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  • Gianduiotti, troppo buoni

    13 dicembre 2025 • CINQUE SENSI • 6395

    gianduiotti

    La necessità aguzza l’ingegno e spesso regala risultati sorprendenti, come nel caso del gianduiotto, o giandojòt che dir si voglia. Il tutto ebbe inizio grazie a un ricco valdese il cui nome fa ormai parte della storia dell’industria dolciaria italiana: Pier Paul Caffarel.

    Caffarel era nato nelle Valli Occitane Valdesi, a Luserna San Giovanni, in provincia di Torino, nel 1783. Nel 1826 Rilevò una piccola conceria a Torino in via Balbis, nel quartiere San Donato, e mise in piedi la sua fabbrica di cioccolato. Comperò un macchinario innovativo che riusciva produrre ben 320 kg di impasto al giorno, ma fece un ulteriore importante acquisto: una macchina idraulica che serviva a raffinare il cacao e a miscelarlo con lo zucchero e la vaniglia. L’energia elettrica per far funzionare i due macchinari e la macina per il cacao, era fornita dalla ruota idraulica della vecchia conceria alimentata dalle acque del canale Pellerina. Le sue attrezzature e il loro sistema di alimentazione, resero rivoluzionaria la piccola fabbrica tanto che la fama superò le Alpi. Un pasticcere svizzero, tal Cailler, venne a visitarla e a carpirne i segreti, tornato in Svizzera aprì la prima fabbrica di cioccolato.

     

    Nel 1845 la gestione della cioccolateria torinese era nelle mani del giovane Ernesto Alberto Caffarel, nipote del fondatore, che aveva fatto entrare in società un bravissimo artigiano: Michele Prochet, proprio a quest’ultimo si deve l’idea dei gianduiotti.  L’alto costo del cacao, dei trasporti e dei noli navali, lo indussero ad aggiungere, alla miscela del cioccolato, una buona quantità di polvere di nocciole, prodotto piemontese di alta qualità, basso costo e facile reperibilità. Fu una trovata geniale, l’impasto ottenuto era delizioso.

     

    L’elevata quantità di polvere di nocciole contenuta nell’impasto non permetteva però che il gianduiotto fosse prodotto in stampi, quindi per lungo tempo il cioccolatino fu tagliato a mano. Successivamente venne prodotto con il metodo dell’estrusione: la crema di cacao e nocciole veniva versata in vasche che avevano sul fondo buchi della lunghezza del cioccolatino, un movimento ritmico faceva colare la crema su una lastra metallica e veniva interrotto quando la “piramide” era completa: il segreto del gianduiotto era in quel movimento e nel giusto tempo di colatura.

     

    Al nuovo cioccolatino venne imposto, in un primo tempo, il nome “givu”che nel dialetto piemontese indica il mozzicone di sigaro, un richiamo alla sua forma tozza e troncata. Ma il” givu” aveva un’altra importante caratteristica che lo rendeva unico ed eccezionale:  era il primo cioccolatino incartato, la sua stagnola poteva essere dorata o argentata.

     

    Venne presentato al pubblico durante il carnevale del 1865, Gianduja stesso fu incaricato di distribuire, al numeroso pubblico presente durante la sfilata, grandi quantità di cioccolatini, da qui il suo nome. Caffarel depositò immediatamente il marchio “Gianduja” e tutt’ora è l’unica azienda che può stampare l’effige della maschera torinese sui suoi gianduiotti.

     

    Oggi il gianduiotto è prodotto da diverse aziende che lo distribuiscono in tutta Italia e nel mondo, alcune lo realizzano in stampi con macchine progettate e costruite appositamente ma, perché il cioccolatino si stacchi facilmente dal contenitore, deve essere più duro e contenere quindi una percentuale minore di cioccolato. I veri intenditori continuano perciò ad apprezzare e acquistare il gianduiotto prodotto per estrusione, con l’impasto inventato e tutt’ora prodotto da Caffarel e dai migliori cioccolatai piemontesi. Il gianduiotto ben si abbina ad un sorso di spumante rosato dell’Alta Langa, uniti creano un’insieme di gusti raffinati e complementari.

    Patrizia Durante

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  • GIROVAGANDO.. L’ ABBAZIA DI STAFFARDA

    12 dicembre 2025 • LUOGHI E LIBRI • 3015

    ABBAZIA_DI_STAFFARDA

    È uno dei gioielli medievali del Piemonte, purtroppo poco conosciuta, anche perchè poco pubblicizzata e non ben indicata nella cartellonistica stradale.

    Antichissimo complesso abbaziale, in quanto fondata tra il 1122 ed il 1138 sul territorio dell’antico Marchesato di Saluzzo. Nel giro di pochi decenni  l’Abbazia benedettina cistercense raggiunse una notevole importanza economica perchè era luogo di raccolta, trasformazione e scambio dei prodotti delle campagne circostanti, rese fertili dai monaci con estese e complesse opere di bonifica. L’importanza economica aveva portato all’Abbazia privilegi civili ed ecclesiastici che ne fecero il riferimento della vita politica e sociale del territorio.

    Nel 1690 i Francesi, guidati dal generale Catinat invasero l’Abbazia distruggendo l’archivio, la biblioteca, parte del chiostro e del refettorio; dal 1715 al 1734, con l’aiuto finanziario di Vittorio Amedeo II,  vennero effettuati lavori di restauro che in parte alterarono le originali forme gotiche dell’architettura.
    Con Bolla Pontificia di Papa Benedetto XIV, nel 1750, l’Abbazia ed i suoi patrimoni divennero proprietà dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro,  ed eretti  in Commenda.

    Del complesso abbaziale si apprezzano in particolare la Chiesa, con il Polittico di Pascale Oddone e il gruppo ligneo cinquecentesco della Crocifissione,  il Chiostro, il Refettorio, con tracce di dipinto raffigurante “L’ultima cena”, la Sala Capitolare, la Foresteria; gli altri edifici costituiscono il cosiddetto “concentrico” di Staffarda, ossia il borgo, che conserva tuttora le  storiche strutture architettoniche funzionali all’attività agricola, come il mercato coperto sulla piazza antistante l’Abbazia e le cascine.1508

    Questo gioiello cistercense merita davvero una visita per ritornare indietro nel tempo e riassaporare i silenzi della vita dei monaci, ma anche per scoprire le prelibatezze culinarie che ancora oggi vengono preparate e vendute. Prodotti tipici della zona da portarsi a casa senza mancare una visita in una delle tante trattorie che si trovano nei vicini comuni di Revello, Saluzzo, Moretta, Cavour dove potrete degustare pranzi tipici piemontesi con un rapporto qualità-prezzo davvero interessante

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  • QUANDO IN PIEMONTE SI VINCEVANO I CAMPIONATI

    11 dicembre 2025 • COSE NOSTRE • 461

    calcio generica 2
    La ProVercelli ha vinto sette scudetti tra il 1908 e il 1922. L’Alessandria non ha mai vinto scudetti, ma è stata fra le grandi del calcio italiano. Per non parlare del Grande Torino e del Toro di Pianelli e quello di Borsano. La Juventus è la più titolata squadra del nostro calcio, con l’incredibile serie di scudetti conquistati fra il 2012 e il 2020.
    Ed è proprio da 5 anni che i trionfi calcistici hanno dimenticato il Piemonte. E ovviamente parlo di Juventus, perché se parliamo di Toro, per ritrovare uno scudetto, occorre fare un salto indietro di 50 anni, al 1976.
    Non è solo questione di supremazia sportiva. Forse l’assenza di vittorie è anche la conseguenza di un territorio che patisce un momento di crisi. Quantomeno di difficoltà.
    Il confronto con le regioni vicine è sconfortante. La Liguria ha una squadra in serie A e tre in serie B. La Lombardia 5 formazioni in massima serie e 2 fra i cadetti. Il Piemonte solo due in serie A e poi più nulla, 0 in B, e il Novara in C.
    La ricchissima provincia di Cuneo ha una formazione che gioca, da quest’anno, nella Superlega di pallavolo maschile, poi più nulla.
    Non si tratta solo di prestigio sportivo. Un gruppo di taxisti mi confidarono un giorno, a Torino: “Sa quando noi facciamo i veri affari? Quando la Juve gioca in Coppa”. E’ proprio così.
    Il calcio costa caro, anzi carissimo ma crea interessi, giri d’affari enormi per ristoranti, hotel e per il commercio in genere.
    Torino era la capitale del calcio. Era, appunto. Tutto questo al di là delle amarezze di noi tifosi
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  • In Piemonte non c’ è il mare, ma le acciughe sì

    6 dicembre 2025 • CINQUE SENSI • 21715

    acciughe

    Non è la trota, neppure le carpa e tanto meno la tinca: il pesce tipico del Piemonte è senza dubbio l’acciuga.

    Piccola ma polposa, dal sapore intenso e inconfondibile è il pesce più presente sulla tavola della nostra regione. Bagna caoda, acciughe al verde, peperoni al forno con salsa d’acciughe, topinambur con acciughe e pomodori, fiori di zucchine farcite con salmerino e salsa di bagna caoda, trote con salsa di acciughe, sono solo alcuni dei piatti tipici, ma perfino l’ insalata Nizzarda non esisterebbe se l’acciuga non avesse saltato le Alpi e non facesse parte, da secoli, del nostro patrimonio culinario.

    Ma visto che in Piemonte non c’è il mare, come ha potuto questo meraviglioso pesce azzurro contaminare in maniera così radicata e profonda la nostra cucina? Le origini sono davvero lontane e le ipotesi addirittura fantasiose. Alcuni sostengono che le acciughe siano apparse in Piemonte al seguito dei Saraceni che, dopo aver messo a ferro e fuoco la Provenza, continuarono a far razzia nelle valli piemontesi; alcuni di loro però, stufi di battaglie e sangue, decisero di stabilirsi nei paesini montani e introdussero l’uso delle acciughe che, ben conservate sotto sale, erano un ottimo approvvigionamento per i lunghi mesi invernali.

    Ma la teoria più accreditata, che ha dato il via ad alcune belle pagine letterarie, è ben più suggestiva, parla di contrabbando. Contrabbando di sale. Un alimento prezioso e, per molto tempo, merce rara per la nostra regione. Si parla di tre, forse quattro secoli fa: epoca in cui il sale veniva prodotto a Salon de Provence, e gravato da altissime tasse doganali. Veniva quindi trasportato in barili e venduto in tutto il nostro territorio.

    Non ci è dato sapere chi fu il primo contrabbandiere che ebbe l’idea di coprire il sale con alcuni strati di acciughe, ma siamo sicuri che, visto che le acciughe erano molto apprezzate e si vendevano senza difficoltà, ben presto questo tipo di commercio, meno rischioso e egualmente redditizio, prese il sopravvento.

    La via del sale si snodava dalle coste francesi passando per Sanremo, Oneglia per poi salire a nord fino a superare il col di Nava. E’ qui che l’acciuga fa il suo salto. Scende poi verso Limone Piemonte e si dirige verso Ceva, Montezemolo e ancora verso Cuneo fino ad arrivare a Dronero, all’imbocco della Val Maira.

    Dronero è la patria degli acciugai (anciuè in dialetto piemontese). Nel lungo periodo freddo, di riposo dal lavoro dei campi, il capofamiglia partiva, andava in Liguria e comperava le acciughe, gli altri componenti della famiglia lo raggiungevano a trattative concluse, con i caruss, caratteristici carretti costruiti in valle, molto leggeri ma robusti e quasi sempre dipinti d’azzurro. Caricavano i barili di acciughe e giravano poi in tutta la regione cercando acquirenti. Sovente si spingevano fino in Lombardia, e in Emilia.

    Era un lavoro duro, ogni acciugaio poteva percorrere anche più di trenta chilometri al giorno, spesso il pranzo e la cena erano un paio di acciughe, scrollate dal sale e infilate dentro un tozzo di pane. Molte volte l’attività non portava grandi guadagni, ma consentiva, a chi la praticava, di non pesare sulla famiglia: per qualche mese c’era una bocca in meno da sfamare.

    Per alcuni, fu invece l’inizio della propria fortuna. I più bravi, ma anche scaltri e abili, fondarono dei veri imperi economici e industrie dedite alla conservazione del pesce. Negli anni ’60 la maggior parte degli acciugai ha abbandonato le montagne e si è trasferita in pianura, continuando il commercio con mezzi a motore. Ancora oggi è possibile trovare, nei mercati rionali o di paese, venditori di acciughe provenienti dalla Val Maira.

    E per celebrare l’acciuga, proponiamo una ricetta della nostra regione, originale e poco conosciuta, ma particolarmente appetitosa:

    Lasagne con salsa d’acciughe:

    Ingredienti per la pasta – 500 gr. di farina, 4 uova, un cucchiaio d’olio extra vergine d’oliva, un pizzico di sale.

    Ingredienti per la salsa – 8 acciughe sotto sale, 3 spicchi d’aglio, 1bouquet garnì (rosmarino, salvia e alloro legati assieme), 60 gr. di burro, 50 gr. di parmigiano reggiano grattugiato, olio extravergine d’oliva, sale e pepe nero.

    Disponete la farina a fontana sul piano lavoro, aprite al centro le uova e unite un cucchiaio d’olio extra vergine d’oliva. Impastate fino a ottenere una pasta soda e omogenea. Stendetela quindi in una sfoglia sottile e tagliatela in lasagne larghe circa 3 cm e lunghe 12 cm. Stendetele via via su un canovaccio infarinato.

    Dissalate le acciughe sotto l’acqua corrente, apritele ed eliminate la lisca e la coda. Scaldate in un tegame 40 gr. di burro unito a 5 cucchiai d’olio extra vergine d’oliva, unite il bouquet garnì, gli spicchi d’aglio schiacciati e lasciate insaporire. Unite quindi i filetti d’acciuga ben asciutti e fateli sciogliere a fuoco basso, nel frattempo eliminate l’aglio e gli aromi.

    Lessate le lasagne in abbondante acqua bollente e leggermente salata, scolatele molto al dente, lasciandole umide.

    Conditele a stati in una pirofila alternando la pasta con la salsa d’acciuga, il parmigiano e una macinata di pepe. Cospargete infine con il burro rimasto tagliato a fiocchetti e abbondante parmigiano, gratinate in forno già caldo a 190° per una decina di minuti. Buon appetito!

    Patrizia Durante.

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  • SCAFFALE: I RACCONTI DEL NATALE IN LANGA

    5 dicembre 2025 • LUOGHI E LIBRI • 453

    Cop_Natale_Langa

    Storie che parlano di ritorni alle radici, memorie familiari, nostalgia e piccoli miracoli quotidiani. Quattordici racconti che, come un coro di voci, percorrono la stessa terra da prospettive diverse ed esplorano paesaggi geografici e interiori, il fluire del tempo, i mutamenti sociali, la dimensione ancestrale del mondo contadino con le sue austere regole e i suoi tempi,  intrecciando i legami umani con l’atmosfera tipica delle feste.

    Perché nelle Langhe il Natale non è tanto una festa: è fatto di piccoli gesti e rituali semplici, regali modesti, malinconia per le trasformazioni del tempo e degli spazi, momento di bellezza imperfetta e affetto genuino. Il Natale come riconciliazione e riscoperta di sé, attraverso la forza di personaggi segnati dal destino e la vivida rappresentazione di vite che si rinnovano. Il linguaggio è ricco di dettagli sensoriali e di immagini, le scritture che alternano narrazione realistica e visioni poetiche, valorizzando il dialetto e la memoria storica. Lo stile mescola toni lirici e una prosa coinvolgente, capace di fare della tradizione locale un’esperienza universale e suggestiva, in perfetta sintonia con la migliore letteratura natalizia.

    Come spiega il curatore Luca Borioni, «gli autori di questa raccolta si muovono tra vigne e cortili, tra cascine e memorie. Ognuno di loro restituisce una Langa personale, ma un po’ tutti convergono sul sentimento delle radici».

    Dalla prefazione di Giuliana Cirio scopriamo che «Natale in Langa è un’antologia di racconti che parlano la lingua della comunità, della memoria, della condivisione. Ogni storia è un frammento di vita, un piccolo dono d’inverno che scalda il cuore e ci ricorda quanto la nostra terra sia ricca non solo di eccellenze enogastronomiche e bellezze paesaggistiche, ma anche di cultura, creatività e senso di appartenenza».

    L’antologia si chiude con un testo che è un omaggio al presepe vivente di Dogliani, una rievocazione popolare che anima il borgo medioevale con circa 350 figuranti in costume, unendo tradizione e comunità.

    NATALE IN LANGA

    a cura di LUCA BORIONI

    NEOS EDIZIONI

    14 euro

     

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  • SE CUNEO SURCLASSA TORINO

    4 dicembre 2025 • COSE NOSTRE • 481

    inalpiarena

    Negli ultimi giorni due eventi hanno catapultato il Piemonte al centro dell’attenzione, non soltanto italiana. Il successo straordinario (e riconosciuto da tutti) dell’organizzazione e del coinvolgimento del territorio per le ATP Finals. E l’assegnazione delle Stelle Michelin ai ristoranti italiani.

    Entrambi questi eventi portano la firma di Cuneo e non quella del capoluogo regionale, Torino.

    E mi spiego. Le ATP Finals si sono svolte all’Inalpi Arena. Cioè in un impianto che porta il nome-sponsor di un’azienda della Provincia Granda (del resto come il precedente PalaAlpitour).

    Nell’elogiare la lungimiranza, la bravura, la tenacia dei fratelli Invernizzi, proprietari di Inalpi azienda di latte in polvere e formaggi di Moretta (Cuneo), da torinese mi domando: possibile che il tessuto industriale della città non abbia saputo trovare, in questi anni, una realtà in grado di dare il nome al più importante luogo di sport e spettacoli di Torino? Lunga vita all’Inalpi Arena quindi, però smettiamola con la solita lagna retorica subalpina del “ma qui ci portano via tutto….”

    La città di Alba e le Langhe hanno conquistato un paio di Tre Stelle Michelin, massimo riconoscimento della prestigiosa guida francese.

    A Torino nemmeno un “tre stelle”, ma nemmeno un “due stelle”, la conferma dei soliti, e zero novità.

    Si può discutere dell’importanza di questi riconoscimenti, ma sta di fatto, che danno il segnale che…qualcosa qui non va.

    I Torinesi sono sempre pronti fare confronti con Milano. Ebbene, in questo settore il capoluogo lombardo vanta 18 stelle (tredici ristoranti con una stella, quattro con due stelle, uno con tre). Torino ne ha solo 9, la metà, e tutti con una stella. Oltre a indicare un’ottima cucina, una stella genera circa 805mila euro di indotto per il territorio locale, che salgono a 2,4 milioni per un due stelle e oltre 6,5 per tre stelle. Fate un po’ di calcoli.

    Cuneo surclassa Torino? Beh, fate un po’ voi…

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  • IL PANETTONE PIEMONTESE HA PIÙ DI UN SECOLO DI VITA

    29 novembre 2025 • CINQUE SENSI • 4146

    galuppanettone

    Il panettone basso e largo, tipicamente piemontese, ha già superato i 100 anni. Fu inventato, infatti, da Pietro Ferrua nella sua pasticceria di via Del Pino a Pinerolo. Originario di Dogliani (Cuneo) aveva in mente di  fare un prodotto diverso dal classico panettone milanese e inventò una forma nuova, più bassa, più larga e ricoperta con glassa di nocciole tostate piemontesi, mandorle e pezzettini di zucchero.

    “A le propi galup” disse la moglie Regina, assaggiandolo per la prima volta. E lì nacque il nome Galup che in dialetto significa ghiotto, prelibato.

    Fu subito un successo. Il panettone basso e largo incontrò immediatamente i favori del pubblico, soprattutto quello locale, pinerolese, torinese e in parte della provincia di Cuneo. Ma è soltanto grazie a un volto famoso, l’ immagine della piemontesità, il comico Erminio Macario, scelto come testimonial per gli spot televisivi, che la fama del Galup uscì dai confini regionali e conquistò l’ Italia intera. Il suo slogan “Galup la parte alta del panettone” diventò un refrain di successo.

    Con il passare degli anni  Pietro Ferrua passa la mano e cede la sua pasticceria alla Galup, industria dolciaria con sede sempre a Pinerolo. E oggi come cento anni fa la produzione del panettone basso e largo continua con lo stesso metodo, con i medesimi ingredienti

    In queste settimane prenatalizie la produzione del panettone basso e largo prosegue a ritmi frenetici: nello stabilimento di Pinerolo ne vengono sfornati 10-15mila al giorno. Per arrivare sulle nostre tavole, in varie declinazioni di gusti (cioccolato e pere, frutti di bosco, ecc.), ma sempre gustoso e “galup” per addolcire i nostri brindisi natalizi. Oggi come più di un secolo di anni fa.

     

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  • SCAFFALE: L’ UOMO DEI PRODIGI DI GRANDE E MANERA

    28 novembre 2025 • LUOGHI E LIBRI • 479

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    La vita di Gustavo Rol nei ricordi del suo medico personale. Il sottotitolo del libro sul grande e discusso personaggio torinese svela, fin dall’inizio, il punto di vista, dichiarato, degli autori.

    Un punto di vista assai vicino e intimo: Pier Giorgio Manera è vissuto accanto a Rol che lo considerava come un figlio. Ne ha condiviso gioie e dolori, successi e amarezze, fragilità e virtù. Ne emerge un ritratto nuovo, imprevedibile, di uno dei personaggi più controversi e misteriosi del Novecento italiano, un maestro illuminato capace di affascinare politici, artisti, filosofi, scienziati, personaggi famosi come Fellini,De Gaulle e Einstein. Ma anche gente comune e sconosciuta. Non si considerava un medium ma diceva dì avere accesso a realtà invisibili e a dimensioni che la scienza non riuscirà mai a spiegare. E non mancarono anche ì suoi detrattori che lo consideravano alla stregua di un illusionista.

    Il medico Manera e lo scrittore Carlo Grande (che non ha mai conosciuto Rol) dialogano sui grandi misteri della vita e della morte, sullo spirito religioso e sulla laicità del pensiero, seguendo il percorso terreno di Rol, usando quel personaggio torinese, colto e raffinato, come guidatore nel mondo dell’ incredibile.

     

    PIER GIORGIO MANERA CARLO GRANDE

    L’ UOMO DEI PRODIGI

    PIEMME EDITORE

    15 euro

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  • LUCI DI NATALE GIA’ IN AGOSTO?

    27 novembre 2025 • COSE NOSTRE • 446

    GIAVENOLUCINATALE

    Non credo di averlo notato soltanto io. Con l’arrivo di novembre, le luci natalizie hanno iniziato a comparire nelle strade, i centri commerciali sono già stracolmi di decorazioni e, incredibilmente, molte persone stanno pensando a come addobbare le proprie case.  Rispetto all’anno scorso il desiderio di festeggiare è arrivato decisamente in anticipo, come una sorta di riflesso collettivo che va oltre la tradizione. Ma perché?

     Secondo gli esperti di sociologia, le ragioni sono molteplici. Spesso il Natale rappresenta una fuga dalle difficoltà della vita quotidiana: il processo di decorare la casa e di prepararsi al Natale diventa così un atto simbolico, che aiuta a distogliere la mente dai problemi e a concentrarsi su ciò che è positivo.

     I social media continuano ad avere un impatto enorme su come viviamo il Natale. Rispetto all’anno scorso, nel 2025 è aumentata la produzione di contenuti natalizi social, già dal mese di ottobre. Le piattaforme come Instagram, TikTok e Facebook sono invase da decorazioni, idee per regali e tutorial per realizzare l’albero perfetto, e questo fenomeno ha spinto molte persone a “iniziare prima”. Le aziende, inoltre, sono state particolarmente astute nel lanciare promozioni natalizie anticipate

     Non si può ignorare il fatto che l’anticipazione del Natale ha anche un lato economico. Il mercato delle decorazioni natalizie è un business in continua crescita, alimentato dal desiderio di rinnovare e di aggiungere nuovi elementi ogni anno. Le aziende di decorazioni, abbigliamento e regali spesso spingono l’acquisto anticipato con promozioni speciali e campagne pubblicitarie. La pressione commerciale, quindi, gioca un ruolo fondamentale nel far sì che il Natale arrivi sempre prima nelle nostre case.

     Dai, che così facendo, arriveremo a cominciare a pensare al Natale appena tornati dalle vacanze. Che tristezza. A costo di sembrare all’antica. Io metterò le decorazioni, farò l’albero e il presepe soltanto l’ 8 dicembre. Non prima!

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  • CIBO AVANZATO AL RISTORANTE? PORTIAMOLO A CASA

    22 novembre 2025 • CINQUE SENSI • 3569

    FOOD DOGGY BAG

    “Hai gli occhi più grandi della bocca” diceva mia mamma per sottolineare la mia golosità. La frase mi è tornata in mente l’ altra sera quando ho ordinato una frittura di pesce: era buonissima, ma – essendo sazio –  ne ho avanzata più di metà nel piatto. Mia moglie, con candore, ha chiesto al cameriere di metterla in un apposito contenitore e l’ ha portata a casa. L’ abbiamo gradita il giorno dopo.

    Chiamatela “doggy bag” oppure “food bag”, non importa. E’ una moda esotica da imparare e importare in Italia, dove peraltro già c’ è “buta stupa”: la possibilità di portarsi a casa la bottiglia di vino, magari anche di pregio, avanzata al ristorante.

    Da noi c’è anche molta ritrosia nell’ approfittare della possibilità di portarsi a casa il cibo pagato e avanzato al ristorante. Ci vergogniamo.  Eppure i dati sugli sprechi alimentari sono impressionanti. Nel solo Piemonte più di 370mila tonnellate di cibo finiscono ogni anno dallo scaffale del supermercato o dal tavolo del ristorante direttamente nell’ immondizia. Un dato spaventoso. In Italia lo spreco alimentare vale circa 300-400 euro a famiglia, ogni anno.

    C’ è  una petizione per rendere obbligatoria la “food bag”, la scatola che il ristoratore dovrebbe consegnare al cliente per portare a casa il cibo pagato e non consumato.  Aderiamo alla raccolta firme  su “change.org”, ma soprattutto impariamo a chiedere la “food bag” al ristorante. E’ un nostro diritto, ma anche un modo per rispettare il cibo e l’ ambiente.

     

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