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  • IL CAVOLOVERZA, IL MAXI-ORTAGGIO DELLA TRADIZIONE

    30 dicembre 2023 • CINQUE SENSI • 2167

    cavoloverza

    L’ omologazione dei  banchi verdura nei supermercati lo avevano penalizzato, ma adesso invece è diventata la sua arma vincente. E’ la risposta italiana ai Cavolini di Bruxelles. Stiamo parlando del CavoloVerza, un ortaggio che nel Canavese e in particolare nel territorio di Montalto Dora trova il suo habitat di crescita e di coltivazione assolutamente privilegiato. E qui il CavoloVerza raggiunge davvero le dimensioni eccezionali incredibili. Nel secolo scorso la Gazzetta del Popolo ne fotografò uno addirittura di un metro e quaranta di diametro.

    Cresce bene in questi territori perchè a Ivrea la Dora, in passato, esondava dal suo alveo, allagava dappertutto e concimava i terreni, Il CavoloVerza viene seminato a maggio e lo raccolto in inverno, anzi se gela nei campi il su sapore è ancora migliore.

    Dicono che del CavoloVerza  si mangia tutto, compreso il torsolo iobn insalata.

    Sarà vero che di questo ortaggio si mangia tutto, ma il top lo si raggiunge con la zuppa di cavolo verza. Nella carta dei menù del Canavese è sempre presente per tutti i mesi invernali. Pane raffermo, brodo, fette di toma e foglie di CavoloVerza: la ricetta è semplice quanto antica.

    Già, perché gustando la zuppa di CavoloVerza si assapora davvero la tradizione.

     

     

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  • SCAFFALE: MELLA E QUELLI CHE FECERO L’ IMPRESA

    29 dicembre 2023 • LUOGHI E LIBRI • 1609

    feceroimpresa

    Quando si parla del Risorgimento, del fare l’Italia, “l’impresa” appunto, si pensa sempre ai grandi nomi come Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini e Cavour. Ma quella stagione di libertà, speranze e sogni d’indipendenza fu vissuta da migliaia di uomini e donne nei circoli politici, nella vita sociale e soprattutto sui molti campi di battaglia. Non basteranno decenni per scoprirli tutti. Alessandro Mella ha provato a raccoglierne alcuni dei meno noti, dei più curiosi, eppure non meno eroici, in un volume, per Marvia Edizioni, che si propone di custodirne la memoria. Esempi tra migliaia di esempi, spesso dimenticati. Figure da ricordare prima che l’oblio le porti via e le disperda nei gironi danteschi della grande storia. A completare il libro, in appendice, alcune parti speciali dedicate agli altri veterani, alle Donne del Risorgimento, alle medaglie di questo periodo storico ed al ruolo di Garibaldi come alfiere dei disabili ed invalidi in Italia.

    Il volume è aperto da un’introduzione della dott.sa Anna Poerio, saggista, storica e nipote del celeberrimo patriota Carlo.

    ALESSANDRO MELLA

    MARVIA EDIZIONI

    15 euro

     

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  • IN MONTAGNA QUANTI ZOZZONI

    28 dicembre 2023 • COSE NOSTRE • 1513

    20231213_120953

    Non era necessario lo studio di CleanAlp: basta camminare per sentieri e boschi, per rendersi conto di quanti zozzoni ci sono in giro perché le nostre montagne. Ma certo, lèggere nero su bianco, che quasi mezzo chilo di rifiuti, in gran parte in plastica, è disseminato ogni chilometro di escursione, fa veramente impressione.

    Si trova di tutto, a partire dai fazzoletti di carta ai mozziconi di sigarette, e poi confezioni per gli alimenti – bottiglie, contenitori per succhi, cioccolatini, caramelle, panini – e tutto ciò che, escursionisti e frequentatori della montagna, si portano dietro e disseminano in giro.

    Ma non mancano ritrovamenti singolari: mutande, pneumatici, preservativi, assorbenti femminili, lattine, cotton fioc, puntine da disegno, sacchetti con feci di cani. I padroni magari non li raccolgono in città, ma nei prati e boschi (dove si smaltirebbero naturalmente in poco tempo) invece sì, lasciandosi dietro la plastica. Quasi il 30% dei rifiuti risale a oltre 40 anni fa.

    Ed è giusto anche stilare classifiche, come ha fatto Franco Borgogno ideatore del progetto CleanAlp. Gli escursionisti più puliti sono quelli che sono transitati sul Sentiero dei Fiori in Valle Stura (Cuneo), mentre quelli sul Monte Barone in Val Sessera (Biella) hanno lasciato il maggior carico di rifiuti.

    Stupisce però che, a lasciare tante schifezze sui monti, siano proprio coloro che li frequentano con maggiore assiduità, perché proprio alpinisti, escursionisti e villeggianti, dovrebbero essere invece grandi amanti dell’ambiente e della natura. Ma il rispetto, lo dimenticano a casa.

     

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  • IN MONTAGNA QUANTI ZOZZONI

    28 dicembre 2023 • Archivio • 985

    20231213_120953

    Non era necessario lo studio di CleanAlp: basta camminare per sentieri e boschi, per rendersi conto di quanti zozzoni ci sono in giro perché le nostre montagne. Ma certo, lèggere nero su bianco, che quasi mezzo chilo di rifiuti, in gran parte in plastica, è disseminato ogni chilometro di escursione, fa veramente impressione.

    Si trova di tutto, a partire dai fazzoletti di carta ai mozziconi di sigarette, e poi confezioni per gli alimenti – bottiglie, contenitori per succhi, cioccolatini, caramelle, panini – e tutto ciò che, escursionisti e frequentatori della montagna, si portano dietro e disseminano in giro.

    Ma non mancano ritrovamenti singolari: mutande, pneumatici, preservativi, assorbenti femminili, lattine, cotton fioc, puntine da disegno, sacchetti con feci di cani. I padroni magari non li raccolgono in città, ma nei prati e boschi (dove si smaltirebbero naturalmente in poco tempo) invece sì, lasciandosi dietro la plastica. Quasi il 30% dei rifiuti risale a oltre 40 anni fa.

     

    Ed è giusto anche stilare classifiche, come ha fatto Franco Borgogno ideatore del progetto CleanAlp. Gli escursionisti più puliti sono quelli che sono transitati sul Sentiero dei Fiori in Valle Stura (Cuneo), mentre quelli sul Monte Barone in Val Sessera (Biella) hanno lasciato il maggior carico di rifiuti.

    Stupisce però che, a lasciare tante schifezze sui monti, siano proprio coloro che li frequentano con maggiore assiduità, perché proprio alpinisti, escursionisti e villeggianti, dovrebbero essere invece grandi amanti dell’ambiente e della natura. Ma il rispetto, lo dimenticano a casa.

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  • L’ ALBAROSSA, VITIGNO AUTOCTONO DI GRAN CORPO

    23 dicembre 2023 • CINQUE SENSI • 1987

    albarossa

    Barolo, Nebiolo o barbera? Non solo, c’è anche l’ Albarossa un vitigno creato nel 1938 in Piemonte con lo scopo proprio di sposare questi importanti vini del Piemonte. Un innesto opera del professor Dalmasso, preside della facoltà di agraria: è l’ unione del vitigno del Barbera e del Nebiolo

    In questi quasi 90 anni di vita l’ Albarossa ha conquistato la denominazione d’ origine controllata ed è diventato uno dei vini autoctoni che maggiormente piace al pubblico e agli esperti. Una produzione limitate fra Langhe Roero e Monferrato: circa 400mila bottiglie ogni anno commercializzate da 22 produttori.

    Un vino importante, corposo che raggiunge anche i 15 gradi alcolici, di colore rosso rubino, spesso intenso e profondo, al palato risulta speziato, e si adatta a piatti importanti, ma l’ Albarossa si sposa benissimo anche con i piatti tipici di osterie e trattorie

     

    Insomma Albarossa, un vitigno e un vino che davvero uniscono i territori di Langhe, Monferrato e Roero – patrimonio mondiale dell’ Unesco – e che è pronto a conquistare il mondo.

     

     

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  • GIROVAGANDO: GIAVENO, IL PAESE ILLUMINATO

    22 dicembre 2023 • LUOGHI E LIBRI • 3091

    GIAVENOLUCINATALE

    Giaveno, 17mila abitanti, capitale della Val Sangone in provincia di Torino, da 4 anni è diventata il paese illuminato con il suo Festival delle Luci di Natale che attira migliaia e migliaia di turisti dal Piemonte, ma anche da fuori regione. Per un mese questa cittadina ai piedi delle Alpi, ogni sera, indossa gli abiti variopinti con luci, filmati, video, tutti a tema natalizio che rivestono le case, le chiese, i monumenti, le fontane in un tripudio di colori e musiche, un’ immersione per ogni visitatore – adulto o piccino – nel magico fascino del Natale.

    Perché non bisogna dimenticarlo mai, Natale è la festa della luce. E ovviamente sono i bambini, i primi ad essere emotivamente coinvolti

    Ma la vera novità per questo Natale 2021 è il Bosco incantato. Gli alberi del Parco Palazzo Martini, sede del municipio, parlano, cantano, si illuminano invitano i bambini in una caccia al tesoro veramente fatata

    Insomma girando per Giaveno si torna bambini, gli occhi si illuminano con quell’ effetto sorpresa che da sempre caratterizza il Natale. E poi diciamolo, è anche un modo per dare un segnale alla nostra ripartenza…

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  • NINNA-NANNA CON IL TELEFONINO

    21 dicembre 2023 • COSE NOSTRE • 1941

    bambini-cellulare

    Quando ho letto i risultati della ricerca dell’ Associazione nazionale Dipendenze Tecnologiche e Cyberbullismo, non credevo ai miei occhi: sono rimasto allibito.

    Più del 60 per cento dei neogenitori non racconta più favole ai bambini fino ai 3 anni, né canta la ninna nanna per farli addormentare. Usa delle APP del telefonino.

    La motivazione è che non c’è tempo e nemmeno energia.

    Anche per far mangiare il neonato, madri e padri si affidano alla tecnologia, perché richiede meno fatica. Oltre la metà dei genitori si intrattiene sullo smartphone durante le poppate o lo svezzamento (perdendo di fatto il contatto con il bambino!). Mentre il 64 per cento dei genitori ammette di usare il telefonino per intrattenere i figli durante la giornata.

    Lo confesso: ricordo perfettamente la “nana-cucheta”, cioè il canto della ninna-nanna di mia mamma, anche perché poi, lo ha ripetuto con mio figlio.

    Questo che sto per scrivere, non è una mia opinione, ma quanto sostengono gli esperti: la voce dei genitori ha un potere magico e rassicurante, soprattutto durante la fase dell’addormentamento.

    E poi le favole? Quando un genitore racconta una storia non è solo un fatto di sonorità o di parole, ma è un passaggio di tradizioni, di valori, di spiegazioni ed è un’opportunità per il bambino di sentirsi accolto in un contesto protettivo e amorevole.

    Sono momenti irripetibili. E noi li cediamo al telefonino?

    Il 41 per cento dei genitori riferisce di calmare il bimbo con lo smartphone quando piange o è arrabbiato. Cioè stiamo insegnando alle nuove generazioni a calmarsi o gestire le proprie frustrazioni, attraverso uno schermo illuminato.

    Non mi vengono commenti da fare.

    Lasciatemi al mio stupore e – se mi permettete – anche a un pizzico di indignazione.

     

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  • LA STORIA DEI PAVESINI

    16 dicembre 2023 • CINQUE SENSI • 5748

    Pavesini

    Hanno accompagnato la nostra infanzia. Molto più in televisione che nella nostra cartella. Le nostre mamme, per l’intervallo, preferivano preparaci un panino col prosciutto piuttosto che darci prodotti confezionati. Quando però ne entrava un pacco in casa era una vera festa. Stiamo parlando dei Pavesini, i biscotti nati a Novara dal genio di un fornaio: Mario Pavesi.

    La Pavesi biscotti S.p.A. ha già compiuto 60 anni, ma i Pavesini sono nati molto prima. Siamo nel 1937 quando Pavesi inizia la produzione del Biscottino di Novara in un piccolo forno: biscotti friabili, leggeri e dalla forma accattivante. Il passaggio successivo avviene nel 1940, Pavesi trasferisce la produzione in uno stabilimento con 20 dipendenti e cambia nome al prodotto, diventa il Biscottino di Pavesi, e poi Pavesini.

    L’idea vincente: trasformare il vecchio biscotto in uno più piccolo e confezionarlo in comode porzioni da portare sempre con sè, uno spuntino da mettere in borsetta o nella cartella dei bambini. E’ il 1953, l’Italia sta risorgendo dalle macerie della guerra, ma il fermento per il  boom economico è già nell’ aria.

    Nei primi mesi del 1954 Mario Pavesi inizia la grande impresa, apre uno stabilimento industriale in corso Vercelli a Novara e si affaccia al mondo della comunicazione e della promozione del prodotto. L’industriale fornaio ha le idee chiare è già nel 1952 investe 20 milioni di lire per una campagna pubblicitaria dove un Pavesino dotato di braccia e gambe si tuffa in una tazza di caffèlatte. Nel 1958 nasce l’orologio con i Pavesini al posto dei numeri delle ore, con la famosa scritta “E’ sempre l’ora dei Pavesini”.

    Chi non ricorda Topo Gigio, testimonial d’eccezione a Carosello che alla fine della sua scenetta raccomandava: “Tenetevi su con i Pavesini”? Una curiosità: negli sketch del Carosello vigeva una regola ferrea, per un minuto e quarantacinque secondi era vietato pronunciare il nome del prodotto reclamizzato, sarà per questo che il motto finale ci rimaneva così impresso? Mario Pavesi non si ferma però ai biscotti, è un grande imprenditore e quando l’Italia inizia appena a costruire le autostrade, a lui salta in mente di realizzare un autogrill. Dove? A Novara, ovviamente. Costruito sulla Torino-Milano nel 1950.

    Tutta la sua vita professionale è incisa in un bassorilievo che lo ritrae all’ingresso dello stabilimento Pavesi: “Arrivare prima degli altri”. E lui è arrivato prima in molte occasioni, con i Pavesini snack, con gli autogrill, ma anche con i cracker e nel 1967 con il primo biscotto farcito dell’industria dolciaria italiana: i Ringo e come dimenticare i Togo, parola che in dialetto significa straordinario, eccezionale? Un dolce successo piemontese a cui dare quindi il giusto risalto e di cui andare fieri. Mario Pavesi, un personaggio che ha saputo cavalcare l’onda del boom economico con qualità fantasia e innovazione. Insomma, un vero Togo!

    Patrizia Durante

     

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  • SCAFFALE: SENZA I TUOI OCCHI DI FILIPPA D’AGATA

    15 dicembre 2023 • LUOGHI E LIBRI • 2044

    SENZAITU0IOCCHI

    E’ sempre difficile recensire l’opera prima di un neo-scrittore. E poi, se quest’autrice la annoveri anche fra le tue amicizie, il compito si fa davvero ostico. Per questo, prima di esprimere pareri su ”Senza i tuoi occhi” di Filippa D’Agata  lo abbiamo voluto leggere in due, senza esternare commenti, per non influenzarci a vicenda.

    La recensione è quindi a 4 mani.

    Si tratta di un bel giallo, scritto bene, che scorre velocemente, dove tutti i personaggi sono chiaramente delineati nel carattere, nella psicologia e nel modus operandi. A cominciare da Olivia Castorina, siciliana, da poco nominata maresciallo della piccola caserma dei Carabinieri in un paese sul Lago Maggiore.  Fin troppo facile ritrovare segnali dell’autrice, Filippa D’Agata appunto, che, emigrata dalla provincia di Catania, inizialmente approdò proprio sulle rive del grande lago nel Nord del Piemonte. Nulla di strano: è normale che in qualsiasi romanzo ci sia qualcosa di autobiografico e lo si ambienti in luoghi conosciuti, specialmente se così pittoreschi e caratteristici.

    L’ autrice non ha mai fatto indagini, si occupa di tutt’altro, ma le sue reazioni e i suoi pensieri, di fronte a quell’ambiente e a quelle popolazioni, così diverse da quelle siciliane, appartengono a Olivia Castorina così come a Filippa D’Agata.

    Per il resto è una bella storia, con i tempi giusti, i precisi indizi, i ritmi sincopati del giallo che reggono bene fino alla fine, tenendo il lettore legato alle pagine. Inizia con il ritrovamento di 4 cadaveri che affiorano casualmente dalle rive del lago, 4 donne orribilmente mutilate con – all’apparenza – nulla in comune fra di loro. E invece, l’intuito, la tenacia e la testardaggine della giovane maresciallo, riusciranno a dare un nome e un volto a chi ha commesso i delitti.

    Se il buongiorno si vede dal mattino, attendiamo con curiosità il prossimo romanzo di Filippa D’Agata, convinti come siamo, che la seconda opera non è più semplice della prima, anzi, spesso è più complicata da immaginare, scrivere e portare a termine.

    Patrizia Durante

    Beppe Gandolfo

    FILIPPA D’ AGATA

    SENZA I TUOI OCCHI

    ECHOS EDIZIONI

    15 euro

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  • QUANDO LE PAROLE SONO PIETRE

    14 dicembre 2023 • COSE NOSTRE • 1577

    femminicidi

    Non mi piacciono le giornate dedicate a ….. qualunque sia il tema di sensibilizzazione. Le trovo un modo per scaricarsi la coscienza e poi – il giorno dopo – non pensarci più. Per questo ho volutamente lasciato passare il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Per tornarci oggi.

    Più di 100 donne vittime di morte violenta, da inizio anno, sono un pugno nello stomaco, una vergogna, un grido di disperazione che non può cadere nel vuoto e nel silenzio o valere per una sola giornata. Di parole e promesse ne abbiamo sentite tante in questi giorni, non entro nel merito. Mi limito a riportare un piccolo vademecum per un uso corretto delle informazioni, delle notizie, dei servizi tv quando si affrontano tematiche così delicate e impegnative

    • NON SCRIVERE MAI CHE E’ UN MOSTRO, E’ UN UOMO CHE HA UCCISO UNA DONNA
    • NON SCRIVERE MAI LA SUA FIDANZATA, LA SUA EX, SUA MOGLIE: TOGLI L’AGGETTIVO POSSESSIVO
    • NON SCRIVIAMO “ERA POSSESSIVO COME LO SIAMO TUTTI A  VENT’ANNI”
    • NON SCRIVERE MAI “IN UN RAPTUS”, SE E’ STATO UN RAPTUS LO DECIDERA’ IL PROCESSO
    • NON SCRIVERE MAI “FOLLE DI RABBIA E DI GELOSIA”, NON E’ UN FOLLE, E’ UN CRIMINALE ASSASSINO
    • NON SCRIVERE MAI “SEMBRAVA UN BRAVO RAGAZZO”, UN ASSASSINO NON VA GIUSTIFICATO MAI
    • NON SCRIVERE MAI “L’ AMAVA TROPPO”, PERCHE’ L’AMORE NON UCCIDE
    • NON SCRIVERE MAI “NON LITIGAVANO, E’ STATO UN CASO” , NON SAPPIAMO COSA SUCCEDE FRA QUATTRO MURA
    • NON SCRIVERE MAI “E’ STATO UN FULMINE A CIEL SERENO”, COME SE ALLA BASE CI FOSSE UN COMPORTAMENTO DI LEI
    • NON SCRIVERE MAI “L’ENNESIMO FEMMINICIDIO”, UNA DONNA UCCISA OGNI TRE GIORNI E’ UN’EMERGENZA NAZIONALE

    Si potrebbe continuare, aggiungere altri consigli. Questi sono quelli redatti da un gruppo di colleghe e colleghi che si occupano di cronaca.

    La vera regola da imparare e seguire è che le parole sono pietre, le parole formano il pensiero, il modo di affrontare un argomento, l’educazione di ognuno. Sempre.

     

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