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  • ALLA SCOPERTA DI VINI E VITIGNI RARI

    9 dicembre 2023 • CINQUE SENSI • 3623

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    Il Piemonte è famoso nel mondo per i suoi vini nobili, Barolo, Barbaresco in primis. Poi ci sono altri vini, forse non altrettanto famosi, ma ugualmente apprezzati e conosciuti: Barbera, Dolcetto, Freisa, Grignolino, Moscato, Asti, Ruchè, Pelaverga, Erbaluce, Bonarda, Carema… e ne dimentico sicuramente qualcuno.

    Ma pochi sanno che la nostra regione ha una ricchezza – infinita quanto semisconosciuta –  di vini e vitigni rari. Piccole coltivazioni e produzioni ridotte che però rappresentano un tesoro da scoprire e valorizzare.

    Alle porte di Torino, sui pendi della Sacra di San Michele, è nata l’ Associazione tutela Baratuciat e vitigni minori. Il Baratuciat è un vino bianco che nasce in circa 8 ettari di vigneti nei territori della bassa Valsusa fra Trana, Buttigliera, Condove, Giaveno, Villarbasse: vinificato in purezza, ha profumi erbacei di sambuco, mela e eucalipto, ben strutturato..si beve che è un piacere.

    Se ci spostiamo in provincia di Cuneo ecco la Nascetta di Novello, vitigno semiaromatico coltivato in 85 aziende vitivinicole per un massimo di 390mila bottiglie. Il vino si accompagna bene con  antipasti freddi, formaggi, pesce crudo, crostacei e carni bianche.  Dall’ Astigiano arriva il Gamba di Pernice coltivato nei vigneti di Calosso, un rosso con profumo speziato, morbido al palato, di medio corpo tendenzialmente amarognolo. Quest’ anno viene messo in commercio, dopo 3 anni di affinamento, il prodotto del 2016, poche migliaia di bottiglie da non perdere.  E ancora l’ astigiano Uveline Uceline, vino di lusso che un tempo si regalava al dottore, al parroco, al podestà o al farmacista.

    Solo per citarne altri – sempre segnalati dalla Coldiretti – per la provincia di Alessandria il Slarina o Cellerina della Val Cerrina e dal Vercellese il Clone Cobianco di Ghemme.

    Insomma, è una vera e propria caccia al tesoro quella che si può fare alla ricerca di vitigni e vini rari del nostro Piemonte. L’ invito è di provarli e di segnalarcene altri.

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  • GIROVAGANDO.. L’ ABBAZIA DELLA NOVALESA

    8 dicembre 2023 • LUOGHI E LIBRI • 3967

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    L’Abbazia di Novalesa è il più antico complesso monastico della Valle di Susa. Situata nella panoramica Valle Cenischia, ai piedi del Colle del Moncenisio, l’Abbazia si trova in un ambiente suggestivo, contornata dalle cascate che scendono dalle Alpi Graie, nei prati posti a sud-ovest del paese.

    L’Abbazia è visitabile tutto l’anno. Consigliabile per i panorami il pieno inverno, la tarda primavera, l’estate o il primo autunno.

    Venne fondata nel 726 d.C. da Abbone, probabilmente un esponente della nobiltà franca. Fra i più antichi monasteri del Piemonte, divenne un importante centro monastico all’epoca di Carlo Magno, che probabilmente vi soggiornò prima di invadere l’Italia longobarda con la Battaglia delle Chiuse della Val di Susa.

    Successivamente danneggiata dalle invasioni dei Saraceni, vide il ritorno dei monaci intorno all’XI secolo, con un successivo periodo di splendore tra XI° e XII° secolo. Nel XIX° secolo venne espropriata e per effetto delle Leggi Siccardi venduta a privati, che la trasformarono prima in centro termale e poi in punto di ospitalità. Negli anni ’70 venne acquistata dalla Provincia di Torino e nel complesso abbaziale fecero ritorno, dopo centoventi anni, i monaci benedettini.

    La chiesa abbaziale della Novalesa, posta accanto al complesso monastico, è stata ricostruita quasi per intero nel XVIII° secolo. Ospita opere della pittrice locale Lia Laterza.

    La Cappella S. Eldrado è visitabile in alcuni orari durante l’apertura al pubblico dell’Abbazia. E’ un pregevole esempio di architettura medioevale alpina. Dedicata a un importante Abate della Novalesa, presenta affreschi dell’XI-XII° secolo. Da visitare il Museo del restauro del libro,  una realtà collegata all’attività oggi compiuta alla Novalesa dai monaci benedettini, esperti in restauro di antichi testi.

    In abbazia è presente un negozio per la vendita di prodotti realizzati dal monastero o dai confratelli di altre comunità.

    Fa pendant all’Abbazia il borgo storico di Novalesa, che ha conservato intatto il fascino di antica stazione di posta lungo la Via Francigena o Romea. La strada centrale, lastricata in pietra, da modo di ammiare le antiche case e la pregevole Chiesa parrocchiale, che conserva opere pittoriche della scuola romana. Nel borgo si possono ammirare scorci molto caratteristici. Il Comune di Novalesa ha restaurato una antica locanda posta lungo la via, chiamata Casa degli Affreschi.

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  • MANCANO CAMERIERI, DI CHI LA COLPA?

    7 dicembre 2023 • COSE NOSTRE • 1882

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    Non si è ancora spenta l’ eco per i successi della ristorazione piemontese – pluripremiata dalla Guida Michelin e apprezzata da turisti e atleti accorsi a Torino per le ATP Finals o per qualcuna delle tante fiere che caratterizzano i week end di novembre e dicembre – ed ecco che arriva subito un grido d’allarm: manca personale qualificato.

    Secondo la Confcommercio il 60% degli imprenditori lamenta, infatti, difficoltà a trovare personale. Mancano all’appello oltre 150 mila addetti a livello nazionale, per quel che riguarda il personale di sala. E in Piemonte mancano circa 15 mila addetti. Chi lavora in sala e al banco è la prima interfaccia tra locale e cliente. I camerieri, i maître di sala e il personale in genere, hanno una grande responsabilità: sono i portabandiera del ristorante o del bar in cui lavorano. E bisogna essere preparati per farlo bene.

    Scarso appeal per questi mestieri? Certo, ma anche colpa di trattamenti economici e contrattuali spesso non  adeguati: recentemente il titolare di un noto ristorante di Torino mi ha confidato che i suoi 12 dipendenti lavorano – da contratto – 40 ore alla settimana, cioè 8 ore per 5 giorni, con due di riposo. Quanti locali usano lo stesso parametro per i propri collaboratori?

    Ma colpa anche della scarsa attenzione di noi, clienti. Raramente il  cameriere viene trattato con rispetto e riguardo. Per non parlare delle mance, spesso davvero pochi spiccioli. Negli Usa è obbligatoria, cioè il 10-15-20 per cento del conto a scelta, in base alla soddisfazione del cliente.

    “Lavorare nella ristorazione – ha ben evidenziato Maria Luisa Coppa, presidente di Ascom Torino e provincia – è sicuramente un mestiere duro, che richiede sacrifici e grande serietà. Significa lavorare quando gli altri fanno festa, significa sacrificare la famiglia e gli affetti, ma significa, per contro, avere sempre opportunità di impiego, crescere professionalmente in un mondo ricco di offerta, sviluppare abilità comunicative e sociali e costruire giorno dopo giorno il proprio successo personale”.

    I cuochi sono diventati tutti chef, vere e proprie star. Così deve essere anche per camerieri, baristi e personale di sala. Perché il successo e il gradimento di un locale dipende anche da loro.

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  • SALAME DEL PAPA, DOLCE PIEMONTESE PER TUTTE LE FESTE

    2 dicembre 2023 • CINQUE SENSI • 5384

    salamadelpapa

    C’è chi lo chiama salame di cioccolato, chi salame turco, chi salame del re. In Piemonte, dove pare sia stato inventato, è  conosciuto da tutti come Salame del papa

    Sull’ origine di questa definizione però le spiegazioni differiscono. Alcuni sostengono che era il classico dolce da  mangiare in Quaresima per aggirare i divieti e  gli obblighi al digiuno della religione cattolica e quindi che aveva la benedizione del Papa. Altri invece sostengono che, essendo un dessert particolarmente prelibato, mettendone in bocca una fetta ti facesse stare proprio come un Papa.

    In realtà  è un dolce delizioso quanto semplice da preparare. Siamo andati in un angolo incantevole del Piemonte, a Montechiaro d’ Asti, fra prati, pascoli, colline per imparare la ricetta originale, proprio come lo facevano le nostre nonne. Giovanna, rinomata agrichef del Monferrato, ce lo prepara fra  le galline che razzolano nell’aia, le vacche al pascolo. Così  alla buona, senza segreti in un paesaggio bucolico che moltiplica l’ appetito e il piacere di gustare questa  prelibatezza.

    “Gli ingredienti base sono la nocciola Piemonte, il biscotto novellino, il cacao zuccherato e amaro , un uovo, un po’ di zucchero e un pezzo di burro; essenziale anche il rum. In una terrina mettiamo il burro che abbiamo lasciato all’ aperto perchè si ammorbidisca, aggiungiamo il cacao, il rum, le nocciole, i biscotti triturati, l’ uovo e cominciamo a impastare con le mani. Occorre legare bene gli ingredienti tra di loro per dare la giusta consistenza. Diamo all’ impasto la forma di un salame, lo cospargiamo con il cacao zuccherato: lo chiudiamo in una carta stagnola. A questo punto mettiamo il Salame del Papa in frigo dove rimarrà tutta la notte e il giorno dopo sarà pronto per essere tagliato a fetta e portato in tavola”.

     

    Un tempo era il tipico dolce pasquale, altra possibile spiegazione per il nome Salame del Papa: adesso è  davvero il dessert per tutte le stagioni. Natale, Pasqua, Ferragosto, va sempre bene e quando arriva in tavola è gran festa.

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  • SCAFFALE: TORINO IN CARROZZA DI BASSIGNANA

    1 dicembre 2023 • LUOGHI E LIBRI • 1798

    tram

    Nel 1835 un certo signor Adrien Toaran di Lione fece istanza al Comune di Torino per ottenere la concessione per l’esercizio di una linea di vetture omnibus. L’istanza venne respinta. Bisognava attendere dieci anni quando il signor Giovanni Rissone, che già svolgeva analogo servizio fra Torino e Moncalieri, riuscì a ottenere la concessione di due linee: una sul tragitto via della Rocca – piazza Emanuele Filiberto; l’altra da Porta Susa a Porta di Po. Il prezzo della singola corsa era di 10 centesimi.

    Il libro di Pier Luigi Bassignana, ricco di tante fotografie storiche inedite, ci racconta la storia di Torino attraverso quella della rete dei trasporti pubblici che, fin dalla seconda metà dell’Ottocento, ha dato modo a cittadini e ai lavoratori, ai turisti e ai viaggiatori, ad adulti e bambini, di attraversarla e di viverla. Agli inizi con le vetture a omnibus per cavalli fino al tramway, cioè la carrozza per tutti come la definì Edmondo De Amicis

    Dai primi collegamenti cittadini negli anni ‘40 dell’Ottocento alla nascita del trasporto cittadino su rotaia, che fu avviato alcuni anni dopo l’Unità d’Italia, fino alla Tav. Le vetture omnibus trainate da cavalli con guida di rotaia, che dominarono per quasi 50 anni il trasporto pubblico urbano di Torino; i primi tram elettrici (1898); la funicolare di Superga e quella per il Monte dei Cappuccini, che nei mesi invernali quando nevicava diventava una sorta di impianto di risalita trasformando il Monte dei Cappuccini in una Bardonecchia urbana; il trenino Torino-Rivoli; il traforo del Frejus; i treni popolari degli anni Trenta del Novecento e i viaggi organizzati come la “Giornata della neve” a Bardonecchia il 5 febbraio del 1934; la monorotaia di Italia ’61, la metropolitana “leggera” e quella sotterranea.

    PIER LUIGI BASSIGNANA

    TORINO IN CARROZZA

    EDIZIONI DEL CAPRICORNO

    14 euro

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  • STELLE MICHELIN? DA NOI SI MANGIA SEMPRE BENE

    30 novembre 2023 • COSE NOSTRE • 2320

    STELLAMICHELIN

    Fa discutere, in queste settimane, la nuova classifica della Guida Michelin che assegna, tra l’ altro, due stelle allo chef Mammoliti di Serralunga d’ Alba e una stella verde all’ agri-relais Coltivare di La Morra (meritatissima), ne toglie ad alcuni cuochi piemontesi e non premia altri locali che aspettavano l’ambito riconoscimento.

    Giusto? Sbagliato? Discutibile. Lo dicevano già i latini: “de gustibus non disputandum est”.

    Certo, la Stella Michelin dà prestigio e porta clienti. Ma non è quella l’unica unità di misura per giudicare uno chef. A cominciare dal fatto che ci sono altre guide e tanti altri riconoscimenti: per la Michelin il Piemonte è al quarto posto fra le regioni italiane, per altre recensioni, la nostra è la regione dove si mangia meglio.

    Sono convinto, come dilettante gourmand, e come giornalista che da un paio d’anni racconta piatti, ristoranti e vini del territorio, che in Piemonte si mangi davvero bene, praticamente ovunque. Il livello della nostra offerta enogastronomica è cresciuto, dall’osteria di paese, allo chef pluristellato. Quel che manca ancora è un po’ di cura nei particolari. Ancora tovaglioli di carta, posaterie fuori luogo e fuori posto, scarsa conoscenza dell’abbinamento dei vini, menù presentati alla rinfusa… e potremmo continuare. Ma sono appunto particolari, che però fanno la differenza.

    Infine, ancora una nota, un po’ polemica.

    E’ incredibile e inaccettabile che Torino non abbia un due o tre stelle Michelin. Il capoluogo della Regione, che vanta di essere la capitale dell’enogastronomia, dagli Anni Settanta non ha più un ristorante pluristellato. E’ un obiettivo prestigioso e, su questo, è fondamentale che intervengano e investano i privati, le fondazioni e le istituzioni.

    Altrimenti è vero che si mangia bene quasi ovunque, ma senza eccellenze. Insomma, il nostro classico… esageruma nen…

    Così non ci sarà mai il salto di qualità. Alba e le Langhe lo insegnano a tutti.

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  • WALSER SCHTUBA, TRIONFO DI SAPORI IN VAL FORMAZZA

    25 novembre 2023 • CINQUE SENSI • 3418

    RIALE

    Riale è una frazione del comune di Formazza, a 1750 metri di altitudine: una ventina di case, due chiese, la strada finisce lì. Al di là delle montagne e della Diga di Morasco c’è la Svizzera.

    Eppure vale davvero la pena arrivare fin lì, dopo aver superato le cascate del Toce, per assaporare la cucina di Matteo Sormani e l’ospitalità della sorella Francesca. I due infatti hanno dato vita, 20 anni fa, alla Walser Schtuba, un piccolo, accogliente hotel (7 camere) con un ristorante davvero sorprendente. Cucina tradizionale dei  walser, quelle popolazioni che secoli addietro arrivarono e si stabilirono in questa fetta del nord Piemonte: una cucina però rivisitata con i gusti dei nostri giorni.

    Vogliamo parlare della Pasta Walser (ditalini con verza e formaggio) oppure della Polenta Pasticciata, della Zuppa di Patate con uovo poscè, del maialino o dei dolci (insuperabile la crema di patate e topinambur e rabarbaro). Matteo Sormani usa solo e unicamente prodotti delle sue montagne, a cominciare dal Bettelmann un formaggio pieno di profumi e di sapori: addentandolo ritrovi il gusto di quelle montagne, di quei pascoli dove ovunque ti giri c’è acqua, sorgenti, torrenti, ruscelli. E le vacche pascolano libere, brucando e ruminando erba grassa, nutriente. E’ evidente che il latte prodotto riporti tutto quel ben di Dio nel piatto.

    “Con questa materia prima, metà dell’ opera è già bell’e che compiuta”  dice sorridendo Matteo Sormani. Ma non è soltanto così. Lui ci aggiunge tocchi d’esperta maestria, da vero chef. Non abbiamo dubbi che se la Walser Schtuba fosse in un grande città avrebbe già guadagnato una Stella Michelin.  Ma va bene così, i fratelli Sormani devono restare a Riale perché salendo fin lassù – seduti a tavola – godremo di un panorama divino e di una cucina assolutamente …. all’ altezza. .

     

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  • FIERE E SAGRE: SERVE UNA CABINA DI REGIA

    23 novembre 2023 • COSE NOSTRE • 1816

    sagre-fiere

    Citiamo solo a caso. In questo mese  di novembre in Piemonte ci sono la Fiera del Tartufo a Alba, a Murisengo, a Rivalba. Quella della mela a Cavour e Caprie. Il Porro è in festa a Cervere, la Rapa a Druento, il Cavolo-Verza a Montalto Dora, la Zucca a Santena, RossoBarbera a Costigliole d’Asti, la Polenta a Biella. Non dimentichiamo Peccati di Gola a Mondovì. A Torino ci sono Cioccolatò, una Mole di Panettoni e Dolcissima. Tra poco partiranno i Bagna Cauda Days.

    E chissà quante sagre o fiere, o manifestazioni enogastronomiche abbiamo dimenticato. Teniamo in considerazione che si arriva da un ottobre di Feste del Fungo, Sagre dell’ Uva, eccetera…Poi, a dicembre partiranno i Mercatini di Natale e i tanti inviti per brindisi, auguri, cene…

    Ho provato a cercare nel calendario gli appuntamenti per gennaio e febbraio. Poco o nulla.

    Ma perché?

    Certo, bisogna tenere conto della stagionalità. Sono consapevole che il Peperone lo si raccoglie in estate, mentre il Cavolo-Verza in autunno-inverno… Ma la polenta la si mangia sempre, la Bagna Cauda anche, i dolci non hanno stagione, così come la Barbera.

    Continuando con questi periodi di sovraffollamento, e periodi di desertificazione degli eventi, si finisce per contendersi e strapparsi turisti, visitatori, estimatori, in certi periodi dell’anno, da una località all’altra, per poi morire di inedia in altri mesi.

    Per non parlare poi, del mondo della comunicazione: nei periodi “pieni” al massimo si pubblica un trafiletto di segnalazione o si finisce nel calderone degli appuntamenti del week end, mentre invece, ognuno di questi prodotti e ogni evento, meriterebbero un approfondimento a sé, oltre a servizi particolareggiati, per raccontare le bontà del nostro territorio.

    Suggerimento per i prossimi anni: una cabina di regia.

    Una sorta di calendario condiviso  per far sì che l’autunno-inverno in Piemonte non si trasformi sempre in una grande e ingestibile abbuffata, per poi passare alla carestia di altre stagioni.

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  • E’ TEMPO DI BAGNA CAUDA

    18 novembre 2023 • CINQUE SENSI • 4377

    BAGNA CAUDA

    Acciughe, aglio e olio, questi sono i tre ingredienti della bagna caoda. Va servita in ciotole di terracotta che ne mantengano la giusta temperatura e accompagnata con ortaggi autunnali crudi e cotti. Nessuno dubbio sul fatto che sia un piatto tipico piemontese, ma per quanto riguarda le origini, sono in molti a contendersi la paternità. I cugini francesi, che proprio non sopportano di essere secondi a qualcuno, dicono la loro: la nostra amata bagna caoda deriverebbe dalla loro Anchoiade, nata nella notte dei tempi in Provenza e importata dai mercanti astigiani durante le spedizioni in quella terra per rifornirsi di sale e acciughe, peut-être.

    Ci piace di più la storia che parla dei mercanti francesi, provenienti dalla Provenza e dalle foci del Rodano, che attraversavano le Alpi Marittime, sulle antiche vie del sale, e portavano nel basso Piemonte acciughe sotto sale per avere in cambio vini, carni e ortaggi. Le acciughe sono infatti molto utilizzate nella cucina piemontese, non solo nella bagna caoda, ma anche conservate con il bagnet verd o ross o anche solo adagiate su una falda di peperone arrostito.

    Nei testi storici di gastronomia piemontese purtroppo è difficile trovare tracce della bagna caoda, perché considerata un piatto contadino e riservato alla tavola dei poveri; il suo alto contenuto d’aglio con le temibili conseguenze, la escludevano dalle mense dei nobili. Ma nel mondo contadino non era considerata un piatto della quotidianità, la bagna caoda si preparava nei momenti di convivialità e di festa. Era il piatto della fine della vendemmia, in cui ci si lasciava alle spalle un’annata di lavoro e si poteva perdere tempo a tavola.

    Ancora oggi la bagna caoda ha questa caratteristica, è bello mangiarla in compagnia, spendendo il tempo tra chiacchiere, risate e un buon bicchiere di vino.

    La ricetta della Bagna caoda ha regole precise: la vera anima del piatto è l’aglio ma anche le acciughe devono essere di prima qualità e belle carnose, per mantenere un’elevata qualità è obbligatorio aggiungere solo olio extra vergine d’oliva. Le verdure da intingere sono quelle degli orti piemontesi, immancabili i cardi gobbi di Nizza Monferrato o gli spadoni di Chieri, i peperoni in tutte le versioni, i topinambur, i cavoli di ogni tipo crudi o cotti, i porri, i cipollotti, le patate bollite ecc… Ma anche la polenta fritta e per finire, un uovo crudo da strapazzare nell’ultimo cucchiaio di bagna caoda rimasto nel tegamino di coccio.

    Patrizia Durante

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  • SCAFFALE: I PADOVANI E LE STORIE DI CIOCCOLATO

    17 novembre 2023 • LUOGHI E LIBRI • 1847

    COPERTINAStoriedicioccolato

    Il cioccolato è di casa in Piemonte. Almeno dal Settecento, quando a Torino nascono i primi artigiani fornitori della Real Casa Savoia.
    Nella prima parte del libro di Clara e Gigi >Padovani, grazie a un attento lavoro di ricerca che ha rivelato nuove e golose curiosità storiche, gli autori ricostruiscono le vicende che hanno portato Torino a diventare capitale italiana del cioccolato, narrando la storia dei tanti «cioccolatai» che hanno dato vita a quest’eccellenza regionale: dai pionieri ottocenteschi alla vicenda industriale di Gualino e della UNICA, dai cioccolatieri svizzeri scesi in Piemonte per imparare tecniche e segreti di lavorazione all’epopea della Ferrero, fino alla nascita recentissima di Choco-Story Torino, il nuovo museo del cioccolato destinato a diventare un luogo imperdibile per tutti gli appassionati del «cibo degli dei».
    Ma nel libro c’è anche molto altro: la descrizione delle specialità al cioccolato di origine piemontese; e, soprattutto, una «guida» illustrata ai cioccolatieri piemontesi antichi, moderni e contemporanei e ai loro prodotti, compresi i locali torinesi dove si può gustare la migliore cioccolata in tazza.

    Clara e Gigi Padovani sono stati definiti la «coppia fondente» del food writing italiano, tra i primi in Italia a diffondere la cultura del cioccolato. Critici gastronomici, hanno pubblicato oltre trenta libri di cultura agroalimentare, tradotti in sei lingue.  Quest’ ultimo è davvero una guida indispensabile per chi vuole imparare a conoscere (e gustare…) tutti i segreti del cioccolato in Piemonte.

    Clara e Gigi Padovani
    STORIE DI CIOCCOLATO A TORINO E IN PIEMONTE
    EDIZIONI DEL CAPRICORNO
    Prezzo: 14,00€

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