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  • Da Francesca, la cena coi fiocchi

    16 marzo 2024 • CINQUE SENSI • 12905

    Torino Foto Dario Nazzaro : RUBRICA MANGIAR BENE. OSTERIA LA CENA COI FIOCCHI.

    Francesca, l’ amica ritrovata.

    Francesca è una cuoca davvero brava quanto semplice nel modo di preparare i piatti e nell’accogliere la gente.

    Quando, qualche anno fa, sono entrato nel suo nuovo locale, zona  stadio Filadelfia,  ho ritrovato una delle mie cuoche preferite e i suoi piatti impareggiabili.

    Zuppa cerali e legumi, Spadellata di carciofi e mazzancolle, Sarde beccafico e Caponata di melanzane, Salmone selvaggio affumicato con burro e crostini,  Flan di porri con fonduta, Parma affinato Saint Marcel con erbe di montagna, Albese con sedani  e Parmigiano, Pasta con le sarde (Specialità della casa), Cuscus alla Trapanese, Strozzapreti all’astice, Risotto alla pescatora, Noir di salmone al ragu’ di calamari, Plin al sugo d’arrosto, Agnolotti ai carciofi con pomodorino fresco, Gnocchi pecorino e radicchio, Fritto misto alla piemontese, Fritto misto di baccalà, calamari e carciofi …..solo per darvi un’ idea e mettervi sul gusto…

    E i dolci? Non c’è ombra di dubbio: lo zabajone caldo. Lo prepara lei, Francesca, lì, sul momento, al vostro tavolo. Uno spettacolo!

    Un consiglio, provatelo. Anche il prezzo è ok!

    OSTERIA CENA COI FIOCCHI, via SPANO 16 – TORINO –  tel. 011 318 7993 (possibilità di parcheggio gratuito)

    e dite che vi mando io!!!!!!!!!!!

    beppe gandolfo

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  • UNO SPRITZ? NO GRAZIE, MEGLIO UN VERMOUTH

    14 marzo 2024 • COSE NOSTRE • 1714

    vermut-OK

    Il Vermouth è nato in Piemonte. Quindi il Vermouth è Piemonte e Piemonte è Vermouth.

    La conferma è arrivata dal Primo Salone dedicato proprio a questa bevanda alcolica: la recente manifestazione, tenutasi nell’aulica sede del Museo del Risorgimento, ha fatto registrare numeri record. Migliaia di visitatori, decine di espositori, un’ infinità di assaggi e di cocktail.

    Poi, però, se andate in qualsiasi bar, all’ora dell’aperitivo… ecco che quasi tutti – specie i clienti più giovani – ordinano uno Spritz. Quindi Prosecco Veneto, Aperol o Campari.

    L’invito è caloroso: provate un Vermouth con ghiaccio, oppure un Vermouth e soda. Volete essere più sofisticati? Andate su un cocktail, più o meno alcolico, Hair Raiser, Burnsides, Stormy Weather, Manhattan, Bobby Burns, Negroni. Tutti hanno un ingrediente in comune, il Vermouth appunto.

    Antonio Benedetto Carpano, questo è il nome del distillatore che lo inventò nel 1786 nel laboratorio di piazza Castello a Torino: vino moscato, una miscela di circa cinquanta erbe e spezie e zucchero caramellato per dare quel colore ambrato e il nuovo liquore era pronto. Il giovane Carpano ebbe un’intuizione degna del miglior ufficio marketing: inviò alcune bottiglie del suo Vermouth a Palazzo Reale, il re Vittorio Amedeo II ne fu talmente entusiasta da far sospendere le forniture di Rosolio, che fino ad allora la faceva da padrone nei salotti cittadini: il Vermouth fece quindi un trionfale ingresso in tutti i Palazzi. Fu un successo. Il nuovo vino aromatizzato divenne l’aperitivo, il momento di sosta e di ristoro preferito dai Piemontesi.

     Dopo un periodo di declino, oggi è tornato prepotentemente di moda. E allora, proprio dal Piemonte deve partire la sfida allo Spritz.

    E io sarò il primo a dire: “Uno Spritz? No grazie. Meglio un Vermouth”.

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  • LA NICCHIA DI CAVOUR, TRIONFO DI SAPORI E VINI

    9 marzo 2024 • CINQUE SENSI • 4924

    freisa-vino-03

    Una carta dei vini così non l’ avevo mai vista, praticamente un libro di almeno una cinquantina di pagine. C’ è di tutto, perfino il Monfortino Magnum da 1500 euro.

    Franco Turaglio ha scoperto la ristorazione già da adulto, prima lavorava all’ Ufficio Tecnico Enel di Pinerolo. Poi nell’ 87 comincia ad avvicinarsi al mondo di Slow Food, cementa l’ amicizia con Carlin Petrini, e una ventina di anni fa apre LA NICCHIA, vineria e ristorante  nel centro di Cavour.

    Ai fornelli la moglie Giulia e il suocero Claudio, ma anche giovani chef come quel giapponese che – dopo aver lavorato a Cavour – è tornato nel paese del Sol Levante e a Nagoia ha aperto un suo ristorante chiamandolo “Pasta da Franco”. Insomma, l’ esperienza piemontese gli aveva lasciato il segno.

    Cavour è la cittadina di Tuttomele e anche la cucina della Nicchia è caratterizzata da questo splendido frutto. Dalla mela grigia ripiena di anatra agli gnocchi di castagne e zucca con crema di mele murela, dallo strudel vegetariano con mela magnana alle classiche, impareggiabili frittelle di antiche mele.

    Ma nel menù non mancano i piatti della tradizione piemontese, ovviamente rivisitati come il vitello stonato, il filetto di cervo, la gallina bianca di Saluzzo e tanti altri. Accompagnati ovviamente da vini per tutte le tasche, ma tutti personalmente scelti da Franco e garantiti.

    I prezzi? Veramente abbordabili. Un bel menù varia dai 30 ai 50 euro, poi ovviamente dipende da quello che scegliete nella favolosa cantina: assolutamente da visitare, anche se siete astemi.

    LA NICCHIA – via Roma 9 – Cavour (Torino) tel. 0121 600821

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  • SCAFFALE: PICCININO E IL SUO VERMOUTH DI TORINO

    8 marzo 2024 • LUOGHI E LIBRI • 1807

    vermouth

    L’ edizione in inglese di questo volume è stata nominata fra i primi 10 libri al mondo sulla Cultura del Bere. Basterebbe, da solo, questo riconoscimento per dare un valore al lavoro di Fulvio Piccinino, torinese, docente di distillazione e produzione di liquori all’ Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.

    Nell’ edizione originale, in italiano, Piccinino racconta la storia straordinaria del “Vermouth di Torino” , un vino liquoroso che ha origini antichissime ma che all’ ombra della Mole Antonelliana è diventato famoso nel mondo. Ricerche storiche approfondite, interviste ad esperti e appassionati per ricostruire l’ origine di questo vino medicinale che diventa dapprima un punto fermo nell’ abitudine dell’ aperitivo, poi il re mondiale dei cocktail (Americano, Negroni, Martini Dry hanno alla base, sempre, il Vermouth), ma anche un vino a tutto pasto e infine, anche, un ottimo amaro.

    Una magica alchimia a partire dal nome: Vermouth in tedesco significa assenzio, una delle tante piante aromatiche che caratterizzano la composizione di questa bevanda straordinaria.

    Nelle 150 pagine del libro non mancano gli aneddoti, le curiosità, la comunicazione pubblicitaria, i produttori storici e quelli moderni. Insomma, un lungo viaggio per scoprire tutti i segreti di uno dei più famosi vini aromatizzati del mondo.

    FULVIO PICCININO

    IL VERMOUTH DI TORINO

    GRAPHOT EDITORE

    15 euro

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  • TURISMO LENTO, POSSIAMO ESSERE I PRIMI

    7 marzo 2024 • COSE NOSTRE • 1425

    CAMMINATE

    L’Italia è la prima destinazione in cui Inglesi, Tedeschi e Francesi vorrebbero trascorrere una vacanza slow: lo ha rilevato una recente indagine presentata alla Borsa del Turismo.

    Il 60% degli italiani, interessati a una vacanza lenta, sceglierebbe di rimanere in patria (solo il 33% andrebbe in Spagna). Attribuiscono il primato al nostro Paese anche il 49% dei tedeschi (Austria come seconda scelta), il 51% dei francesi (che in alternativa scelgono di restare in Francia o di andare in Spagna).

    Parliamo di periodi di relax in cui ci si riappropria del tempo, delle giornate a misura d’uomo, non di corse continue per vedere questo o quel sito, per provare quel nuovo ristorante o per raggiungere un qualsiasi traguardo.

    I dati del Cammino di Oropa del 2023 confermano questa spinta e ci dicono anche qualcosa in più sui camminatori. Nel 2023 il Cammino di Oropa ha convalidato la crescita degli anni precedenti (in media + 1000 viandanti all’anno) si è confermato un cammino che piace molto alle donne e ai giovani. Ma non si tratta solo di camminanti o di amanti delle due ruote. La vacanza slow è un modo di vivere e non un limite di velocità.

    Partendo da questi pochi e scarni dati, credo che tutti siamo convinti che il nostro Piemonte avrebbe le carte in regola per essere vincente come offerta di turismo lento.

    Tutte le valli del Cuneese (nessuna esclusa), le colline di Langhe-Monferrato-Roero, le trattorie di campagna, i tanti musei senza code chilometriche delle nostre città, i sentieri che costellano la corona delle Alpi, i panorami e le acque placide dei laghi, il mare a quadretti delle risaie… Se volete continuiamo per pagine e pagine, sono mete meravigliose e senza eguali.

    L’ offerta – in termini di paesaggi e location – non manca. Dobbiamo convincerci l’un l’altro. Capire che quella della vacanza slow è un’ opportunità da non perdere assolutamente.

    Inutile perdersi in futili competizioni con Rimini, Riccione, Capri o con Roma, Firenze e Venezia.

    Raccontiamo al mondo intero quello che può offrire il Piemonte, perché è proprio quello che vanno cercando milioni e milioni di vacanzieri.

     

     

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  • Il Bonèt, dolce delle feste

    2 marzo 2024 • CINQUE SENSI • 15119

    Bunet

    Il Bonèt è uno dei dolci più noti della tradizione piemontese. Originario delle Langhe, è un budino a base di uova, zucchero, latte, amaretti secchi, rum (o caffè) e cacao. E’ il dolce delle feste, ottimo come coronamento di un pranzo importante, bello da vedere sulla tavola imbandita, è senza dubbio un dessert sostanzioso, goloso e richiede tempo e pazienza per la preparazione. Insomma, un dolce da concedersi di tanto in tanto per coccolarsi e coccolare gli ospiti.

    L’origine del suo nome è controversa e diverse sono le versioni. In piemontese il termine Bonèt indica un cappello o un berretto rotondo che ricorda la forma dello stampo in cui viene cotto il budino. Infatti, lo stampo in rame in cui si cuocevano flan e budini, veniva chiamato bonèt ed cusin-a cioè cappello da cucina, viene quindi naturale pensare che il dolce abbia preso il nome dallo stampo. Diversa è però l’interpretazione diffusa nelle Langhe: il budino è il cappello di tutto il pranzo. L’ultima golosa portata che chiude il banchetto, il cappello indossato prima d’uscire. Qualunque sia l’origine del suo curioso nome, una cosa è certa, questo delizioso budino viene preparato e cucinato con la stessa tecnica, diffusa in tutta Europa, dei dolci della famiglia delle crème caramel, quindi a bagnomaria e deve essere servito rigorosamente freddo.

    Nei tempi antichi il Bonèt era preparato con l’aggiunta del fernet perché aiutava la digestione. L’introduzione del rum e del cioccolato avvenne solo quando i prodotti provenienti dalle colonie sudamericane, iniziarono a diventare comuni nelle ricche cucine. Esistono tutt’ora diverse varianti, col caffè, col cognac e alcuni, invece degli amaretti, usano tritare le nocciole della qualità Tonda e gentile delle Langhe.

    Il Bonèt può essere abbinato con lo spumante rosato dell’Alta Langa servito fresco o del Chiaretto del Monferrato.  

    INGREDIENTI

    Amaretti 100 gr. più qualcuno per la decorazione, Cacao amaro in polvere 50 gr. Uova medie 10 tuorli, Rum ½ bicchiere, Latte fresco 700 ml. Zucchero 150 gr. Per il caramello: Zucchero 100 gr.

    PREPARAZIONE

    Per prima cosa riscaldare il forno a 180° in modalità statica. Tritate finemente gli amaretti (ricordandovi di lasciarne da parte qualcuno per la decorazione) fino ad ottenere una polvere sottile come la farina. Alla polvere di amaretto unite il cacao setacciato e senza grumi e tenete da parte. Preparate il caramello facendo sciogliere i 100 gr. di zucchero in un pentolino a fuoco basso e senza mai mescolarlo. In un’ampia terrina montate a crema lo zucchero con i tuorli, quando i tuorli sono ben montati unitevi il rum, la miscela di amaretti e cacao e il latte a temperatura ambiente. Non preoccupatevi se la consistenza finale sarà piuttosto liquida. Versate il caramello nello stampo da plumcake o nello stampo da budino e fatelo ben aderire a tutta la superficie. Attenzione a non scottarvi!

    Versate quindi, poco alla volta, il composto per il Bonèt aiutandovi con un mestolo. Inserite lo stampo che avrete deciso di utilizzare in uno più grande per il bagnomaria, riempite quindi l’intercapedine tra i due stampi con acqua bollente fino a 2/3 dall’orlo e fate molta attenzione a non far andare acqua nel composto del Bonèt. Fate cuocere nel forno preriscaldato a 180° per circa 40/45 minuti; il Bonèt sarà cotto quando inizierà a staccarsi dalle pareti dello stampo. Togliete quindi il vostro budino dal forno e togliete anche il contenitore del bagnomaria, lasciate quindi raffreddare a temperatura ambiente.

    Quando il Bonèt sarà freddo, mettetelo almeno un’ora in frigorifero, dopodiché immergete lo stampo velocemente in acqua bollente per agevolare l’estrazione del dolce. Per staccare le pareti, potrete aiutarvi con la punta del coltello, ma fate molta attenzione: è un’operazione delicata! Ora sformatelo capovolgendolo sul piatto di portata e decorate con gli amaretti che avete tenuto da parte.

    Qualche consiglio: l’acqua del bagnomaria non deve mai bollire, il Bonèt rischierebbe di diventare troppo sodo e pieno di bolle, anziché liscio e morbido. In alternativa al rum è possibile usare la stessa dose di caffè non zuccherato e ovviamente freddo. Per chi è intollerante al lattosio, è possibile sostituire il latte vaccino con quello di soya.

    Patrizia Durante

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  • È SEMPRE COLPA DELLE BANCHE?

    29 febbraio 2024 • COSE NOSTRE • 1728

    BANCOMAT

    In Piemonte nove persone su dieci sono insoddisfatte della chiusura degli sportelli bancari nel proprio comune e ritengono utile parlare con un operatore bancario. Inoltre, per otto piemontesi su dieci la prossimità bancaria influisce sulla propensione all’investimento in prodotti finanziari. Cioè se io avessi, nelle vicinanze, uno sportello con una persona con cui confrontarmi sarei più disposto a investire i miei soldi.

    Parlare con un operatore bancario per avere informazioni sui servizi necessari è utile per il 95,8% dei piemontesi, per avere supporto e assistenza per risparmi, investimenti e prestiti è indispensabile per 9 persone su 10. Per la quasi totalità, se si installasse un bancomat al posto della filiale, non sarebbe lo stesso (85,7%). Se chiudesse la propria filiale bancaria il 67,8% si recherebbe in un’altra filiale bancaria o in un ufficio postale.

    Dati chiari, semplici da leggere, senza alcuna necessità di essere interpretati. E quindi? Parrebbe lapalissiano incrementare sul territorio la presenza degli sportelli con personale preparato. E invece? Negli ultimi 5 anni il numero di comuni serviti da banche è diminuito del 17,9%, passando da 559 a 459, quello degli sportelli del 18%, da 2.065 a 1.694.

    Costano troppo? Eh già perché anche le banche risentono della crisi? Un’analisi del Sole 24Ore calcola in 22,5 miliardi gli utili del 2023 per le prime cinque banche italiane, un favoloso più 64 per cento rispetto al 2022 e quest’anno dovrebbe andare anche meglio.

    E allora? Perché non andare incontro alle richieste dei clienti, della gente? Non riesco a trovare una spiegazione ragionevole. Forse proprio perché una ragione non c’è. O forse perché è meglio che, chi si rivolge alle banche, parli con un risponditore automatico, con una APP, con l’ Intelligenza Artificiale gelida e senza sentimenti, anziché con un impiegato che magari potrebbe capire i nostri problemi e cercare di venirci incontro?

     

     

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  • TORNA DI MODA IL VERMOUTH, INVENZIONE PIEMONTESE

    24 febbraio 2024 • CINQUE SENSI • 3917

    Articolo_vermouth-1

    Hair Raiser, Burnsides, Stormy Weather, Manhattan, Bobby Burns, Negroni… e l’elenco potrebbe continuare ancora, ma oltre ad essere famosi cocktail, cos’hanno in comune le bevande citate? Un ingrediente, il Vermouth. E il Vermouth, usato in tutto il mondo per la preparazione dei cocktail, ha un’unica regione di provenienza: Il Piemonte.

    Antonio Benedetto Carpano, questo è il nome del distillatore che lo inventò nel 1786 nel laboratorio di piazza Castell: vino moscato, una miscela di circa cinquanta erbe e spezie e zucchero caramellato per dare quel colore ambrato e il nuovo liquore era pronto. Il giovane Carpano ebbe un’intuizione degna del miglior ufficio marketing: inviò alcune bottiglie del suo Vermouth a Palazzo Reale, il re Vittorio Amedeo II ne fu talmente entusiasta da far sospendere le forniture di Rosolio, che fino ad allora la faceva da padrone nei salotti cittadini: il Vermouth fece quindi un trionfale ingresso in tutti i Palazzi.

    Fu un successo. Il nuovo vino aromatizzato divenne l’aperitivo, il momento di sosta e di ristoro preferito dai torinesi. Sulla scia di Carpano sorsero molti laboratori artigianali votati alla produzione del Vermouth, ma il primo a commercializzarlo in maniera massiccia anche fuori Italia, fu Carlo Anselmo.

    Oggi il consumo del Vermouth è limitato alla preparazione dei cocktail, ma quattro giovani piemontesi vogliono farlo risalire agli onori e ritornare ad essere l’aperitivo di Torino: Giustino Ballato, Davide Pinto, Luca Pineider e Carlo Miano, hanno infatti acquisito lo storico marchio del Vermouth Anselmo e riavviato la produzione. Il liquore è di nuovo in commercio.

    Il marchio del Vermouth Anselmo è ovviamente torinese ed è il frutto della capacità imprenditoriale di Carlo Anselmo che era nato nel 1847 da una famiglia benestante di Murisengo, in provincia di Alessandria. Il padre, Cesare, era proprietario di diverse trattorie in città; Carlo iniziò in una piccola bottega in via Mazzini 37, animato da tanta passione e dedizione, lavorò giorno e notte per ottenere la miglior miscela di spezie, erbe aromatiche da unire all’ottimo Moscato di Canelli. E poco per volta l’etichetta C.Anselmo & C. si fece largo tra le file di liquori nelle pasticcerie più eleganti di Torino. Ma il 1884 fu l’anno fondamentale, quello della svolta: Carlo Anselmo aprì la prima vera fabbrica del suo Vermouth, nella Barriera del Martinetto di Torino. Alla morte di Carlo, avvenuta nel 1908, gli subentrò la figlia Carola Alba, donna colta, intelligente e lavoratrice instancabile, affiancata dal marito Carlo Montiferrari, diede all’azienda un forte impulso e la produzione passò dalle 700.000 bottiglie agli oltre 3 milioni distribuite in tutto il mondo. I coniugi spostarono quindi lo stabilimento a None, vicino alla ferrovia, per facilitare ulteriormente le esportazioni. Nella grande esposizione del 1911 Alba e Carlo furono premiati con il Diploma d’Onore, riservato ai prodotti d’eccellenza. Purtroppo, la grande crisi del 1929 e le leggi sul proibizionismo affossarono l’azienda.

    Ora il Vermouth torna a far parlare di se e lo fa riportando in auge la ricetta storica dell’azienda torinese, rivisitata in chiave contemporanea. A breve il “vermouttino” di Anselmo diventerà un nuovo cavallo di battaglia per molti locali c’è da scommetterci: Vermouth, soda, ghiaccio e una flambata di olio essenziale di pompelmo. Da provare!

    Patrizia Durante

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  • SCAFFALE: CARANZANO E IL PIEMONTE ROMANO

    23 febbraio 2024 • LUOGHI E LIBRI • 1733

    piemonteromano

    Perchè ci sono le Torri Palatine a Torino? Annibale attraversò davvero la Valle di Susa per scendere verso Roma?  Tortona, Ivrea, Vercelli, Alba, Chieri hanno origini romane?

    In 160 pagine e 180 illustrazioni ecco tutto il “Piemonte romano”,  che è anche il titolo del volume di Sandro Caranzano, archeologo di fama internazionale, edito da Capricorno.

    Una vera e propria guida con tanto di musei e aree archeologiche da visitare in Regione, con un ricco apparato iconografico e di cartine, schede e approfondimenti artistici e culturali sulla civiltà romano-piemontese. Un’ opera redatta da un ricercatore che, oltre  partecipare a numerosi scavi in Giordania e Albania, è anche  autore di numerosi testi di divulgazione scientifica e archeologica. Caranzano, inoltre, ha collaborato allo studio e alla divulgazione dei siti archeologici di Chiomonte e di Viverone.

    SANDRO CARANZANO

    PIEMONTE ROMANO

    EDIZIONI DEL CAPRICORNO

    14 euro

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  • QUEI DUBBI SU STELLANTIS E MIRAFIORI

    22 febbraio 2024 • COSE NOSTRE • 1493

    MIRAFIORI

    Da qualche anno cambio strada, cerco di non passare più accanto all’enorme isolato di quella che fu la Fiat Mirafiori. Mi mette troppa tristezza. Chilometri di stabilimenti abbandonati, ruggine, sporcizia, degrado, senso di abbandono per quello che fu uno dei complessi industriali più all’avanguardia d’Europa.

    Negli stabilimenti di Mirafiori, in passato, arrivarono a lavorare fino a 60mila dipendenti per produrre un milione di automobili (record del 1966). Lo scorso anno sono state prodotte meno di 100mila autovetture e i lavoratori sono poche migliaia e di questi circa 2300 sono in cassa integrazione a rotazione per 7 settimane: ovviamente a carico dello Stato Italiano mentre le tasse la Fiat le paga all’ estero.

    Il segno di un abbandono che sa di definito. Era prevedibile? Certo che sì. Dal matrimonio con Chrysler fino alla fusione con i francesi e la nascita di Stellantis, tutti i programmi, gli investimenti sono stati sempre in perdita per il ramo d’azienda italiano. Fiat, Alfa, Lancia e Maserati, per intenderci. Gli ultimi sviluppi e le parole dell’amministratore delegato Tavares (che errore lasciare questo ruolo decisionale e decisivo nelle mani della parte francese di Stellantis!) lasciano poche speranze. La produzione di vetture sarà sempre meno in Italia e quasi nulla a Mirafiori di Torino.

    Quello che era il cuore della produzione di auto in Italia è destinato a diventare il luogo dove le macchine, usate e fine vita, verranno smontate per recuperare pezzi di ricambio. Che tristezza!

    A costruire auto si va nei Paesi dove i costi di produzione sono inferiori, qualche anno fa nell’Est Europa, adesso nel Nord Africa, Marocco e Algeria. Ma Torino e il Piemonte non sono solo Mirafiori. Quella capacità dio lavorare per l’auto – il cosiddetto know how – dell’indotto che fine farà.

    Mamma Fiat non c’è più. Se ne sono accorti quasi tutti, tranne la politica e i grandi giornali. Ma quelli sono ancora in mano loro.

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