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  • SCAFFALE: IL GIOCO DELLE ULTIME VOLTE DELLA OGGERO

    23 aprile 2021 • LUOGHI E LIBRI • 2843

    Il gioco delle ultime volte2

    Margherita Oggero si diverte a scompigliare e scandagliare le vite dei suoi personaggi. Lo fa con grande maestria nel suo recente libro “Il gioco delle ultime volte”, edito da Einaudi.

    Un battibecco tra coniugi apre il romanzo, due pagine di gesti consumati e battute secche, che rendono l’idea del rapporto sfilacciato esistente tra Teresa e Nicola. Poi, la presenza di lui, medico in pronto soccorso e l’arrivo di una giovanissima ragazza vittima, all’apparenza inconsapevole, di un investimento da parte di un tram. L’angoscia per la sorte della ragazza, seguirà Nicola anche durante il fine settimana, programmato con un gruppo di amici a Chamois.

    La prospettiva è piacevole: ambiente amichevole, panorami meravigliosi e passeggiate nella quiete assoluta della natura. La realtà sarà diversa, tra ospiti imprevisti, piccoli incidenti e contrattempi di vario genere, i programmi subiscono variazioni. La proposta del gioco “Delle ultime volte” stravolgerà, poi, la vita e la storia del gruppo, composto da quattro uomini e quattro donne.

    Quando è stata l’ultima volta che abbiamo fatto o visto qualcosa senza sapere che sarebbe stata l’ultima? La domanda è semplice, e apparentemente banale, ma sollecita ricordi che riaffiorano con prepotenza, rivelando segreti nascosti e stati di sofferenza soffocata e inespressa.

    Le maschere cadono e si spezzano facendo rumore.

    Margherita Oggero tesse una trama fatta di sentimenti che diventano storie personali in cui tutti si possono riconoscere, un gioco che diventa scusa per raccontare emozioni condivisibili. La sua scrittura indagatrice, così moderna ed efficace, tocca l’animo del lettore e induce alla riflessione. Le storie dei protagonisti sono composte da segreti, bugie, rivelazioni, delusioni, sensi di colpa e perfino gioie. Alla fine del week end ciascuno ritornerà alla quotidianità, ma niente sarà come prima.

    Con l’ultima pagina sorge spontanea la domanda, chissà cosa succederebbe se venissi sottoposto, e coinvolgessi le persone a me vicine, in questo gioco? Quanto di nascosto, inespresso e sotterraneo è diventato parte integrante della nostra vita, e della nostra immagine?

    Patrizia Durante

    IL GIOCO DELLE ULTIME VOLTE

    Margherita Oggero

    Einaudi Edizioni

    € 18.00

     

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  • SE BRUCIASSE LA CITTA’

    22 aprile 2021 • COSE NOSTRE • 2782

    PROTESTE

    La frase «Se non hanno più pane, mangino brioche» è tradizionalmente attribuita a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, che l’avrebbe detta in riferimento al popolo affamato, durante una rivolta dovuta alla mancanza di pane. Forse quella frase Maria Antonietta non l’ha mai pronunciata, poco importa… mi è però tornata in mente assistendo alle sempre più numerose scene di protesta – quasi di rivolta – in varie città italiane, per il prolungato blocco di alcune attività produttive e commerciali.

    Premesso che sono contrario a qualsiasi forma di violenza, anche verbale, non si può non vedere (e tenere in dovuto conto) come nel nostro Paese stia crescendo sempre più una rabbia vera, motivata, e che gli scontri di piazza siano un campanello d’allarme.

    Ho intervistato un barista a Torino che si è incatenato al suo dehors perché’ in 14 mesi di lockdown ha ricevuto circa 6 mila euro di ristori (pari a circa 400 euro al mese) e nelle settimane scorse gli è stata pure notificata l’ingiunzione di sfratto perché non è riuscito a pagare 2 mensilità di affitto: adesso rischia di dover abbandonare il suo locale, dopo essersi indebitato nel 2019 per 80 mila euro per ristrutturarlo. Una situazione limite? No, è purtroppo simile a migliaia di altre, in Piemonte e in Italia.

    Per mia fortuna non sono al governo, e so di non averne le capacità. Ma mi permetto un piccolo suggerimento: perché non sospendere gli affitti per un anno, oppure perché – anziché pensare a ristori, o sostegni, o come volete chiamarli – lo stato, le regioni, i comuni non intervengono direttamente per pagare i canoni di locazione? Questo sì che sarebbe un aiuto concreto, immediato.

    Mi auguro di sbagliare ma ho la sensazione che si stia logorando lo stato sociale e che pochi se ne stiano accorgendo. Meglio pensarci in tempo e correre ai ripari, prima che brucino le città.

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  • UN PIEMONTE SENZA BAMBINI?

    15 aprile 2021 • COSE NOSTRE • 2950

    NEONATI

    Nell’anno passato in Piemonte sono nati poco più di 27mila bambini. Si tratta di un record negativo rispetto al passato: negli anni Cinquanta le nascite sfioravano le 40mila unità e durante il baby boom degli anni Sessanta avevano raggiunto le 65mila unità. Le province di Cuneo, Novara e Torino, quelle con il più alto indice di natalità mentre Asti, Biella e Alessandria, quelle con il più basso.

    Culle vuote: colpa del Covid. Sarebbe troppo facile adottare questa equazione. La realtà è che questo trend di decrescita pare ormai irreversibile e prosegue da una decina di anni. Una delle principali cause del forte calo di nascite sta nella diminuzione delle donne in età fertile, all’ incirca quelle fra i 15-49anni: nel 2019 erano quasi 832mila, il 14 per cento in meno delle 971.800 donne nel 2010. In dieci anni, in Piemonte, è diminuito di circa 140mila soggetti, il numero complessivo di persone di sesso femminile. Quindi meno possibili mamme, meno neonati. E’ ovvio.

    Fin qui i dati, le statistiche. Ma non possiamo fermarci ai freddi numeri. Qui è in gioco il nostro futuro. Egoisticamente mi verrebbe da dire: chi verserà i contributi per pagare le nostre pensioni?

    Ma uscendo dal proprio orticello, è indubbio che non si può non fare i conti con la crisi economica che ha avuto e ha un forte impatto sull’incertezza nel futuro: i nostri giovani restano per più anni in casa con papà e mamma, quindi viene sempre più spostata in avanti l’età per la scelta di avere il primo figlio. Non si può nemmeno non tener conto del fatto che il mondo del lavoro è ancora molto maschilista. Per una donna è molto più difficile conciliare la maternità con la professione rispetto ad un uomo, mancano strutture e supporti.

    Ci salveranno gli immigrati? Nel Terzo e Quarto Mondo, al contrario che qui da noi, si fanno sempre più figli, e per non morire di fame saranno costretti a emigrare.

    Chi oggi grida ai quattro venti: “Prima gli Italiani” – a mio umile giudizio – dovrebbe confrontarsi con questi freddi numeri.

     

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  • SCAFFALE: NATO PER NON CORRERE DI ANZALDI

    9 aprile 2021 • LUOGHI E LIBRI • 2784

    Nato per non correre

    Un libro per chi ancora crede nel motto “volere è potere”.

    Salvo Anzaldi è un giornalista, tifoso interista e amante di Bruce Springsteen. Salvo è emofilico: qualsiasi urto, ogni piccola caduta, una botta e le articolazioni hanno versamenti sanguigni, si gonfiano, le cartilagini si frantumano e il dolore aumenta. Un’infanzia terribile, la scoperta ritardata della malattia, corse continue ai pronto soccorso. La passione per il gioco del pallone che si trasforma sempre in un trauma. Interventi chirurgici, protesi in titanio, lunghe degenze, pesanti percorsi di riabilitazioni.

    Il 1 novembre 2015 Salvo, però, è uno dei 5 ragazzi emofilici che corrono la Maratona di New York, un’impresa mai riuscita prima d’ora. Sei ore, 0 minuti e 17 secondi, una media di 8 chilometri all’ora. E’ il tempo di  Anzaldi. “Sofferente e forse piangente, sulla finish line ritrovo il mio solito aplomb – scrive in questo bel libro biografico – la foto ufficiale al traguardo mi sorprende con il pugno sinistro alzato e un sorriso sobrio”.

    Un volume da leggere tutto d’un fiato come Salvo ha corso i 42 chilometri a New York. La malattia, la vita e il trionfo di questo giovane giornalista sono punteggiate dalle cronache (soprattutto calcistiche e musicali) degli anni ’70-80-90 e 2000. E’ la storia di tutti noi narrata da uno che ha sofferto molto, un bambino a cui avevano raccomandato di “non correre”, ma che alla fine ha corso la maratona più famosa del mondo.

    “NATO PER NON CORRERE”

    Salvo Anzaldi

    CasaSirio Sciamani editore – 16 euro

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  • UN VACCINO SENZA PRIVILEGI NE’ PRIVILEGIATI

    8 aprile 2021 • COSE NOSTRE • 2682

    VACCINI

    Viviamo in un paese dove chi ha le conoscenze giuste per saltare una fila è considerato un furbo. E chi trova il modo per evitare una coda? Un ganzo. E lo dimostrano anche le attuali, quotidiane vicende legate alla somministrazione dei vaccini.

    Ogni categoria ha vantato il diritto di privilegio: dai giornalisti (e c’è chi se lo è fatto inoculare di straforo) ai politici, dai giudici agli avvocati, dagli insegnanti (con la stragrande maggioranza attualmente in DAD), ai dipendenti pubblici… e potremmo continuare con mille altri esempi. Ogni categoria ha accampato valide motivazioni per poter essere sottoposta a vaccinazione, prima di altri.

    Soltanto le cassiere dei supermercati (che invece ne avrebbero ben donde) non si sono fatte sentire, ma forse perché non hanno un’associazione di categoria che le tuteli. La regola del “lei non sa chi sono io…” non ha perso questa occasione per mettersi in cattiva luce.

    Io non voglio passare davanti a nessuno. Non ritengo di appartenere a una categoria a rischio. Come cronista incontro persone ogni giorno, ma prendo i miei opportuni accorgimenti per proteggermi dal contagio.

    Aspetto che tocchi agli ultrasessantenni, e quindi a me. Deve essere questa l’unica regola, l’età.

    Dopo i medici e gli infermieri, i malati e le fasce deboli si deve continuare in base all’età. Altrimenti si fanno favoritismi e quindi ingiustizie.

    Però, al di là dell’ordine di chiamata, occorre affidarsi e fidarsi della scienza e vaccinarsi. Anzi è indispensabile.

    L’altro giorno il papà di una ragazzina con disabilità, si è rivolto così ad un giovane che non voleva vaccinarsi: “Ti prego, fallo. Se non per te, almeno vaccinati per salvaguardare mia figlia che non può essere vaccinata, è debole e facilmente contagiabile”. Il vaccino non serve soltanto per noi stessi ma per proteggere chi ci sta attorno.

    Senza passare davanti a nessuno ma con la ferma volontà di uscire da questo incubo.

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  • CENTOMILA EURO DI DEBITO, MA C’È CHI INVESTE

    1 aprile 2021 • COSE NOSTRE • 2515

    EURO

    La scorsa settimana abbiamo parlato di 100 mila vittime in un anno. Per uno strano gioco della cabala, secondo i dati di Bankitalia, in questo anno di pandemia, la crisi economica ha fatto sì che ogni famiglia italiana abbia contratto un debito di 100 mila euro. Incredibile. Lo stesso numero.

    Il calcolo è desunto dallo squilibrio dei nostri conti pubblici e, come sempre accade con la statistica, siamo al pollo di Trilussa. Se ogni italiano mangia un pollo, magari c’è chi ne ha mangiati due, e chi niente.

    Anche in questo caso ci sono categorie che senz’altro hanno perso di più di altre dall’esplosione del Covid, e chi invece, magari, si è pure arricchito. Sta di fatto che l’economia mondiale ha subito una batosta incredibile e l’Italia è in prima fila nella triste classifica del debito pubblico: 2603 miliardi di euro di deficit per il nostro Paese, 43.646 euro per ogni italiano (neonati compresi) e appunto 100mila euro a famiglia. Serve un piano Marshall come dopo la Seconda Guerra Mondiale.

    Ma intanto c’è chi ha deciso di investire e di puntare sul futuro. L’azienda Inalpi di Moretta, a cavallo fra le province di Torino e Cuneo, ha varato un piano di investimenti 2021-2025 di quasi 150 milioni di euro per la costruzione della seconda torre di spravatura del latte e per la realizzazione di un moderno caseificio. Investimenti che avranno certamente anche ricadute occupazionali e su tutto l’indotto.

    La speranza che altre aziende seguano questo esempio. Perché, per chi può, questo è il momento di investire sul futuro e non solo di piangersi addosso

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  • SCAFFALE: IL TEMPO DI VIVERE CON TE DI CULICCHIA

    26 marzo 2021 • LUOGHI E LIBRI • 2778

    Il tempo di vivere con te

    Giuseppe Culicchia ha impiegato 40 anni a scrivere questo libro. Difficoltà nella scrittura? Ricerche storiche importanti? Niente di tutto questo. La ragione è interiore, diremmo intima.

    “Il tempo di vivere con te” è incentrato sulla figura di Walter Alasia al cui nome è legata la colonna milanese delle Brigate Rosse. Ma Walter è cugino primo di Culicchia (Beppe come è chiamato nel libro), figlio della sorella della mamma. Di dieci anni più vecchio dell’ autore, Alasia è sempre stato il mito, il punto di riferimento, l’ amico più vecchio, il fratello maggiore. Lui vive a Sesto San Giovanni, nel Milanese, il giovane Culicchia a Grosso Canavese, ma l’ estate la trascorrevano sempre insieme, giocando, esplorando, scoprendo il mondo, allenandosi a basket o per le Olimpiadi.

    E così quando nella notte fra il 14 e il 15 dicembre 1976 in un blitz vengono ammazzati due poliziotti e viene ucciso Walter Alasia, 20 anni, l’ undicenne Beppe Culicchia perde tutto, un affetto immenso, le certezze della sua infanzia, il punto di riferimento della sua crescita. Ad un ragazzino del tutto inconsapevole del percorso terroristico del cugino viene sbattuta in faccia la terribile realtà della morte violenta e della perdita degli affetti. Ma anche la verità su quel cugino che parteggiava sempre per gli indiani contro il generale Custer e che adesso aveva intrapreso una strada diversa, quella dell’ eversione armata.

    Per questo ci sono voluti 40 anni per prendere le distanze e raccontare questa storia di amicizia, di fratellanza, di crescita che si interrompe d’ improvviso e finisce  tragicamente nel sangue.

    Non c’ è compassione nè retorica, non si cerchino nuove verità su quei terribili anni. Il volume è un viaggio nei ricordi di un bambino con un unico obiettivo. “Questo è solo il tempo di vivere con te. Ancora per un poco”: parole commosse di Culicchia rivolte all’ amatissimo cugino

    GIUSEPPE CULICCHIA

    IL TEMPO DI VIVERE CON TE

    MONDADORI

    17 euro

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  • CENTOMILA VITTIME, UN NUMERO INCREDIBILE

    25 marzo 2021 • COSE NOSTRE • 2825

    bergamo

    Prendete gli abitanti di Alba e metteteli insieme con quelli di Asti. Incrociate le dita per immaginare che, in seguito a una catastrofe naturale, vengano spazzate via tutte le persone che vivono in quelle due città. È il numero delle vittime in un anno di pandemia Covid, in Italia. I contagiati più di 3 milioni, quasi come tutti gli abitanti del Piemonte.

    Rende l’idea? Il problema è che ci siamo abituati al triste e quotidiano rituale delle cifre.

    Quante volte ci è capitato sentire: “ieri solo 332 morti”. Solo? Non possiamo accettare di sottostare a questo freddo e anonimo elenco di numeri.

    Occorre immedesimarsi nella realtà che, in un solo anno, hanno perso la vita tante persone quanti gli abitanti di Asti e di Alba, messi insieme. E dietro ognuno di loro c’era una vita, un nome, un insieme di affetti, legami, speranze, futuro.

    Un aumento dei morti del 21 per cento a Torino nel 2020. Secondo i dati rilevati dalla società di proprietà comunale che gestisce i cimiteri, la crescita di decessi, e quindi sepolture, tra prima e dopo l’inizio della pandemia da Covid-19, è di 2678 unità: si è passati infatti da 12642 decessi nel 2019 ai 15320 registrati nel 2020.

    La triste teoria dei numeri sembra lasciarci indifferenti. Sembriamo preoccupati solo dal poter uscire nei week end, andare o meno al ristorante, riaprire le scuole, ricevere i ristori, procedere con i vaccini. Tutte problematiche importanti, per carità! Ma non possiamo accantonare 100mila vittime: sono una cifra spaventosa.

    Da rabbrividire. Non possiamo archiviare quelle vite, come semplice statistica.

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  • SIAMO MESSI COME UN ANNO FA

    18 marzo 2021 • COSE NOSTRE • 2652

    TUTTOBENE

    Qualche giorno fa mio figlio Tommy ha compiuto 25 anni. Nessuna festa, solo un pranzetto con i genitori. Inutile dire che era abbacchiato: “E’ un anno che non faccio una partita a pallone con gli amici, che non posso trascorrere una serata in santa pace in birreria…”.

    “Succede anche a me, a tutti” ho risposto”. “Scusa pà, ma è un po’ diverso. Tu hai 62 anni e, credo, poco cambi da un anno all’altro, invece i miei 25 anni non torneranno mai più”. Che dire? Ha perfettamente ragione.

    Siamo tornati a un anno fa. Pasqua e Pasquetta chiusi in casa, impossibilitati a uscire dal proprio comune, con gli studenti a casa a fare didattica a distanza. Variante o non variante: non è cambiato nulla. Ci hanno detto di indossare le mascherine, di lavarci spesso le mani, di non abbracciarci. La grandissima maggioranza degli Italiani si è attenuto alle regole (esclusi i soliti imbecilli). Risultato? Sembra tutto come nella primavera 2020. Tranne che adesso non diciamo che “andrà tutto bene” e non usciamo sui balconi a cantare.

    Non faccio colpe a questo o a quel governo. Mi sembra che il resto del mondo sia nelle nostre stesse condizioni.

    La realtà è che questo anno 2020-21 non lo abbiamo vissuto. Siamo a malapena sopravvissuti. E scusate se è poco.

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  • SCAFFALE: UNA RABBIA SEMPLICE DI DAVIDE LONGO

    12 marzo 2021 • LUOGHI E LIBRI • 3124

    Una rabbia semplice

    Ma se voi decideste di scrivere un romanzo giallo affibbiereste al vostro commissario il nome di Arcadipane? E lo fareste accompagnare da una cane con sole tre zampe? E, ancora, se avesse un vizio, gli fareste mangiare in maniera compulsiva caramelle sucai?

    Come sono lontani i tempi di Simenon che per scegliere i nomi dei protagonisti dei suoi romanzi si affidava all’ elenco telefonico per individuare quelli più normali, semplici, ordinari e se doveva disegnarli con qualche vizio metteva loro una pipa in bocca o un appetito pantagruelico.

    E invece il giovane Davide Longo, torinese di 50 anni nato a Carmagnola, sceglie la strada del paradosso, quasi dell’ assurdo, per narrare la nuova indagine del commissario Arcadipane. Eppure dall’ apparenza di un semplice caso di pestaggio di una donna fuori dalla stazione della metropolitana di Torino (con il presunto colpevole subito rintracciato), si dipana una trama che ci porta dall’ isola pedonale della Crocetta fino alla malga in una sperduta valle cuneese. Arcadipane ha 55 anni, un matrimonio fallito alle spalle e un futuro che non promette granchè: non ha il fascino di Rocco Schiavone nè di Montalbano, però non puoi non seguire i  suoi sforzi, i suoi fallimenti, la sua fatica di vivere. Forse perchè – come scrive Alessandro Baricco nella presentazione – “sono l’ invenzione del poliziesco piemontardo che Davide Longo scrive da Dio… E la cosa che mi secca è che le storie di Arcadipane non le ho scritte io”.

    DAVIDE LONGO

    UNA RABBIA SEMPLICE

    EINAUDI

    18 euro

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