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  • GIROVAGANDO…LA BOLLENTE DI ACQUI TERME

    17 marzo 2023 • LUOGHI E LIBRI • 6449

    TERME ACQUI

    La “Bollente” di Acqui Terme, in provincia di Alessandria, è acqua che sgorga a 75° gradi nel cuore della città e quella, un po’ meno calda (50° gradi  circa) che nella zona esterna, oltre al fiume Bormida, da’ vita al piccolo lago delle “Antiche Terme”. Queste acque risalgono rapidamente, senza aver il tempo di raffreddare, attraverso faglie – ossia fenditure della crosta terrestre – da grandi profondità, dove grazie alla probabile vicinanza della massa magmatica acquisisconol’alta temperatura che le contraddistingue.

    Si tratta di acque pluviali che penetrando lentamente nell’arco di 60 o 70 anni attraverso il sottosuolo acquese si sono arricchite di minerali, principalmente quelli rilasciati dai vasti depositi salini di quel braccio di mare che un tempo occupava l’area dell’attuale Pianura Padana. Perciò queste  sorgenti sono considerate, oltre che sulfuree, soprattutto salsobromojodiche: cioè con  elementi tipici anche dell’acqua marina.

    Fin dall’antichità romana le suddette acque hanno avuto un cospicuo impiego terapeutico nelle strutture termali della città di Acqui e così anche nel Medioevo..

    Per questo si può affermare che i fanghi e i bagni praticati alle Terme di Acqui posseggono proprietà antalgiche e miorilassanti che ne promuovono l’impiego nell’artrosi, nelle fibromialgie, nelle periartriti, nelle tendiniti; allo stesso modo le varie cure inalatorie (inalazioni, aerosol, humage, nebulizzazioni) curano i problemi respiratori Provati gli  effetti espettoranti, di rinforzo immunitario e quindi  indicate nel trattamento di riniti, sinusiti e faringiti croniche..

    Infine tra le ultime, ma non meno importanti applicazioni termali acquesi, bisogna ricordare quelle nell’ambito della riabilitazione motoria, sia essa conseguente ad incidenti sul lavoro, automobilistici o a traumi sportivi, e quelle medico-estetiche per il corpo e il volto.

    Nel centro di Acqui sgorga una fontana di acqua bollente accessibile a tutti, mentre gli stabilimenti termali sono in via XX Settembre, vicino alla stazione, e nel parco cittadino.

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  • HO MANGIATO PANE CON FARINA DI GRILLI

    16 marzo 2023 • COSE NOSTRE • 2080

    FARINAGRILLI

    Anni fa avevo già assaggiato grilli essiccati prodotti da un’azienda del Cuneese. Ora che l’Unione Europea ha liberalizzato la vendita di farina di grilli, ho provato il pane prodotto con una piccola percentuale di questa farina. C’è un famoso e pluripremiato panificatore e pizzaiolo torinese, Enrico Murdocco, che ha iniziato la sperimentazione per realizzare questo tipo di pane.

    Ebbene, è buono. Sfiderei chiunque a trovare la differenze, forse è leggermente più amarognolo, con un sentore di frutta secca. Certamente più proteico e sicuramente più caro: costerà quasi il doppio rispetto a quello normale.

    Enrico Murdocco dice che sarà pronto e in vendita in primavera.

    Apriti cielo. Appena il panificatore-sperimentatore ha annunciato l’avvio della ricerca, sui social, si sono scatenati i leoni da tastiera. E, come spesso accade, la violenza delle critiche, ma soprattutto degli insulti, mi ha lasciato sbigottito.

    Ma perché? Nessuno vi costringerà a mangiarlo. I grilli vengono essiccati, e trasformati in farina, soltanto al termine del loro ciclo vitale, naturale. Quindi non c’è maltrattamento animale e il loro allevamento è a bassissimo impatto ambientale. Eppure si è giunti perfino alle minacce.

    Lui, Murdocco, fa spallucce e tira avanti. Continuerà a produrre il suo eccezionale pane realizzato con farine dei  vari frumenti e intanto affinerà la sperimentazione del pane con farina di grilli.

    D’altronde, come sempre, la ricerca e le invenzioni sono state accolte con scetticismo e contrarietà. Eppure c’è già chi mangia il formaggio coi vermi, chi non riesce nemmeno ad assaggiare la carne cruda, chi impazzisce per le interiora di vitello… e chi si farà un bel panino con pane di farina di grilli e salame.

    Alla faccia dei leoni da tastiera.

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  • SCAFFALE: LE IMMAGINI PARLANO DA SOLE DI ARBINI-GHIRON

    10 marzo 2023 • LUOGHI E LIBRI • 2419

    20230307_094358

    Il sottotitolo spiega bene il senso di quest’ opera: “Il film che non avremmo mai voluto vedere: Torino ai tempi del Covid-19”

    E’ davvero pregevole questo libro con le fotografie di Roberto Arbini e i testi di Umberto Ghiron perchè ci fa rivivere circa tre anni che abbiamo già dimenticato, archiviato, resettato.  Il 2020 anno di paura. Il 2021 ancora angoscia. Il 2022 anno finale di un’ emergenza sostituita da una folle e sanguinosa guerra nella vecchia e stanca Europa.

    Quelle di Roberto Arbini sono immagini che parlano da sole – come recita il titolo – , raccontano gli eventi in modo magistrale, fanno vibrare le giuste corde della nostra anima.  E i testi di Umberto Ghiron (molto pochi ma essenziali) servono solo a corredo per ricordarci che “basta un virus, un maledetto virus, per toglierci d’ un tratto tutto quello che ci colora la vita”.

    Foto in bianco e nero di una Porta Palazzo deserta, di strade vuote, delle proteste di chi è stato costretto a fermare la propria attività commerciale, i guadagni, le possibilità per tirare avanti: ma immagini anche di vetrine spaccate segno di una protesta civile che sfocia in rabbia. Le corse delle ambulanze verso gli ospedali torinesi e poi la corsa ai vaccini segno di speranza, la riapertura dei locali da ballo, un futuro che si riapre di fronte a noi.

    Insomma, giorni, settimane, mesi, anni che appartengono già alla Storia (quella con la esse maiuscola). Le vicende di un’ emergenza di 26 mesi che dovrà pur averci insegnato qualcosa. Da farne tesoro.

    LE IMMAGINI PARLANO DA SOLE

    ARBINI-GHIRON

    EDITRICE TIPOGRAFIA BAIMA-RONCHETTI

    25 euro

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  • NESSUN GIOCHETTO SUL SALONE DEL LIBRO

    9 marzo 2023 • COSE NOSTRE • 2353

    SALONEDELLIBRO

    Giuseppe Culicchia, Elena Loewenthal, Paolo Giordano, Alessandro Baricco, Gianluigi Ricuperati, Oliviero Ponte Di Pino, Bruno Ventavoli? Sono soltanto alcuni dei nomi circolati in queste settimane per la sostituzione di Nicola Lagioia alla direzione del Salone del Libro.

    Alcuni hanno rinunciato, altri hanno ritirato la candidatura, altri ancora sono stati scartati o bocciati da censure politiche – presunte o vere – di chi governa l’importante kermesse libraria torinese, cioè il Comune di Torino, la Regione Piemonte e l’associazione “Torino, la Città del Libro”.

    E così qualsiasi decisione sul futuro del Salone Internazionale del Libro è stata rinviata a giugno, alla fine dell’edizione 2023, l’ultima con la direzione di Lagioia che tanto bene ha fatto in questi anni.

    Un gioco assai pericoloso.

    Molti ricorderanno che qualche anno fa Milano tentò di scipparci la manifestazione: sbagliarono la location e le date e Torino respinse l’assalto meneghino.

    Ma l’agguato è sempre dietro l’ angolo.

    Sarebbe un autentico suicidio. L’ ennesimo per Torino e per il Piemonte che – solo per citare casi recenti – hanno visto sparire il salone dell’ Automobile e Automotoretrò, da quest’ anno migrata a Parma.

    Parma capite? Cosa c’entra con l’automotive? Nulla ma l’offerta è stata assai più allettante del costosissimo Lingotto.
    Non esistono Saloni del libro di sinistra o di destra, esistono Saloni del libro fatti bene e altri fatti male.

    Quello di Torino, tenuto a battesimo da Beniamino Placido, era fatto benissimo e infatti nessuno si chiedeva se Placido, oltre ad essere bravissimo, fosse di destra o di sinistra.

    Continuiamo a farci del male.

    A tentare giochetti politici per mettere il cappello su uno dei fiori all’ occhiello del nostro territorio.

    A nulla servirà poi piangere su noi stessi con la solita lamentatio piemontese.

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  • ALBERGIAN, OLTRE 100 ANNI DI BONTA’

    4 marzo 2023 • CINQUE SENSI • 2425

    albergian

    La storia dell’ ultracentenaria azienda Albergian ha inizio con Serafino e Secondina Ponsat che, dopo aver lavorato nei migliori hotel d’ Europa, tornarono a Pragelato, in provincia di Torino, il loro paese d’ origine e costruirono un prestigioso albergo. In quel tempo Pragelato era una distesa di prati fioriti, cime con erbe medicinali e un sottobosco con grandi varietà di piccoli frutti: un’ abbondanza della natura che suggerì alla coppia la produzione di marmellate, miele e liquori.

    Siamo agli inizi del ‘900 e inizialmente si pensava che quella produzione fosse destinata soltanto ai frequentatori dell’ hotel denominato Albergian, montagna di 3mila metri nelle Alpi Cozie e che sovrasta l’ abitato di Pragelato. Pian piano, però, i clienti cominciarono a chiedere anche bottiglie e confezioni da portarsi a casa, un successo che suggerì l’ idea di aprire una bottega a fianco dell’ albergo.

    A distanza di più di 110 anni quella bottega c’ è ancora e la Albergian è stata inserita nel Registro delle Imprese Storiche Italiane.

    Il segreto sta, oggi come allora, nel rispetto delle tradizioni custodito gelosamente da quattro generazioni. Ancora adesso infatti c’ è uno di famiglia che segue ogni prodotto, dalla selezione delle materie prime al processo di lavorazione, sempre mantenuto rigorosamente manuale, fino al confezionamento per assicurare la cura necessaria  a far nascere autentiche, vere bontà.

    Regole semplici ma fondamentali per poter soddisfare anche i palati più esigenti. La clientela non è solo più quella degli ospiti dell’ hotel, ma i prodotti Albergian si trovano nei templi del gusto di tutti i continenti.

    E parliamo di confetture, di miele, di marmellate, di tisane e infusi, delle caramelle ripiene di erbe di montagna, dell’ originale Genepin, dell’ amaro e del fernet, il preferito dell’ Avvocato Gianni Agnelli che lo sorseggiava a fine pasto ovunque si trovasse nel mondo. Era compito dei suoi collaboratori portarne sempre una bottiglia in valigia.

    Mario Castelli

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  • GIROVAGANDO: LA VALLE VARAITA

    3 marzo 2023 • LUOGHI E LIBRI • 3067

    pontechianale

    03La Valle Varaita si estende per circa 70 chilometri risalendo da Costigliole Saluzzo fino al Colle dell’Agnello, dove una strada panoramica che culmina ai 2744 m del valico la unisce alla valle francese del Queyras.
    Il Monviso, piramide di roccia oceanica incombe sulla valle, ma la sua vista si perde quando i tornanti della strada principale si inerpicano verso i primi contrafforti. Il suo profilo inconfondibile riappare solo in quota, per regalare panorami indimenticabili.
    Paesaggi straordinari si alternano: i dolci e fertili declivi del tratto iniziale si trasformano in paesaggi alpini, verdi pascoli e ripide praterie, vaste foreste di latifoglie e pinete di larici e cembri. Da sempre la valle cosiddetta “smeraldina” risplende nelle mille sfumature del verde della sua vegetazione rigogliosa.

    L’intera valle è percorsa dal torrente Varaita, ricco di pesci e soprattutto di trote. Con un’estensione boschiva molto omogenea e fitta in tutta la sua superficie, la Valle Varaita ospita soprattutto il Bosco dell’Alevè che, con i suoi 825 ettari distribuiti tra i 1.500 e i 2.500 metri sul livello del mare, è la più grande estensione di Pino Cembro  d’Italia e una delle più grandi d’Europa. Di notevoli dimensioni, ben 696 dei 825 ettari di bosco sono “in purezza”; esso si estende tra i comuni di Sampeyre, Casteldelfino, Pontechianale, spingendosi fino al confine con la Francia.

    La gastronomia della Valle Varaita offre un’interessante carrellata di prodotti tipici locali, tra i quali primeggiano i formaggi freschi come i toumin dal Mel o stagionati come il gris e varie tome d’alpeggio a latte crudo

     

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  • AUTOSTRADE DAI LAVORI MAI FINITI

    2 marzo 2023 • COSE NOSTRE • 2343

    CANTIERIAUTOSTRADE

    Nelle ultime settimane, per vari motivi, mi è capitato di percorrere tutte le autostrade che attraversano il Piemonte e la Liguria. Ebbene, non c’è un solo tratto autostradale che non sia interessato da continui lavori, con cambi e restringimenti di corsia.

    Nulla di nuovo sotto il sole.

    E’ così da sempre, forse dal giorno successivo all’ inaugurazione.

    Da quanti mesi ci sono cantieri fra Masone e Ovada, fra Asti Est e Asti Ovest, prima di San Giorgio Canavese, nei pressi di Ceva?… e così via. Ma quel che accade nei week end sulla Torino-Bardonecchia ha dell’incredibile.  Intere gallerie chiuse da mesi e auto incolonnate per chilometri e chilometri che viaggiano su un’ unica corsia di marcia. Proprio nei giorni in cui il traffico è maggiore per la presenza di vetture e autobus carichi di turisti, sciatori e gitanti verso le località delle montagne olimpiche.

    Non sono un ingegnere e non intendo insegnare a nessuno il mestiere: ma è proprio impossibile riaprire le gallerie almeno nei week end?

    Tutti in coda a protestare e quando arrivi al casello trovi lo sconto o una riduzione del pedaggio? Ma nemmeno per idea, paghi per intero un servizio dimezzato.

    Uno scandalo. E nessuna autorità interviene.

    Incrociamo le dita e facciamo tutti gli scongiuri del caso. Non aspettiamo che accada la tragedia – come successo nelle Marche con la morte dell’ atleta paralimpico e dei suoi due figli – per correre ai ripari. Guarda caso anche lì l’incidente è avvenuto proprio in un tratto dove erano in corso lavori. E ora sono partiti gli esposti-denuncia contro le società che gestiscono le autostrade.

    Sempre dopo che ci è scappato il morto.23

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  • SCAFFALE: CRISTIANO BUSSOLA E UNA FETTA DI SORRISO

    24 febbraio 2023 • LUOGHI E LIBRI • 2432

    20230125_110609

    E’ il sottotitolo a spiegare il senso di questo volume di Cristiano Bussola: “Renzo Villa, l’ inventore della tv commerciale raccontato da chi lo ha conosciuto”.

    Cristiano è un giovane giornalista piemontese, alessandrino di nascita, per anni impegnato nella comunicazione istituzionale della Regione Piemonte e oggi direttore di un quotidiano on-line: ha scritto questo libro perchè “appassionato di televisione” e soprattutto perchè fin da bambino seguiva i programmi di Antennatre. “Un giorno, il 16 dicembre 2010, in una pausa di lavoro, scorrendo le pagine sul pc mi colpisce la notizia della morte di Renzo Villa. Un duro colpo”. E da lì scatta l’ idea di raccontare l’ epopea di quest’ uomo che, insieme con Enzo Tortora e un altro manipolo di folli visionari, negli anni Settanta, sfidando il monopolio Rai, diede vita ad Antennatre, l’ emittente che cambiò la storia della televisione italiana.

    In 230 pagine Cristiano Bussola ha raccolto le testimonianze di una serie di personaggi, famosi e non, che raccontano la nascita di quella televisione commerciale, con aneddoti, curiosità, retroscena che ci fanno rivivere quegli anni favolosi delle tivù che chiamavamo “libere”, “private” o “commerciali”, ma che comunque allietavano le nostre serate. Ed ecco, allora, le testimonianze di  Ettore Andenna, Massimo Boldi, Memo Remigi, Fabio Ravezzani, Donatella Rettore e di tanti altri.  Ne emerge uno spaccato incredibile del pionierismo ma anche della professionalità di quel mondo della televisione che rivoluzionò la storia e il costume della nostra vita.

    Il volume è arricchito da una serie eccezionale di documenti fotografici: sono gli scatti che artisti e collaboratori di Antennatre avevano nel cassetto e risalenti al periodo d’ oro dell’ emittente, cioè dal 1977 al 1987, quello che è stato definito “il decennio d’ oro”.

     

    CRISTIANO BUSSOLA

    UNA FETTA DI SORRISO

    PAOLACARAMELLA EDITRICE

    18 euro

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  • DAI SASSI DI TORTONA ALLA BICI DEI MURAZZI

    23 febbraio 2023 • COSE NOSTRE • 1946

    murazzi

    Agli inizi della mia vita professionale di cronista mi trovai a seguire il caso dei sassi di Tortona.

    Ancora oggi, confesso, rimasi sconvolto da quell’assurda vicenda. Ma soprattutto dalle motivazioni (???) che quei ragazzi dettero al loro folle gesto: “Non sapevamo cosa fare, nelle fredde sere, quando ci trovavamo allo spiazzo di fronte all’ ipermercato di Tortona. Non sapevamo come far passare il tempo e così decidemmo di andare sul cavalcavia della Cavallosa…”.

    Sono passati 26 anni da quel 27 dicembre del 1996 quando fu uccisa Maria Letizia Berdini.

    Sto leggendo le dichiarazioni dei 5 giovani arrestati per aver lanciato una bicicletta dalla balconata dei Murazzi del Po, a Torino, ferendo in modo grave un ragazzo che tranquillamente si beveva una birra. “Eravamo un po’ ubriachi… prima giocavamo a sputare ai passanti, poi è saltata fuori quella bici e l’abbiamo lanciata giù…”

    E poco dopo, mentre tutti si preoccupavano di soccorrere e salvare il ragazzo colpito, due dei giovani fermati dai Carabinieri si baciano – ripresi dalle telecamere – in un parcheggio.

    Cosa è cambiato in questi 30 anni? Cosa abbiamo insegnato ai nostri figli? E’ sempre una questione di come ammazzare il tempo vuoto?

    Resto basito, sconcertato.

    Poi, davanti alla tv, vedo un pazzo che prende a calci i fiori del palco di Sanremo e capisco tutto. Se questi sono i modelli, gli esempi da seguire non posso più stupirmi. Di niente.

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  • GIROVAGANDO: IL CASTELLO DI GRINZANE CAVOUR

    17 febbraio 2023 • LUOGHI E LIBRI • 3197

    Grinzane_cavour_castello

    Da visitare in qualsiasi stagione dell’ anno. Dalla balconata si  lasci andare lo sguardo sull’ oceano di colline e vigneti delle Langhe, patrimonio mondiale Unesco.

    Il Castello prende il nome da Camillo Benso conte di Cavour, lo statista risorgimentale che di Grinzane fu sindaco per diciassette anni. Nominato primo cittadino nel maggio 1832 a ventidue anni, mantenne tale carica fino al febbraio 1849. Alla sua morte il castello passò alla prediletta nipote Giuseppina che sposò il Conte Carlo Alfieri di Sostegno. L’ultima discendente di questa casata, marchesa Adele Alfieri, lasciò il castello al comune di Alba, di cui Grinzane era frazione.

    Il comune si divide in due centri, Gallo e Grinzane Cavour. Gallo ospita molteplici attività artigianali e industriali (tra cui la Torrone Sebaste e la Mondo che realizza piste di atletica e parquet sportivi in tutto il mondo), mentre il centro storico del paese è costituito da Grinzane Cavour, con le sue poche case, strette attorno alla sagoma austera del Castello.

    Costruito nella prima metà del XIII secolo, il castello ha subìto alcune modifiche di carattere architettonico. L’odierno aspetto è il risultato di restauri iniziati nel 1961, in occasione dei primi 100 anni dello stato italiano. L’imponente edificio in laterizio ha pianta trapezoidale, con quattro corpi irregolarmente disposti intorno all’esiguo cortile principale. Nel XVI secolo fu ampliato con l’aggiunta delle due pittoresche torricelle cilindriche; dello stesso periodo è, nella Sala delle maschere, il soffitto a cassettoni con 157 tavolette dipinte in occasione del matrimonio di Pietrino Falletti, recanti raffigurazioni di stemmi araldici, animali, allegorie e ritratti.

    Ovviamente dopo la visita al maniero, immancabile un salto all’ enoteca dove si possono degustare e acquistare i prelibati vini albesi (Barolo, Barbaresco e Nebiolo in testa), si può consumare un lauto pranzo nel ristorante  del castello, oppure girare per le osterie della Langa: ovunque si mangia bene. E’ assicurato.

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