque bollenti, salutari e curative (apprezzate fin dall’ epoca dei Romani) ma che l’ incapacità e l’ insipienza dell’ uomo non renda possibile sfruttarle e farle diventare un patrimonio identitario, economico e occupazionale dell’intero territorio. Il rilancio ( o per meglio dire, la partenza vera) deve poggiare su un progetto industriale credibile, capace di valorizzare le potenzialità sanitarie, turistiche e di sviluppo locale.

Perché le Terme di Acqui sono un patrimonio di tutto il Piemonte. Lasciarle in questo stato è uno smacco. Per tutti.

 

]]>
https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?feed=rss2&p=4710 0
SCAFFALE: VACCHETTA-MORUCCI E 75 KG DI FELICITA’ https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4713 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4713#comments Fri, 23 Jan 2026 03:53:03 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4713 A Novello, nel cuore delle Langhe, il veterinario Massimo Vacchetta ha creato il primo ospedale per ricci in Europa. Un progetto che unisce l’ amore per gli animali e la difesa dell’ ambiente. In questo fumetto “75 kg di felicità” racconta questa sua missione e sensibilizza i lettori sulla importanza della protezione dei ricci, specie minacciata dalla crisi ambientale.
Un fumetto che racconta l’incontro tra il veterinario Massimo e la piccola riccia orfana Ninna.

Un libro coinvolgente e commovente, dal taglio scientificamente impeccabile, ricco di umanità e di profondi valori esistenziali. Con l’ acquisto di questo  fumettosi fa, inoltre, una piccola donazione  che verrà utilizzata per costruire nell’ospedale dei ricci: un’area dedicata alle emergenze con sala operatoria, diagnostica e degenza, per garantire ad ogni animale le cure di cui ha bisogno in tempi rapidi.

Si compone di 93 tavole,  illustrazioni inedite che sono state realizzate e curate dalla bravissima disegnatrice Roberta Morucci. Arricchite con prefazione e dediche di Bruno Bozzetto, il celebre, storico e geniale regista, disegnatore e animatore italiano da sempre vicino, nelle sue lungimiranti opere, ai temi della natura e dell’ambiente, e del chitarrista, cantautore e compositore britannico Brian May, fondatore e componente della mitica band dei Queen, appassionato animalista e creatore dell’organizzazione no-profit “Save Me” nonché di un Centro di ricovero per ricci nel Surrey, che in virtù dei servigi resi alla musica e alla beneficenza, è stato insignito del titolo di Sir dalla stessa Corona Inglese. E c’è ance un contributo di Brigitte Bardot, recentemente scomparsa e grande amica degli animali

MASSIMO VACCHETTA – ROBERTA MORUCCI

75 KG DI FELICITA’

EDIZIONI IL PENNINO

20 euro

]]>
https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?feed=rss2&p=4713 0
OLIMPIADI VISTE DAGLI USA https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4707 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4707#comments Thu, 22 Jan 2026 03:05:10 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4707 Scusate se ritorno su un argomento già trattato nel Punto di qualche settimana fa. Ma sto scrivendo dagli Stati Uniti dove ho avuto la fortuna di trascorrere una settimana a casa di amici. La tv è accesa e sui vari canali americani continuano a scorrere le immagini delle prossime Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. “A month together”, un mese insieme: questo lo slogan scelto da un canale di News mentre il video è invaso dal Duomo di Milano, dalle piste di sci di Cortina, dagli impianti di Livigno, e così via.

E mi sale una rabbia. Perché potevamo esserci anche noi del Piemonte.

Una vetrina internazionale incredibile, impagabile. La storia delle nostre terre è cambiata con i Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006: impossibile negarlo. C’è un prima e un dopo quel mese straordinario di 20 anni fa. Abbiamo scoperto di avere una vocazione turistica. Abbiamo compreso di vivere in una regione affascinante, attrattiva.

Avremmo potuto rilanciare quell’immagine con i Giochi di Torino-Milano-Cortina. E invece no. Per precisa volontà della Giunta 5 Stelle di Chiara Appendino si è scelto di stare fuori, di autoescluderci dai Giochi del 2026, che si chiamano soltanto Milano-Cortina.

E intanto la CNN rilancia i video con le immagini di Lombardia e Trentino. Mamma mia che rabbia.

 

]]>
https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?feed=rss2&p=4707 0
Krumiri, i biscotti come i baffi del re https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=790 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=790#comments Sat, 17 Jan 2026 03:00:19 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=790 In una noiosa sera del 1870 Domenico Rossi di Casale Monferrato, professione pasticcere, decise di portare gli amici del caffè della Concordia nel suo laboratorio e, tra una chiacchiera e l’altra, impastò una teglia di biscotti che servì loro con un liquore molto di moda all’epoca: il Krumiro. Si racconta che gli amici fossero talmente entusiasti del biscotto e che Rossi decise di iniziare a produrli dando loro il nome proprio di… Krumiri.

Forse è una leggenda, ma sta di fatto che Domenico Rossi, nel 1878, decise di lanciare sul mercato la produzione dei Krumiri, e per farlo scelse una pregiata e bellissima scatola di metallo rossa. La forma ad angolo dei biscotti casalesi, pare fosse ispirata dagli importanti baffi a manubrio di Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, uno dei primi grandi estimatori. Domenico Rossi nel 1884 partecipò, con i suoi oramai famosi Krumiri, all’Esposizione Universale di Torino e tra il 1886 e il 1891 ricevette i Brevetti di Fornitore delle Case dei Duchi d’Aosta, di Genova e della Real Casa d’Italia. Il Krumiro di Casale Monferrato era diventato un prodotto apprezzato e conosciuto a Palazzo Reale e ben oltre i confini nazionali.

In tutti questi anni il successo dei Krumiri non ha mai avuto cali o momenti di incertezza, è infatti considerato uno dei portabandiera dell’eccellenza italiana, nonché di Casale Monferrato. Il merito di questa lunghissima popolarità è da ricercarsi nella continuità e nell’elevata qualità del prodotto: il biscotto ha infatti mantenuto la caratteristica forma a bastoncino ricurvo, così come la genuinità e la naturalezza degli ingredienti.

Avete mai pensato di farli in casa? Ecco la ricetta.

INGREDIENTI

Farina di mais macinata fine 200 gr. farina bianca 150 gr. zucchero 120gr. burro 100 gr. tuorli d’uovo 3, busta di vanillina 1, cacao amaro 1 cucchiaio, miele 1 cucchiaio, sale un pizzico. Farina e burro per infarinare la teglia.

PREPARAZIONE

Tagliate il burro a tocchetti e fatelo scaldare a temperatura ambiente. Scaldate il forno a 220 gradi. Sul piano di lavoro mescolate accuratamente le due farine, disponetele a fontana e unite lo zucchero, la vanillina, il cacao, il sale, il burro, i tuorli e il miele. Impastate con cura tutta gli ingredienti fino a quando non otterrete una pasta liscia e omogenea. Formate quindi un panetto che lascerete riposare per una mezz’ora a temperatura ambiente e coperto. Mettete quindi la pasta ottenuta in una tasca per dolci con la bocchetta a stella e spremete sul ripiano infarinato dei bastoncini lunghi 8/10 cm. Con le dita ripiegateli leggermente e infine posizionateli sulla placca del forno ben imburrata e infarinata, fate attenzione che i biscotti non si tocchino fra loro. Mettete quindi nel forno caldo per circa venti minuti e fino a quando non saranno dorati.

I Krumiri sono ottimi serviti con il caffè, inzuppati nel caffelatte o con un buon bicchiere di Moscato.

Buon appetito!

Patrizia Durante

 

]]>
https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?feed=rss2&p=790 3
GIROVAGANDO: PRIMA STATUA A TORINO PER UNA DONNA https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4704 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4704#comments Fri, 16 Jan 2026 03:57:36 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4704 Tre giorni di festa, dal 17 al 19 gennaio, con iniziative culturali, spettacoli e visite guidate tra Palazzo Barolo e il Distretto sociale Barolo per la nuova scultura posizionata sulla facciata della storica residenza, all’angolo tra via Corte d’Appello e via delle Orfane. Voluto dall’Opera Barolo per la sua fondatrice e patrocinato da Città di Torino e Accademia Albertina delle Belle Arti di Torino, il monumento è stato realizzato con il sostegno della famiglia Abbona, titolare dell’azienda vitivinicola “Marchesi di Barolo. Antiche Cantine in Barolo” e il Gruppo Iren ne ha curato l’illuminazione._*

Realizzato da Gabriele Garbolino Rù con la curatela artistica di Enrico Zanellati, il monumento è una scultura in bronzo in cui sono raffigurate due donne, Giulia di Barolo e una carcerata che lei tiene tra le braccia. L’autore dell’opera, docente dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino – ha potuto studiare i ritratti custoditi a Palazzo Barolo, lasciandosi inoltre guidare dalle “Memorie sulle carceri” scritte in prima persona dalla marchesa e realizzando una reinterpretazione contemporanea della sua figura, in dialogo con la maestosa facciata del Palazzo che sostiene la scultura.

Giulia di Barolo (1786-1864) fu instancabile nel suo servizio alle detenute e, insieme al marito Carlo Tancredi, fondò il Distretto Sociale Barolo, come primo luogo di accoglienza per le donne uscite dal carcere, e tante altre realtà di servizio sociale ed educativo, che l’Opera Barolo ha tutt’oggi il compito mantenere vive. Venerabili dal 2015 lei e dal 2018 lui, per Giulia e Carlo Tancredi è in atto il processo di beatificazione.

 

Con la collocazione della scultura (nella mattinata di sabato 17 gennaio saranno levati i teli che la coprono) prende il via un lungo week-end con iniziative culturali, spettacoli musicali, visite guidate a Palazzo Barolo, la seicentesca dimora nobiliare torinese dei marchesi con le sue opere d’arte e sale dove soggiornarono personaggi celebri del Risorgimento italiano, come Silvio Pellico, e che oggi ospita anche il MUSLI, Museo della Scuola e Pop-App Museum. In quei giorni è inoltre visitabile il Distretto Sociale Barolo, complesso storico e oggi sede di diverse associazioni di volontariato che, quotidianamente, offrono servizi di assistenza e beni di prima necessità a persone e famiglie, molte delle quali povere, fragili e in condizioni vicine alla marginalità sociale. La tre giorni di festa, si apre sabato 17 gennaio con le visite guidate “Sulle orme di Giulia …” e lo spettacolo di Palazzo Barolo con la Società di Danza Torinese e i rievocatori dell’associazione “Le vie del tempo”. Prosegue domenica con le attività musicale per famiglie con bambini di “Crescendo in Sol”, le attività per bambini e ragazzi proposte dal MUSLI Museo della Scuola e Pop-App Museum e con le visite guidate. Conclusione lunedì 19 gennaio con, in mattinata alla Chiesa di Santa Giulia, la celebrazione eucaristica in suffragio della marchesa e, nel pomeriggio, a Palazzo Barolo con il concerto “Sulle note di Giulia”. _(nel file word allegato programma_iniziative_a_giulia_di_barolo.docx o sul web www.operabarolo.it , il programma dettagliato della “tre giorni”)_

*Dall’azienda “Marchesi di Barolo. Antiche Cantine in Barolo” i fondi per il progetto*

La Famiglia Abbona, proprietaria a Barolo delle Cantine che un tempo erano dei Marchesi e che – fedele a una tradizione nata con i Marchesi Giulia e Carlo Tancredi, che coniuga attività imprenditoriale a promozione della cultura e impegno nel campo del sociale – ha sostenuto economicamente il progetto del monumento a Giulia di Barolo.

“Quando si orienta lo sguardo verso la straordinaria figura di Giulia e quella del marito Carlo Tancredi Falletti di Barolo emergono tanti tasselli, tra questi – osserva il curatore artistico di Palazzo Barolo, Enrico Zanellati – la storia del vino Barolo, oggi celebre in tutto il mondo, nato proprio nelle Antiche Cantine che ancora oggi custodiscono e producono lo stesso prezioso patrimonio enologico.  È proprio da questi celebri luoghi che arriva la principale linfa per la realizzazione del monumento. Da quasi un secolo la Famiglia Abbona è proprietaria, a Barolo, delle Storiche Cantine un tempo appartenute ai Marchesi. Oggi, guidata da Ernesto e Anna insieme ai figli Valentina e Davide, prosegue con la stessa passione che animò la Marchesa Giulia nella produzione del “re dei vini e vino dei re”, con il prestigioso marchio “Marchesi di Barolo” (https://marchesibarolo.com). Ed è con questo stesso spirito che la famiglia ha scelto di affiancare l’Opera Barolo, finanziando l’iniziativa”.

*La scultura in numeri*

Dimensioni: l’opera è alta 2 metri e 30 centimetri, pesa 170 chilogrammi, sviluppa una superficie di 4 metri quadrati ed è posizionata a un’altezza di 4 metri da terra. Tempi di realizzazione: 2 anni di lavoro che comprendono le fasi relative a ricerca e realizzazione del progetto, creazione del modellato in gesso e cera, fusione in bronzo, assemblaggio delle parti e patinatura finale.

*Opera Barolo, da due secoli vicina ai più fragili*

L’Opera Barolo è stata fondata per disposizione testamentaria di Giulia Colbert Falletti di Barolo (1786-1864), come strumento operativo per continuare l’azione di carità, di impegno sociale politico e culturale iniziata con suo marito, Carlo Tancredi di Barolo (1782-1838).

I Marchesi Giulia e Carlo Tancredi resero disponibili le loro risorse economiche e impegnarono la propria posizione sociale per migliorare le condizioni di vita dei più poveri di Torino, e svilupparono cultura con i più importanti pensatori dell’epoca. Non ebbero figli, ma dimostrarono grande capacità di generare, lasciando il loro patrimonio culturale ed economico alla città e al Paese.

Giulia di Barolo, attraverso il suo testamento, in piena armonia con il lascito del marito, fondò l’Opera Barolo perché fosse l’erede universale di questo patrimonio, assumendosene la responsabilità perpetua. Essa stessa stabilì le strategie, messe in atto alla morte della Marchesa, perché le proprietà fossero gestite come un bene comune: per un triennio l’Opera sarebbe stata amministrata dalla più alta carica della magistratura, nel triennio successivo dalla più alta carica ecclesiale e così via.

Attualmente l’Opera Barolo è presieduta dall’Arcivescovo di Torino, il Cardinale Roberto Repole.

Destinatarie dell’impegno dell’Opera sono le fasce di popolazione più bisognose di attenzione: ieri le donne detenute, oggi in particolare le persone più fragili, le famiglie italiane in difficoltà, quelle di migranti e profughi, i bambini malati e le loro famiglie. Soprattutto l’educazione delle giovani generazioni e lo sviluppo integrale del capitale umano sono i temi a cui i Marchesi avevano voluto prestare più cura, insieme a quello della cooperazione pubblico e privato, civile ed ecclesiale.

_II programma dettagliato della “tre giorni” e altre informazioni sono disponibili nelle pagine del sito web dell’Opera Barolo, all’indirizzo www.operabarolo.it_

]]>
https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?feed=rss2&p=4704 0
IL TEMPO, IL BENE PIU’ PREZIOSO https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4698 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4698#comments Thu, 15 Jan 2026 03:36:06 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=4698 Diogene andava in giro per il mercato, borbottando tra sé e sé: “Guarda, guarda… quanta roba di cui non ho bisogno!”

All’inizio di un nuovo anno di cosa abbiamo veramente bisogno? Tutti rispondiamo in coro: amore, pace, amicizia, salute, calore umano.  Ma non dobbiamo soltanto chiederli a chi ci sta attorno, agli altri, agli oroscopi… dobbiamo essere noi, per primi, “produttori” di questi beni, per costruire un mondo migliore.

Ma c’è un altro bene prezioso di cui tutti necessitiamo. Questo bene è il tempo. Il mio approccio con il 2026 è proprio quello di prendermi il giusto tempo. Non voglio arrivare a fine anno, come sempre più spesso accade, con il fiato corto, con l’affanno, con il dover sempre rincorrere l’ orologio. “Con calma” è il mio motto per l’ anno che cominciamo.

Ed è l’ augurio che faccio a tutti. Correre, correre… per cosa? Per fare più soldi?  “Non mi interessa essere la più ricca del cimitero” confidava una vecchia ostessa di San Sebastiano Curone che aveva deciso di tenere chiuso il suo ristorante alla sera, per stare con la famiglia, per guardare la tivù, per divertirsi con gli amici.

Correre per il successo? Per l’ affermazione personale? Valutiamo bene se ne vale la pena, davvero. Cosa ha più valore degli affetti personali, delle amicizie, del calore attorno a noi.

Allora, l’ augurio per il 2026 è di avere il giusto tempo per noi stessi. E soprattutto di utilizzarlo come il bene più prezioso.

]]>
https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?feed=rss2&p=4698 0
La pizza? Quella al tegamino è solo torinese https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=957 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=957#comments Sat, 10 Jan 2026 03:34:52 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=957 Lo so. I puristi della pizza e gli amici napoletani sono pronti a dirmene di tutti i colori, ma la pizza al padellino (o al tegamino) è solo torinese. Ed è buonissima.

Questo tipo di pizza si gusta infatti solo a Torino,  e più di quaranta anni fa, era l’unica pizza che si poteva mangiare in città. Ma chi l’ ha inventata? L’ origine è incerta. Si dice che un pizzaiolo torinese, previdente e volendo portarsi avanti con il lavoro, la sera precedente cominciava a mettere in una teglia la sfoglia con un po’ di pomodoro…così per accellerare i tempi di produzione. In molti lo copiarono e nacque la pizza ala tegamino “alla torinese”.

Poi attorno agli anni ’80-90 hanno cominciato a esserci le prime pizzerie che facevano la  napoletana, sottile, croccante, e la povera pizza al padellino di Torino fu relegata a prodotto di second’ordine.

Mentre la napoletana è larga, sottile e soffice, quella al padellino è piccolina, alta e croccante. Una sorta di pizza in teglia ma cotta in singoli padellini monoporzione, del diametro di circa 20 cm l’uno. E con un impasto morbido e consistente.

Da qualche anno si è ricominciato a promuovere i prodotti locali, e ora a Torino è tutto un fiorire di pizzerie al padellino, “la vera” pizza di Torino.

L’ elemento fondamentale è il padellino. O tegamino, che dir si voglia.  L”impasto della pizza al padellino, già lievitato una prima volta, viene steso nei padellini e coperto solo con il pomodoro. I tegamini quindi con queste basi stese, vengono messi in un luogo fresco per diverse altre ore (un periodo di tempo di 12  o 24 ore, a seconda delle pizzerie),  solo quando il cliente ordina la sua pizza, viene tirato fuori con la base di pasta e il pomodoro, farcito con mozzarella e condimenti vari, e messo a cuocere nel forno, con padellino e tutto, e non direttamente sulla base del forno come avviene per la pizza al mattone. E quindi, capite, che il padellino è di fondamentale importanza, per questo tipo di pizza .

Attenzione: non  una teglia, ma un padellino individuale, per una pizza singola. Piccolo, 20 cm di diametro. Di ferro, o di alluminio bruciato da tante cotture? Il ferro conduce diversamente il calore, e fa formare una base croccante e brunita, mentre l’alluminio consente una temperatura più regolare e una cottura più dolce.

Tante le pizzerie, oggi a Torino, che fanno la pizza al padellino. Difficile fare classifiche e recensioni.

]]>
https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?feed=rss2&p=957 56
GIROVAGANDO: IL RICETTO DI CANDELO https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1991 https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1991#comments Fri, 09 Jan 2026 03:49:09 +0000 http://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?p=1991 Visitate il Ricetto di Candelo, nel Biellese, e vi troverete immersi in un attimo nel Medioevo. Tutto è rimasto intatto e uguale a seicento anni fa e forse più…

Il Ricetto di Candelo è una fortificazione collettiva sorta per iniziativa della popolazione negli anni a cavallo tra XIII e XIV secolo. La gente di Candelo lo utilizzava come deposito per i prodotti agricoli in tempo di pace e come rifugio in tempo di guerra o di pericolo. Si è conservato grazie alla sua matrice contadina, infatti fino a pochi anni fa nelle “celle” si faceva il vino e si mettevano al sicuro i prodotti della terra. Il ricetto è a pianta pentagonale, ha un perimetro di circa 470 metri e una superficie di 13 mila mq, è largo 110 metri e lungo 120. In queste ristrette dimensioni trovano spazio circa 200 cellule, oggi quasi tutte di proprietà privata.

Gli angoli del ricetto sono protetti da quattro torri rotonde, in origine tutte aperte verso l’interno per facilitare le operazioni di difesa.

Varcata la torre-porta, ci si trova in una piazzetta pavimentata con le pietre tondeggianti del vicino torrente. La costruzione più imponente è il palazzo del principe, fatto costruire da Sebastiano Ferrero nel 1496. Le rue – francesismo con cui si chiamano le strade – sono a ciotoloni per permettere il deflusso delle acque.

Dal Ricetto, scendendo lungo il tratto erboso a sinistra della torre di sud-ovest, si raggiunge la chiesa di Santa Maria attraverso un viottolo che costeggia la roggia Marchesa. La chiesa risale forse  al 1182 e conserva una bella facciata romanica costruita con pietre di torrente.

E si può anche mangiar bene. Il prodotto del Ricetto è un salame sotto grasso chiamato salam‘d l’ula. Tipici anche i dolci croccanti del Ciavarin. Il piatto tipico è la paletta candelese, un salume costituito dalla scapola di suino sgrassata, salata e massaggiata manualmente e prodotta secondo tradizione in limitate quantità.

]]>
https://ilpunto.unannoinpiemonte.com/?feed=rss2&p=1991 0