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  • MI RACCOMANDO, SPEGNI LA LUCE

    7 aprile 2022 • COSE NOSTRE • 2509

    FINESTREILLUMINATE

    Mi risuona ancora  nelle orecchie il monito, o meglio l’imperativo, dei miei genitori, quand’ero bambino. Passavano le giornate a rincorrermi, intimandomi di spegnere le luci di casa che io lasciavo sempre accese, in ogni stanza.

    Stessa raccomandazione quando facevo la doccia: “Chiudi l’ acqua calda dopo che ti sei bagnato, poi insaponati e lavati bene, infine riaprila per sciacquarti”.

    Piccoli accorgimenti per risparmiare sulla bolletta in una famiglia che doveva far bene i conti per arrivare a fine mese e risparmiare qualcosa per farmi studiare.

    Di fronte a casa mia c’è una scuola superiore. Ebbene, non c’ è sera nella quale io non osservi come, in una o più classi, ci siano le luci accese e rimangano così fino al mattino del giorno dopo. Se poi siamo alla vigilia di un week end, rimangono accese tutto il sabato e la domenica. A fianco della scuola c’è una biblioteca con le sale di lettura illuminate, sempre, l’intera notte. Per queste due realtà non credo che lo spreco sia notevole, parliamo di pochi centesimi di euro per notte. Ma se moltiplichiamo questo per tutti gli istituti, i luoghi pubblici in Italia, forse l’ esborso comincia a diventare oneroso.

    Ma al di là di quanto costa (e di chi paga?) credo sia proprio una questione di educazione.

    In questo periodo di crisi energetica con le bollette alle stelle penso che il vecchio detto “e l’ultimo spenga la luce” debba diventare un imperativo categorico. La scuola deve insegnare anche questo: a fare un uso parsimonioso di tutti i beni che  abbiamo a disposizione

     

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  • QUELLE PUBBLICITA’ INOPPORTUNE

    31 marzo 2022 • COSE NOSTRE • 2089

    GENTE-TV-TELEVISIONE

    Quanto fastidio mi hanno sempre provocato quegli spot televisivi che – proprio quando si è a tavola e ci si appresta a consumare il pasto – ci informano sui prodotti per risolvere problemi di incontinenza, pruriti vaginali, diarree, ecc. Spesso mi verrebbe voglia di spegnere la televisione.

    Ma in queste ultime settimane si è toccato il fondo: tutti i tg e gli altri programmi documentano, con immagini anche crude e feroci, quanto sta accadendo in Ucraina. Ma, alla prima interruzione pubblicitaria, ecco il bambino che piange perché vuole tornare in crociera. Ma siamo diventati matti? Assurdo!

    Capisco che le campagne promozionali sono state programmate con mesi di anticipo. Ma quanto stride quel video del bimbo che si diverte sulla nave, affiancato a quelli dei bambini sofferenti o uccisi dalla guerra. Non è concepibile. E nei giornali non va certamente meglio: foto e reportage terribili dai campi profughi o dagli scenari di battaglia impaginati accanto a inserzioni pubblicitarie per invogliarci ad acquistare l’ orologio superlusso, la vacanza nei luoghi esotici, la villa dei sogni….

    O magari è proprio così. Siamo sconvolti, a parole, da quanto accade a qualche migliaio di chilometri da noi e poi – in realtà – stiamo già progettando le vacanze o il regalo prezioso? Forse la tv e la pubblicità sono soltanto lo specchio della nostra commozione di superficie e della nostra reale indifferenza?

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  • SCAFFALE: IL TANGO DEI MORTI SENZA NOME DI BALLARIO

    25 marzo 2022 • LUOGHI E LIBRI • 2586

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    “Ordinai un vermut Gancia, marca che in Italia è quasi scomparsa ma che in Argentina si trova dappertutto, e chiesi la password per internet”. Basterebbe questa frase per convincersi definitivamente che questo giallo poteva scriverlo soltanto Giorgio Ballario. Il giornalista torinese infatti ha un amore sconfinato per l’ Argentina, una passione per quella cultura, quel cibo, quel clima, quelle atmosfere che ritroviamo in tutte le 265 pagine del suo ultimo romanzo “Il tango dei morti senza nome”.

    Le vicende dell’ investigatore porteno-torinese Hector Perazzo si intrecciano con la storia (spesso drammatica, contraddittoria, crudele ma sempre fascinosa) degli ultimi 50 anni del paese sudamericano. Le indagini sul rapimento negli anni ’60 e sulla scomparsa del cadavere di un imprenditore piemontese vanno a cozzare con i residui di dittature militari, governi corrotti, infiltrazioni della malavita colombiana: ne esce un quadro, comunque, cristallino di quanto sia difficile, ancora oggi, vivere in Argentina.

    Per scrivere certi romanzi bisogna conoscere a fondo la storia, gli usi, le abitudini, i segreti di una nazione così lontana (e allo stesso tempo vicina) come l’ Argentina. Non bastano due nozioni copiate da wikipedia o due indicazioni stradali rubate a google-map. Per questo il romanzo di Ballario ha un valore intrinseco che va al di là della trama, “un noir sensuale e malinconico come un tango”

     

    GIORGIO BALLARIO

    IL TANGO DEI MORTI SENZA NOME

    IL CAPRICORNO-LA STAMPA

    9,90 euro

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  • ABBIAMO GLI OCCHI PIENI

    24 marzo 2022 • COSE NOSTRE • 2752

    CUFFIE

    Madre Natura ha dotato l’uomo di cinque sensi: ho l’impressione che negli ultimi anni la vista abbia preso nettamente il sopravvento sugli altri quattro. Pensate solo a quante ore della giornata passiamo con gli occhi incollati al televisore, al computer, al telefonino. Addirittura, la musica viene fruita attraverso i siti e i video musicali.

    Usiamo gli occhi praticamente per tutto, anche per giudicare il cibo, che spesso ci ingolosisce più per l’impiattamento e per i colori, che per l’effettivo sapore.

    La nostra vista è satura di immagini, effetti, giochi elettronici. Al contrario, l’udito è passato in secondo piano. Quanto poco ascoltiamo gli altri, i rumori, i suoni, i silenzi.

    Per queste ragioni voglio spezzare una lancia a favore della radio e dei podcast.

    E credo che tanti la pensino come me, visto che la cara vecchia radio è in costante crescita per numero di ascoltatori e di estimatori.  Guidare con gli occhi ben fissi sulla strada e sul traffico, ma con le orecchie attente ad ascoltare i vari programmi radiofonici, è un piacere da riscoprire. Facile trovare  la stazione che propone la musica che più ci aggrada e individuare quei dibattiti, mai urlati come quelli televisivi, gestiti con toni pacati e da autentico approfondimento.

    Per quel che riguarda i podcast,  vi invito a provare ad ascoltare gli audiolibri o le tante serie dedicate all’attualità, al teatro, agli sceneggiati. Rilassarsi con gli occhi chiusi e ascoltare racconti che letteralmente ci trasportano in mondi di fantasia è un piacere da provare.

    Non ne potrete più fare a meno.

     

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  • AUTOSTRADE PIU’ CARE D’ ITALIA, CHE RECORD

    17 marzo 2022 • COSE NOSTRE • 2892

    AUTOSTRADAPEDAGGI

    Da piemontese, dico, che di questo primato avrei fatto volentieri a meno. Secondo i calcoli fatti dalla Gazzetta Motori nella nostra regione ci sono le 3 delle autostrade più care d’Italia.

    Al primo posto la Torino-Bardonecchia: 12,60 euro per 72 chilometri, cioè 0,17 euro a chilometro. Attenzione, però: il record può essere battuto se si calcolano i 90 chilometri finora percorribili della Asti-Cuneo, che costano un pedaggio di 20,40 euro, ovvero 0,22 euro per chilometro.

    L’ eterna incompiuta (mancano infatti gli ultimi 15 chilometri) è la più cara in assoluto.

    In mezzo ci sta anche la Santhià-Aosta: 143 chilometri per un pedaggio complessivo di 25,40 euro, cioè 0,17 euro a km.

    I raffronti sono impietosi: lasciamo perdere la Salerno-Reggio Calabria che è completamente gratuita, ma l’Autostrada del Sole, la Milano-Napoli, costa 0,07 euro a chilometro, identica cifra per la più lunga d’Italia, la Bologna-Taranto. Per percorrere la Torino-Milano si spendono 0,09 a chilometro.

    Insomma, siete contenti di pagare i pedaggi più cari d’ Italia? Io assolutamente no, soprattutto non ne capisco la ragione. Se percorro la Aosta-Courmayeur mi rendo conto di trovarmi di fronte ad una grande opera di ingegneria (tutta viadotti e gallerie) e con costi di gestione molto alti, viste le condizioni meteo spesso proibitive. Ma che la Asti-Cuneo sia incompiuta e la più cara dello Stivale, mi manda letteralmente in bestia e mi vien voglia di non percorrerla più.

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  • PASTA & BASTA, PRIMI PIATTI DA FAVOLA…E NON SOLO

    12 marzo 2022 • CINQUE SENSI • 7561

    AMATRICIANA

    Sarebbe riduttivo pensare che si tratti di un ristorante dove si mangia soltanto e unicamente la pasta. Certo, le decine e decine di varietà di primi  che Nicola Miscione da oltre 25 anni propone sono il piatto forte. Ma non si possono dimenticare il pesce, le carni, i dolci.

    Pasta & Basta”,  gradevole locale  torinese in  via Madama Cristina 116,  è un luogo dove ci si trova a proprio agio e si mangia cibo buono e, cosa che di questi tempi non capita in tutti i locali, anche abbondante.

    Un ristoratore atipico: si è  partiti cucinando e servendo solo pasta e il nome del locale era già questo; però fin da subito, purtroppo o per fortuna,  ci si rende conto che il solo vendere pasta sarebbe stata una grave limitazione. Un amico una sera chiese una fetta di carne, un altro voleva mangiare  il pesce e così piano piano Nicola cominciò a differenziare le portate e il locale,  pur mantenendo la dicitura Pasta & Basta , è diventato un ristorante tradizionale dove è possibile trovare di tutto, tranne la pizza.

    Il pezzo forte sono ovviamente i primi. Dagli spaghetti e i maccheroni in tutte le declinazioni, alle paste ripiene, ai risotti. Insomma, potrete gustare la pastasciutta come si mangia in tutte le regioni italiane.

    Come detto le porzioni sono abbondanti (fin troppo, a volte un piatto di carbonara o all’ amatriciana basta per due e avanza…), ma il prezzo è contenuto. Un locale per i tiratardi: sempre pieno nel dopo-teatro e nei dopo partite in notturna. Pertanto è facile cenare accanto a giornalisti, attori, calciatori. Ovunque schermi giganti per seguire le gare di calcio (Nicola è un intenditore di football sebbene juventino….è uno dei pochi difetti che ha!) e spesso succede di trovarsi in mezzo ad una competizione canora: musica, cabaret e divertimento sono di casa a Pasta & Basta.

    PASTA & BASTA, via Madama Cristina 116 – Torino – tel  011 696 3342 aperto a pranzo e a cena

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  • SCAFFALE: HUMBERT E IL CAPPOTTO DI BEA

    11 marzo 2022 • LUOGHI E LIBRI • 2611

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    Protagonisti del nuovo romanzo di Riccardo Humbert non sono Bea, l’ architetto-snob Fenoglio o il gastronomo francese Gustave Maurillard. Il vero protagonista è il comune di Exilles, a metà della Valle di Susa, con la sua caratteristica fortezza, ma soprattutto con i suoi abiranti. E’ vero che la vicenda si snoda attorno alla morte di Francois Bernard e alla sua eredità lasciata alla giovane Bea, ad un professionista torinese e a un giornalista francese ma i loro passi, le loro indecisione e, infine, le loro scelte sono dettate e guidate dalla vita di questa comunità montanara.

    Le giornate al bar con i riti dell’ aperitivo e delle sfide a carte, i sentieri nei boschi, le case delle famiglie che vi risiedono tutto l’ anno, la piccola invasione di turisti e vacanzieri nei mesi estivi scandiscono le 318 pagine del romanzo nell’ attesa che Bea, Fenoglio e Maurillard  decidano cosa fare dell’ eredità lasciata da Francois Bernard morto per un’ indigestione (o forse suicidio) di goffre alla Nutella. Varie umanità guidate da un sindaco che somatizza il degrado del suo territorio e cerca di convincere i tre eredi ad un recupero funzionale dei beni lasciati dal defunto per un rilancio anche mediatico del paesello valsusino.

    Una presenza viva quella di Exilles che traspare ed emerge con forza anche dal linguaggio usato da Humbert: tumbarel, lose, lesa, masche, margheria, galtas sono termini (quasi onomatopeici) che incontriamo quasi in ogni pagine, presi direttamente della parlata quotidiana degli abitanti di Exilles, a metà fra il patois e il dialetto.

    Insomma, una cronaca bizzarra trattata con ironia, un pizzico di umorismo ma spesso attraversata da profonde considerazioni umane sulla vita di una piccola  comunità ancora a misura d’ uomo, soprattutto se confrontata con i ritmi, la frenesia, l’ anonimato e la spersonalizzazione della vita nelle grandi metropoli.

    RICCARDO HUMBERT

    IL CAPPOTTO DI BEA

    GRAFFIO EDITORE

    16,50 euro

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  • QUELLA BANDIERA OLIMPICA SENZA IL PIEMONTE…

    10 marzo 2022 • COSE NOSTRE • 2933

    olimpiadi torino 2006

    Sono passati diversi giorni dalla chiusura delle Olimpiadi Invernali di Pechino, ma ancora non riesco a cancellare quel velo di tristezza che mi è sceso quando ho visto i sindaci di Milano e Cortina sventolare  –  giustamente con orgoglio –  la bandiera con i cinque cerchi e quella italiana.  Un amico di Chicago (che era a Torino 16 anni fa) mi ha subito scritto un’e-mail per chiedermi perché non c’era il Piemonte.

    Ho ripensato ai favolosi giorni dei Giochi Invernali di Torino 2006 e al fatto che, su quel palco dello stadio della capitale cinese, davvero potevano esserci anche il sindaco di Torino o il presidente della Regione Piemonte. E invece no!

    Noi a casa a morderci le unghie.

    E tutto per la scelta incomprensibile di tirarsi indietro da parte della giunta di Chiara Appendino.

    Nelle settimane scorse tutti siamo diventati pazzi per il curling: ebbene, Pinerolo è la capitale italiana del curling, con impianti a regola d’arte già pronti e a costo zero.

    Secondo il progetto del Coni al Piemonte sarebbero toccate le gare di hockey e il pattinaggio su ghiaccio. Dite poco? Nel pattinaggio, ad esempio,  abbiamo fatto una scorpacciata di medaglie alle Olimpiadi di Pechino. Ma Torino – o meglio chi la governava all’epoca – ha preferito rifiutare l’occasione di poter tornare a quelle notti magiche, con la folla per le strade e gli occhi del mondo intero puntati sul Piemonte, sulle sue bellezze e prelibatezze.

    Già, ma i costi e debiti di Torino 2006?

    Per il Piemonte sarebbero state Olimpiadi a costo zero, averci rinunciato è stato un errore e non riesco a cancellare quel velo di tristezza.

     

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  • Ma non chiamateli vini minori

    5 marzo 2022 • CINQUE SENSI • 5035

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    A detta di parecchi visitatori, esperti e semplici amanti del buon bere, le ultime edizioni di Vinitaly, la fiera di Verona, sono state un successo. Ma non solo per i soliti noti. I vini top dell’ eccellenza italiana sono stati, ovviamente, gli indiscussi protagonisti, ma – specie negli stand del Piemonte – hanno riscosso curiosità e forti apprezzamenti anche altri vini della nostra regione.

    Ma, mi raccomando, GUAI A CHIAMARLI VINI MINORI.

    Erbaluce di Caluso, Cortese, Grignolino, Freisa, Dolcetto, Ruchè di Castagnole, Bonarda, Malvasia sono soltanto alcuni di questi. Insomma, il Piemonte non è soltanto Barolo, Nebbiolo, Barbaresco e Barbera,  i mercati internazionali stanno scoprendo questi prodotti che, certamente, non fanno grandi numeri ma assicurano qualità, genuinità, profumi  e sapori indiscutibili. Lo testimonia anche il successo che stanno ottenendo i Giovedì-Vintage promossi dal Consorzio di Tutela del Barbera, serate in ristoranti del Monferrato per scoprire proprio questi vini, meno conosciuti e pubblicizzati.

    Se l’ andamento delle abitudini e dei gusti degli italiani a tavola pare sia quello di bere meno e bere meglio, la scoperta (o riscoperta) di questi  vini è la strada da percorrere. Rivolgendosi, sempre,  a produttori e locali e cantine fidate. Gli esperti li chiamano “vini di facile bevuta” perché non richiedono particolari invecchiamenti o palati da sommelier, ma soprattutto perchè hanno un altro vantaggio, indiscutibile. Il prezzo: per bere bene, a casa come al ristorante,  con questi vini non è necessario stipulare un mutuo. E scusate se è poco

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  • GIU’ LA MASCHERINA, FINALMENTE

    3 marzo 2022 • COSE NOSTRE • 2710

    mascherine

    Essendo molto poco fisionomista, ho accolto con un sospiro di sollievo la fine dell’obbligo di portare la mascherina all’ aperto. Mi eviterò, infatti, tutte quelle figuracce dei mesi passati, quando, al caloroso saluto di chi incontravo per strada, rispondevo con espressione ebete, ignaro di chi si celasse dietro quel volto coperto a metà. Finalmente ci presentiamo a viso scoperto.

    Ma cosa ci lasceranno questi due anni di mascherina obbligatoria? Pensiamo a un bambino nato nel 2019 che ha sempre e solo incontrato volti coperti da quel pezzo di stoffa verde, bianca o variopinta. Magari è cresciuto con la convinzione che il viso umano debba essere naturalmente celato, come le parti intime sempre nascoste dalla biancheria. Ma pensiamo anche a quante smorfie, a quanti ghigni di delusione o di scarsa simpatia abbiamo nascosto dietro la mascherina. Adesso dobbiamo tornare a fingere oppure a trattenere le espressioni dei nostri volti. Gli occhi sono l’espressione del viso, si dice. Per me non è così: mi piace giudicare un volto nel suo insieme, e non solo a metà.

    Per contro, in questi due anni non ho preso nemmeno un raffreddore. Visto che la prima dose di vaccino l’ho fatta a luglio 2021, il merito va quindi alla protezione delle mascherine? Forse, ma anche al fatto che abbiamo limitato parecchio i contatti e mantenuto la distanza sociale.

    Insomma, non rimpiango l’obbligo delle mascherine e ben volentieri mi appresto ad affrontare il mondo a viso scoperto. Pur nel rispetto delle tradizioni e degli usi orientali, comprendo l’insofferenza di quelle donne che mal sopportano il burqa, il velo o la hijab.

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