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  • SCAFFALE: LA FORESTA FOSSILE DI CRISTINA CONVERSO

    2 dicembre 2022 • LUOGHI E LIBRI • 3009

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    Le Valli di Lanzo sono famose per il Ponte del Diavolo, per gli ameni paesaggi, per le montagne aspre e affascinanti, per i torcetti e le tome e per tante altre peculiarità turistiche ed enogastronomiche.

    Sapevate, però, che in queste Valli, in provincia di Torino, c’è anche un’ importante foresta fossile, lungo le rive del fiume Stura? Personalmente no.  E sono convinto che siamo in tanti ad essere all’ oscuro di questa curiosa realtà scientifica, studiata a lungo da ricercatori e docenti dell’ Università di Torino.

    Un modo per scoprire questa Foresta Fossile è leggere l’ omonimo romanzo di Cristina Converso, edito da Buendia Books della giovane Francesca Mogavero. Un giallo con tanto di sparizioni, morti, inseguimenti, colpi di scena, ambientato proprio nelle Valli di Lanzo e in particolare attorno a quella foresta.

    Cristina Converso è una giovane dottoressa forestale che lavora in qualità di tecnico ambientale per l’ Arpa, Agenzia regionale per la Protezione dell’ Ambiente. Ma dalla lettura delle 220 pagine del suo ultimo romanzo non emerge la fredda analisi della ricercatrice, bensì la suspense e quello stile del contrappunto, tipico del narratore noir. Dalla sparizione di un docente universitario proprio alla vigilia della presentazione della Foresta fossile si dipana un’ affannosa corsa lungo le impervie strade delle Valli di Lanzo per trovare la verità, nascosta proprio fra gli anfratti del corso del fiume Stura.

    Completano il romanzo-giallo i contributi giuridici e scientifici del prof. Alessandro Crosetti e del prof. Edoardo Martinetto dell’ Università di Torino che ci aiutano meglio a capire cos’è una Foresta Fossile.

    CRISTINA CONVERSO

    LA FORESTA FOSSILE

    BUENDIA BOOKS EDITORE

    14,50 euro

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  • UN PICCOLO MARKET IN OGNI COMUNE

    1 dicembre 2022 • COSE NOSTRE • 2393

    MINIMARKET

    Recentemente ho sentito il proprietario di una nota catena di supermercati piemontesi (in forte espansione) raccontare che, fra le sue prossime aperture, ce ne sarà una sicuramente in perdita. Quella situata nel suo comune d’origine, nel Cuneese: una piccola realtà di poche decine di residenti dove non c’è più nemmeno un punto vendita.

    “È un regalo che intendo fare agli anziani del mio paese. Magari terremo aperto solo tre o quattro giorni alla settimana, ma è un modo per mantenere viva una piccola comunità e restituire qualcosa al paese che mi ha visto nascere, senza neppure pensare al mancato guadagno”, ha spiegato.

    Il punto vendita di alimentari, infatti, è occasione di aggregazione, di incontro, di vita per i piccoli paesi che stanno scomparendo.

    Che bello se tante altre catene commerciali di grande distribuzione seguissero questo esempio. Che bello se in tanti piccoli comuni del Piemonte nascessero punti vendita, aperti anche solo qualche giorno alla settimana. Non sono necessari grandi investimenti: un bancone, un frigo, anche solo un dipendente per due o tre punti vendita in altrettanti comuni limitrofi. Girando con un furgone potrebbe portare anche il cibo fresco.

    Certamente un’operazione in perdita, ma utile per la vita di tante persone. E un sollievo per tante famiglie costrette a fare la spesa nei grandi centri commerciali delle città, per portare i beni di prima necessità a genitori o parenti anziani, che vivono in piccoli comuni.

    Chissà se dietro alla finanza e alla fredda logica dei costi/ricavi di tante catene di vendita, batte ancora un cuore e una coscienza sociale?

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  • GIROVAGANDO.. SAN PIETRO IN VINCOLI A TORINO

    25 novembre 2022 • LUOGHI E LIBRI • 3620

    Cimitero-San-Pietro-in-Vincoli-Torino

    San Pietro in Vincoli è il più antico cimitero di Torino, sorge in borgo Aurora, alle spalle del enorme complesso del Cottolengo. Fu realizzato nel 1777; aveva al centro un’area scoperta con l’ossario generale e 44 pozzi per le sepolture comuni. I porticati servivano invece per le tombe dei nobili. Attorno al cimitero c’ erano due aree separate: una destinata ai giustiziati e ai boia e l’altra ai suicidi e ai non battezzati.

    In quegli anni l’ intera zona era all’ esterno della città, e il camposanto era conosciuto come del Santissimo Crocifisso. Curiosa l’ origine del nome San Pietro in Vincoli. Secondo alcuni fu impiantato in un’ area agricola con parecchi campi di cavoli,  coj in piemontese: quindi San Pietro di Vincoj, tradotto in italiano Vincoli.

    Questo camposanto doveva servire per le spoglie provenienti dalla Chiesa di Corte, dal Duomo, dalla chiese dei SS. Giacomo e Filippo, di San Dalmazzo, delle Orfane e dell’Ospedale dei Pazzi. Insomma, era il cimitero del centro di Torino.
    Nel 1852 fu semidistrutto dallo scoppio della polveriera di Borgo Dora. Nel 1882 le sepolture furono sospese definitivamente, ma il cimitero rimase aperto fino al 1937.

    Dopo la Seconda Guerra Mondiale San Pietro in Vincoli cominciò ad essere oggetto di atti vandalici e teatro di riti satanici tanto che nel 1970 il Comune di Torino decise lo sgombero e il trasferimento di tutte le tombe nel Cimitero Monumentale di via Catania.  Mai però furono ripuliti i pozzi con le tombe comuni: si procedette solo alla chiusura con sigillatura.

    Per lungo tempo continuarono le profanazioni e le messe nere, fin quando negli anni Ottanta venne radicalmente ristrutturato ed adesso l’area del cimitero e la cappella sono adibite a luogo di eventi culturali come il Varvara Festival, il nome è quello di una principessa russa moglie di un ambasciatore presso la corte sabauda. Leggenda narra che di notte il suo fantasma passeggi ancora intorno al cimitero, e che qui porti i suoi inconsapevoli amanti. Varvara Festival è un appuntamento per gli amanti dei suoni oscuri, esoterici, pesanti a tinte dark divenuto in soli due anni un punto di riferimento per gli amanti del genere ospitando artisti nazionali ed internazionali con performance, live e dj set.

    Dopo essere stato abbandonato per 15 anni, nel 1986 si procedette al restauro e fino al 2008 San Pietro in Vincoli è stato sede della Bibliomediateca ” Mario Gromo” del Museo del Cinema.

    Oggi l’ex-cimitero è affidato in gestione a tre associazioni e viene utilizzato per lo svolgimento di manifestazioni culturali di vario tipo.

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  • A PROPOSITO DI STELLE MICHELIN

    24 novembre 2022 • COSE NOSTRE • 2469

    GUIDAMICHELIN

    Sono 44 i ristoranti del Piemonte che potranno vantare la stella Michelin nel 2023. Tra i tre stelle una new entry per la nostra regione: Villa Crespi a Orta San Giulio dello chef Antonino Cannavacciuolo. All’altro ristorante tristellato piemontese, Piazza Duomo ad Alba di Enrico Crippa, è stata assegnata anche la stella green. Raggiunge le due stelle la Locanda del Sant’ Uffizio di Penango d’ Asti, oltre ai confermati Antica Corona Reale di Gianpiero Vivalda a Cervere e Piccolo Lago di Verbania. Agli altri una stella, con tante conferme e quasi nessuna bocciatura.

    Il Piemonte si piazza al terzo posto in Italia per numero di ristoranti stellati dalla prestigiosa guida francese, dietro alla Lombardia e alla Campania. E adesso – parlando di ristoranti – si tratta di capire se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Ad occhio, sarei assolutamente soddisfatto e ottimista.

    C’è però un dato assai preoccupante. Il capoluogo, Torino, non ha nemmeno un due stelle, per non parlare dei tre stelle….lontani anni luce. Come dice l’amico Guido Barosio – direttore di Torino Magazine e profondo conoscitore del mondo della ristorazione, non solo piemontese – “Torino è sostanzialmente una piazza arenata. Manca un due stelle dal 1995, cioè 27 anni. E parliamo della Vecchia Lanterna”.

    Non è solo questione di fascino, anche se al capoluogo del Piemonte un po’ di prestigio servirebbe. Eccome. C’è un valore assai più sostanziale. Secondo gli stessi redattori delle Guide Michelin ogni stella ha una ricaduta sul territorio (non soltanto per il ristorante premiato, quindi, ma per tutto l’indotto) di circa un milione di euro. Se in una zona c’è un ristorante con tre Stelle Michelin il brand di quel territorio vale dai 75 ai 200 milioni di euro. Parliamo di nuovi posti di lavoro, ma anche di turisti e visitatori che – attratti dallo chef premiato – visitano il circondario, spesso pernottano, acquistano prodotti tipici, esaltano e pubblicizzano la zona. Inoltre, tutto il restante mondo della ristorazione viene spinto verso l’alto.

    Ecco perché Torino deve riflettere su questa carenza di riconoscimenti. E’ vero che uno chef tristellare non lo inventi né lo crei dal nulla. Ma puoi cercarlo, corteggiarlo, lusingarlo, convincerlo anche con ingaggi importanti…. Gli Albesi insegnano.

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  • IL NIZZA DOCG COMPIE 20 ANNI

    19 novembre 2022 • CINQUE SENSI • 2510

    freisa-vino-03
    Siamo negli anni ’50, gli anni dell’espansione, del commercio, di chi si sposta in città per lavorare in fabbrica e di chi resta invece in collina a lavorare la terra.  Il vino inizia lentamente ad abbandonare il suo ruolo di alimento “che sostiene”: quello delle nostre zone è infatti ricco, corposo, e a quei tempi veniva venduto principalmente sfuso in damigiane.
    A poco a poco, una piccola area del Monferrato Astigiano stava iniziando a farsi conoscere meglio: “La Barbera di Nizza”, un riferimento sicuro quando si parlava di vigne, uva e vino di qualità. Gli operatori del settore ne parlavano bene, senza indugio.  Fu così che, a ogni nuova gemma di vite, iniziava a prendere forma un pensiero condiviso da chi metteva a frutto il proprio saper fare nel produrre vino eccellente…

    Il tempo passa, e arriviamo a fine anni ’90: tra i produttori si fa strada la consapevolezza di dover legare con nodi indissolubili il vino al proprio territorio d’origine, per preservarne – in primis – la qualità e per poterlo comunicare meglio.

    Nel 1996 prende corpo il progetto di dividere le denominazioni in sottozone; durante la vendemmia del 2000 nascono le tre sottozone della Barbera d’Asti DOC, tra cui proprio “Nizza”, fortemente voluta da un gruppo di produttori di alcuni di quelli che oggi sono a tutti gli effetti i Comuni del Nizza che si sono prodigati, spinti dalla passione per il proprio vino.
    “Le Vigne del Nizza”: questo il nome che suggella l’unione e mostra la chiarezza di obiettivi delle persone che ne fanno parte.
    Un altro passo verso una nuova realtà era stato fatto.

    Una volta diventata ufficiale la sottozona Nizza, l’entusiasmo tra i produttori era all’apice: tra l’orgoglio di vedere la parola “Nizza” in etichetta e l’emozione di far parte di un gruppo sempre più grande, il gioco stava iniziando a farsi davvero serio.

    Nel 2002 questa voglia di crescere insieme viene sancita da un evento che cambierà tutto: viene infatti fondata L’Associazione Produttori del Nizza, alla quale aderiscono subito le aziende leader nel mondo per la produzione del vino locale.
    L’obiettivo principale è chiaro: arrivare alla docg.
    Preservare la qualità e portare il Nizza al giusto livello di riconoscimento è un’evoluzione naturale: giovani produttori e cantine storiche iniziano quindi a confrontarsi e ad affrontare – uno dopo l’altro – tutti gli step necessari.

    Insieme si può fare tanto, e restare uniti lavorando sodo è ciò che ha caratterizzato ogni membro dell’Associazione Produttori del Nizza, fin dal primo giorno.

    Finalmente, il 1° luglio 2016, i produttori del Nizza posso scrivere in etichetta”Nizza docg”: “un nome breve, che condensa il concetto di terroir” come lo descrivono le parole di Gianni Bertolino, allora presidente in carica.
    È grazie al Rio Nizza, che attraversa l’area del Nizza docg, che si è potuto optare per questo nome breve ma così democraticamente rappresentativo di tutti i 18 Comuni nei quali si può produrre questo vino.
    Si inizia a seguire il disciplinare, che prevede minimo 18 mesi di affinamento: infatti, la prima annata che riporta la docg Nizza è quella della vendemmia 2014.

    Come l’acqua del Rio che gli ha dato il nome, tutto per il Nizza scorre fluido e naturale. Tra gli addetti ai lavori dell’Associazione inizia a circolare una frase frequente: “il Nizza non si ferma mai”. La famiglia del Nizza, quella dei produttori, dei lavoratori e dei suoi appassionati, cresce così a ritmo costante.

    I traguardi raggiunti sono solo nuovi incentivi a salire più in alto, e tutti lavorano insieme con la consapevolezza di essere ognuno un elemento fondamentale per fare avanzare sempre di più un territorio ricco, da scoprire in tutte le sue sfaccettature.
    Con questi primi #20anniperilnizza, una visione ancor più alta si è materializzata nel futuro dell’Associazione: e di certo, con la determinazione e l’entusiasmo che caratterizza i produttori del Nizza, questa storia continuerà riempiendosi di altri capitoli emozionanti ancora da scrivere…
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  • SCAFFALE: BORGIO E PANNI SPORCHI PER MARTINENGO

    18 novembre 2022 • LUOGHI E LIBRI • 2164

    20221115_152614

    I panni sporchi si lavano in famiglia, recita il vecchio adagio. E accade così anche nel nuovo caso dell’ investigatore privato delle Langhe, Giorgio Martinengo. Questa volta lo scrittore astigiano Fabrizio Borgio ce lo fa incontrare ad un pranzo di Natale con tutto il parentado. Azzeccatissima la descrizione dell’ ambiente asfittico e asfissiante che si respira ancora in certe riunioni di famiglia (specie in provincia) dove bisogna sempre fare buon viso a cattivo gioco. Martinengo non  vorrebbe esserci, ma deve esserci: per forza.

    Dinamiche famigliari difficili, tensioni mai sopite, invidie, gelosie… tutto nascosto e celato da sorrisi e frasi di circostanza. Ma proprio in quel pranzo di Natale Martinengo trova lavoro, incarichi per la sua agenzia di investigazioni che arriveranno nelle settimane successive dai parenti, inaspettatamente. Da quegli incarichi si dipanano le storie che coinvolgono il lettore per le 220 pagine di questo romanzo noir.

    E così l’ intraprendente Martinengo si trova a correre, in un’ estate afosissima, fra le colline di Langa e Monferrato fra tradimenti coniugali, spionaggi industriali, caporalato e truffe. Lo stile di scrittura è quello che caratterizza la prosa di Boggio, genuina e con un’ intercalare dialettale che regalano alle storie dell’ investigatore Martinengo un surplus di genuinità e attaccamento alla sua terra.

    FABRIZIO BORGIO

    PANNI SPORCHI PER MARTINENGO

    FRATELLI FRILLI EDITORE

    12,90 euro

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  • ASFALTO DI SANGUE

    17 novembre 2022 • COSE NOSTRE • 2362

    INCIDENTISTRADALI

     L’anno scorso i morti in Italia a causa di incidenti stradali sono stati 2.875. Cioè più di 7 vittime al giorno. E quest’ anno davvero sembra non andare meglio, se si pensa che fino a ottobre, nella sola provincia di Cuneo, si contavano già 41 incidenti mortali.

     Una strage silenziosa a cui ci siamo abituati. Sembra una striscia di sangue infinita che, però, non impressiona neppure più. Invece dietro questi freddi numeri ci sono vite spezzate, lacrime, dolore. Registriamo clamore, sgomento e titoloni di fronte a casi eclatanti, come il ragazzo diciottenne ucciso a Roma sul marciapiede, travolto da una vettura guidata da una donna ubriaca, a cui avevano – in passato – già ritirato la patente, ma poi tutto torna nella quotidianità. Un trafiletto in cronaca locale.

     Sembra di trovarsi di fronte a una tragedia scontata. E invece non è così. Non può essere così. La Stampa di Cuneo ha avviato una raccolta firme per la messa in sicurezza della rete viaria della Provincia Granda. C’è chi propone l’estensione dei limiti dei 30 chilometri orari in un maggior numero di strade e vie, dentro e fuori città. Chi chiede un ulteriore inasprimento delle pene per infrazioni gravi.

     Tutto fattibile e necessario, ma – credo – si debba affrontare questo dramma anche da un punto di vista culturale ed educativo. Il mito dello sballo e della velocità hanno pervaso le generazioni più giovani. Più controlli certamente, ma anche più educazione civica e stradale. Pene severe servono? Forse. Ma sarebbe più utile far trascorrere giornate e nottate nei Pronto Soccorso degli ospedali a chi ha commesso infrazioni pesanti, come guidare sotto stato di ebrezza da alcool o droghe: vedere con i propri occhi e toccare con mano, le conseguenze di certi gesti scellerati, è certamente di maggior insegnamento che sei mesi senza patente. Anche perché “in quei mesi punizione ho bevuto ancora di più, tanto non dovevo guidare”. Sentito con le mie orecchie.

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  • TURISMO PIEMONTE, NON ROMPIAMO IL GIOCATTOLO

    10 novembre 2022 • COSE NOSTRE • 2687

    Turisti e torinesi a piedi per le vie del centro città senza traffico in occasione della domenica ecologica, Torino, 05 marzo 2017.
ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

    Noto ristorante in provincia di Asti. Dopo un sontuoso pranzo, (prezzo concordato 50 euro a testa: giusto) chiediamo una torta e un bottiglia di bollicine per festeggiare un compleanno. Surplus di 80 euro .

    Trattoria nell’Albese: in queste settimane di super-afflusso turistico si fanno 3 turni a pranzo, alle 12.30, alle 13.30, alle 14.30. Un’ora esatta per mangiare. E poi via, liberare il posto.

    Bar sulle piste di sci in una famosa stazione invernale: l’acqua servita in un bicchiere di plastica. Alla domanda se era possibile averla in vetro, mi è stato risposto che “lavare i bicchieri costa”.

    Tre indizi fanno una prova? Speriamo di no, anche se cominciano a essere parecchi gli operatori del settore, i turisti, gli osservatori che storcono il naso sulla deriva che sta prendendo il turismo in Piemonte. Per decenni siamo stati regione negletta, quasi del tutto sconosciuta ai flussi di visitatori. Recentemente invece c’è stata un’ inversione di tendenza al punto da far dire a qualcuno che ”occorre mettere il numero chiuso ai turisti, come a Venezia”.

    Ma siamo matti? Significherebbe perdere quella genuinità – non solo nei cibi e nei vini, ma nella spontaneità della gente – che è l’arma vincente per il turismo piemontese. Chi sceglie le nostre province lo fa perché sa di essere accolto con cortesia, a prezzi competitivi e per potersi godere un sano relax. Se si perdono queste caratteristiche si rovina il DNA della nostra accoglienza e ospitalità.

    Fermiamoci, prima che sia troppo tardi. Ristoratori, albergatori, baristi, tour operator si facciano un sano esame di coscienza: i grandi numeri fanno sicuramente gola a tutti, ma possono diventare un boomerang. Se il turista è accolto bene, torna e fa buona propaganda fra amici e conoscenti. Altrimenti lo freghi una volta, e basta.

    E così si rompe il giocattolo.

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  • SCAFFALE: LE RICETTE PERDUTE DEL PINEROLESE

    4 novembre 2022 • LUOGHI E LIBRI • 2478

    20221026_185129

    L’ insalata occitana o le uova alla neve. La minestra di castagne bianche e latte o la carpa marinata e brasata alle cipolle. Sono soltanto alcune delle “Ricette perdute del Pinerolese” che il settimanale L’ Eco del Chisone e la locale sezione di Slow Food propongono in un elegante volume di 120 pagine.

    Una cucina, quella pinerolese, che si compone di contaminazioni con diverse culture, ma soprattutto vocata all’ eliminazione degli sprechi e alla valorizzazione dei cosiddetti ingredienti poveri. Una cucina di montagna con influenze valdesi, occitane, francesi; ma – come scrive Carlin Petrini nella presentazione del libro – c’è dietro questa riscoperta di piatti antichi una grande attenzione e passione per la salvaguardia anche culturale di un territorio.

    Le ricette sono tutte riportate in forma autentica così come sono state scritte o tramandate verbalmente di madre in figlia, di generazione in generazione. Riscoprire, quindi, per non dimenticare e per valorizzare una biodiversità fatta di prodotti tipici delle Valli del Pinerolese.

    Anche il titolo è emblematico: perchè questi piatti rischiano di andare perduti, raramente vengono proposti in ristoranti, trattorie e osterie della zona. Spesso invece vengono preparati in casa, in famiglia, proposti da mani sapienti di nonne che conservano e protano avanti questi ricordi gastronomici.

     

    LE RICETTE PERDUTE

    ECO DEL CHISONE E SLOW FOOD EDITORE

    18 euro

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  • PRONTI? PARTENZA….ARRIVA IL GIRO D’ ITALIA

    3 novembre 2022 • COSE NOSTRE • 2380

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    Tortona, Bra, Rivoli, Borgofranco d’ Ivrea. Sono soltanto alcune delle tappe piemontesi del prossimo Giro d’ Italia, presentato nei giorni scorsi. Verranno toccate le province di Alessandria, Asti, Cuneo, Torino. Il Giro, però, non è soltanto un evento sportivo. E’ molto di più. Bastano alcuni numeri: 200 i Paesi collegati nel mondo via tv all’ evento sportivo, con più di mezzo miliardo di pubblico previsto; l’80 per cento degli spettatori sostengono che è aumentata la notorietà delle località attraversate dal Giro; il 70 per cento degli spettatori ha fatto shopping di artigianato locale; il 50 per cento ha mangiato in ristoranti e bar durante le tappe, con una spesa media di cento euro al giorno; il 22 pe cento delle attività commerciali hanno aumentato il numero di dipendenti in vista dell’ arrivo o della partenza delle tappe.

    Numeri importanti anche per gli sponsor: Il salumificio Raspini di Scalenghe, ad esempio, nella scorsa edizione ha distribuito più di 40mila salamini Raspinotto, ottenuto un numero esorbitante di contatti social e incontrato oltre 20mila persone nella sua area Hospitality.

    Insomma, è un’ occasione da non perdere. Eppure c’è molta gente che ancora guarda con indifferenza a questo evento. O addirittura con fastidio pensando alle strade interrotte o ai disagi per il traffico automobilistico. Bene ha fatto, invece, la Regione Piemonte a spingere, insistere e ottenere di ospitare una fetta importante del percorso del Giro d’ Italia.

    E’ necessario però muoversi per tempo. Qualche anno fa mi trovavo a Canazei, in Trentino, nella prima settimana di gennaio: tutta la cittadina delle Dolomiti era già piena di manifesti, striscioni e cartelloni che annunciavano l’arrivo di una tappa a maggio e invitavano i turisti a prenotare con anticipo per i giorni del Giro. Qualche mese dopo, in Piemonte, in una nota località turistica di montagna – che avrebbe ospitato l’ arrivo di una tappa importante – mancavano poche settimane e non c’ era traccia alcuna dell’evento. L’ arrivo del Giro in Piemonte è previsto fra 6 mesi: occorre, però, partire fin da subito per organizzare bene la manifestazione e quelle giornate: serate enogastronomiche, presentazioni di libri, mostre, di tutto un po’. I ciclisti sono soltanto una scusa per attrarre turisti e far conoscere la nostra terra e i nostri prodotti.

    Ma bisogna avere il coraggio di Fausto Francisca, sindaco di Borgofranco d’ Ivrea, che recentemente mi ha detto: “Sono orgoglioso perché spero di essere ricordato come quello che ha portato per la prima volta nella storia il Giro d’ Italia a Borgofranco, una cittadina di 3mila anime”.

     

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