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  • Castelmagno, un formaggio amato da oltre 700 anni

    4 ottobre 2025 • CINQUE SENSI • 7448

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    Risale al 1277 il primo documento scritto in cui viene citato il Castelmagno. Si tratta di una sentenza arbitrale in cui il marchese di Saluzzo impone al comune omonimo di pagare una tassa annuale con sette forme di Castelmagno d’alpeggio anziché in moneta sonante.

    Il Castelmagno è uno dei punti fermi dell’eccellenza gastronomica piemontese e la sua storia secolare lo conferma. E’ un formaggio nato dall’ingegno dei pastori dell’Alta Valle Grana ed è uno dei migliori prodotti caseari della nostra regione. Le sue origini sono antichissime e si stemperano nella leggenda: la più interessante è quella legata al nome che potrebbe derivare dal santuario di San Magno, edificato per commemorare un soldato dell’esercito romano martirizzato nelle vicine montagne o addirittura dal nome dell’imperatore Carlo Magno che ne era particolarmente ghiotto.

    Si racconta che la prima volta che questo “cacio rosso e verrucoso” venne presentato sulla nobile tavola, il monarca, prima di gustarlo, lo ripulì con cura dalle muffe verdi, parte essenziale del formaggio stesso e frutto dell’accurata stagionatura. Solo dopo molte insistenze si lasciò convincere ad assaggiarlo nella sua integrità, inutile dire che ne fu talmente entusiasta che il Castelmagno non mancò mai alla sua mensa.

    Le notizie che parlano del Castelmagno utilizzato come forma di pagamento per tasse e scambio merci risalgono al tredicesimo secolo, ma si pensa che la sua produzione risalga all’anno Mille. Una forma di Castelmagno valeva circa dodici denari, una cifra interessante, che dimostra quanto fosse già allora apprezzato e valutato.

    Intorno al 1200 i comuni di Cuneo e Saluzzo entrarono in guerra per il possesso di alcune forme di Castelmagno, il conflitto durò trent’anni, uno per ogni forma contesa. Cinquecento anni dopo, Vittorio Amedeo II di Savoia, era così goloso di questo formaggio da arrivare al punto di decretare che la comunità di Castelmagno avrebbe dovuto inviare ogni anno, oltre ai denari per il pagamento delle tasse, anche nove rubli di formaggio.

    Il Castelmagno era presente anche sulle tavole di Papi di Avignone che ne erano grandi estimatori.

    Ma è l’800 il secolo d’oro del Castelmagno. In quegli anni è considerato il miglior formaggio italiano ed è presente sui carrelli dei migliori ristoranti europei, primi fra tutti quelli londinesi e parigini.

    La prima e la seconda Guerra Mondiale contribuiscono purtroppo allo spopolamento delle valli e fino agli anni Settanta il Castelmagno rischia seriamente di scomparire, diventa quasi del tutto sconosciuto alla maggioranza dei consumatori. La produzione massiccia riprende solo negli anni Ottanta e, poco alla volta, ritorna sulle tavole degli italiani; nel 1982 ottiene il riconoscimento nazionale del marchio DOC e nel 1996 quello europeo DOP. Nel 2002 è certificato il Consorzio per la tutela del Castelmagno, nato con lo scopo di tutelare e promuovere quello che è riconosciuto come una delle produzioni casearie più rare, genuine e pregiate d’Europa.

    Il Castelmagno è prodotto, stagionato e confezionato solo nei comuni di Castelmagno, Pradleves e Montegrosso Grana in provincia di Cuneo; ma non solo, anche il latte deve provenire dagli stessi luoghi. Può inoltre fregiarsi della menzione aggiuntiva di “Prodotto della montagna” solo se il latte, la lavorazione e la stagionatura avvengono in zone classificate come montane, se invece il ciclo produttivo avviene sopra i 1000 metri può essere classificato con la denominazione “di Alpeggio”

    Esistono diverse tipologie di Castelmagno: quello fresco ha una crosta sottile, liscia e rossastra, la pasta è friabile di colore bianco perlaceo. Lo stesso formaggio con cinque mesi di stagionatura ha la crosta ingiallita e rugosa, la pasta interna è più compatta con colore tendente al paglierino, possono essere presenti anche venature verdi. L’erborinatura (del tutto casuale) è particolarmente apprezzata dagli appassionati del Castelmagno: il sapore diventa più intenso e risaltano i sentori delle erbe alpine. Proprio la particolare varietà e fragranza delle erbe presenti nei pascoli di alta valle sono il presupposto per produrre latte vaccino di altissima qualità, e quindi dell’ottimo Castelmagno.

    La produzione del Castelmagno è legata a norme particolarmente restrittive che dovrebbe servire a scoraggiare, ma anche a identificare con facilità i molti tentativi di imitazione. Attualmente i produttori del Castelmagno autentico sono circa una dozzina e producono circa sei/settemila forme all’anno contese dai migliori ristoratori di tutto il mondo.

    Risotto con Castelmagno, miele e noci

    Ingredienti per 4 persone: 600 gr di riso Carnaroli, 1 cipolla, brodo vegetale quanto basta, 1 bicchiere di vino bianco DOC del Piemonte, 500 gr di Castelmagno DOP, 2 cucchiai di miele, 3 cucchiai di olio extravergine d’oliva, 50 gr diburro, 8/10 noci.

    Scaldare l’olio in una padella ampia, unite la cipolla tritata finemente e fatela soffriggere fino a quando non è dorata ma soffice. Aggiungete il riso e tostatelo per qualche minuto mescolandolo. Aggiungete il vino bianco e cuocete fino a quando il vino non sarà completamente evaporato. Unite quindi 300 gr di Castelmagno tagliato a cubetti e, poco alla volta il brodo vegetale, mescolate con cura il vostro risotto con un mestolo di legno. Al termine cottura, mantecate sul gas aggiungendo 200 gr di Castelmagno grattugiato, il burro e il miele, mescolate con molta attenzione e cuocete ancora qualche istante. Togliete quindi il risotto dal fuoco e decoratelo con un po’ di castelmagno in scaglie, le noci tritate grossolanamente e ancora un po’ di miele. Buon Appetito!

    Patrizia Durante

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  • SCAFFALE: TERNAVASIO E I GRANDI SPORTIVI DEL PIEMONTE

    3 ottobre 2025 • LUOGHI E LIBRI • 481

    GRANDISPORTIVI DELPIEMONTE

    Dall’alpinismo al ciclismo, dal nuoto alla scherma, dal pallone elastico allo sci, dal calcio al tennis, sono almeno 25 le discipline in cui i piemontesi hanno primeggiato, per tutto il  Novecento e anche in questa prima parte del Nuovo Millennio.

    Maurizio Ternavasio, giornalista, appassionato di sport, musica e cinema, ripercorre la storia dello sport piemontese contemporaneo tracciando i ritratti di 50 grandi protagonisti, campioni che, nelle loro discipline, si sono distinti sui palcoscenici d’Italia, d’Europa e del mondo. Da Bagnaia a Piero Gros, da Gabetto a Fausto Coppi, da Cagnotto a Marta Bassino, da Arese a Stefania Belmondo….

    50 storie che mettono insieme il risvolto umano e sportivo di grandi personaggi capaci di segnare la storia delle discipline sportive, e non solo: esce un profilo a tutto tondo di oltre un secolo di sport, capace di aprire prospettive inedite sulla storia e la società del nostro Paese, sulle sue evoluzioni, sul modo di mediatizzare i suoi eroi.

    Come scrive nella prefazione il compianto Gian Paolo Ormezzano, si potrebbe obiettare sulle scelte di Ternavasio: ognuno ha i propri campioni da mettere nell’ Olimpo di casa sua. “Perchè quello e non questo?” “Perchè questo sport e non invece quell’ altra pratica sportiva, magari meno celebrata?”

    Il bello di questo libro è anche che fa discutere, invoglia a scoprire atleti magari meno conosciuti, invita a controbattere con la propria classifica.

    Insomma, è da leggere. Cosa si può volere di più da un libro?

     

    MAURIZIO TERNAVASIO

    I GRANDI SPORTIVI DEL PIEMONTE

    CAPRICORNO EDITORE

    14  euro

     

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  • IN ARRIVO ANCORA TURISTI, SIAMO PRONTI?

    2 ottobre 2025 • COSE NOSTRE • 559

    TURISTI

     

    Mi è capitato sottomano un sondaggio realizzato su uno spaccato della popolazione italiana: da questa analisi emerge che il 49% degli intervistati intende organizzare una vacanza in Piemonte (il 14 per cento sicuramente, il 35 per cento probabilmente) nella prossima stagione, in aumento rispetto al 44% del 2024. Torino si conferma la scelta principale, e in generale, la vacanza in Piemonte sarà caratterizzata da attività all’aperto, visite culturali, wellness, soggiorni all’insegna dell’enogastronomia, ma anche concerti, competizioni sportive, mostre, sagre e fiere locali. Il budget di spesa previsto oscilla tra i 500 e i 1000 euro.

    Queste prospettive future arrivano dopo un’ estate dove abbiamo visto crescere il turismo in Piemonte. I primi dati della Regione Piemonte confermano infatti il trend positivo: nei mesi di giugno e luglio, infatti, si registrano +4% di arrivi e +5% di pernottamenti rispetto allo stesso periodo del 2024. L’aumento dei volumi è trainato dal turismo estero: +8,7% di arrivi internazionali e circa +10% di pernottamenti. Grande successo per la montagna. Prese d’assalto località come Alagna Valsesia, Bardonecchia, Frabosa Sottana, Limone Piemonte e Sauze d’Oulx.

    Dati positivi che si affiancano, però, ai soliti mugugni piemontesi: “Sì arrivano, ma spendono poco”, “girano, guardano, osservano, ma poi non comprano”, “spesso si portano i panini da casa e pure l’acqua minerale”.

    E adesso ne aspettiamo ancora altri? Sono in aumento i flussi turistici? “Aiuto, qui rischiamo l’ overtourism” e giù con lagna.

    Ci si rifletta bene. In un momento in cui il futuro industriale ed economico della nostra Regione sono tutt’altro che rosei, ecco un settore in cui siamo ricercati e ambiti. Non pare una cosa da poco.

    Le istituzioni, i privati e l’intera popolazione sono pronti ad accoglierli a braccia aperte? Oppure, come accadeva solo qualche decennio fa, appena vedevamo all’orizzonte un turista sembrava ci desse fastidio e assumevamo immediatamente quell’aria sospettosa e infastidita.

    Insomma, non copiamo dai nostri vicini liguri.

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  • LO CHEF DEI PRESIDENTI E’ TORNATO A IVREA

    27 settembre 2025 • CINQUE SENSI • 2602

    chef presidenti gastaldi

    Dal Canavese agli States e ritorno. Nato a Valperga Caluso, provincia di Torino nei pressi di Ivrea, si trasferisce a Washington per 5 anni e si trova a cucinare per i Clinton, per gli Obama e per il suo vice Biden, attuale inquilino della Casa Bianca. Ecco perchè Ugo Gastaldi è soprannominato “chef dei presidenti”.

    “Clinton sempre con problemi di dieta, Obama amante della cucina italiana, Biden impazziva per i miei spaghetti al pomodoro” racconta oggi Ugo.

    Dopo qualche esperienza ancora all’ estero, ecco il ritorno alle origini, nel Canavese, per aprire il ristorante XO (che significa baci e abbracci) nel cuore di  Ivrea,  all’ interno del 3T-BoutiqueHotel

    Sebbene sia una terra aspra, magari anche difficile per Ugo Gastaldi è un ritorno a casa, alle origini- E quindi in cucina si preparano alcune ricette tipicamente canavesane, ma certamente rivisitate alla moda dello chef dei presidenti. Non può mancare il piatto tipico di queste terre che è la Tofeja, un tipo di terrina in terracotta piemontese dove vengono cucinati i fagioli grassi con cotiche di maiale. Gastaldi trasforma i fagioli in una delicata crema e la cotenna in una deliziosa chips.

    Ricca la cantina di vini canavesani, dal Carema all’ Erbaluce per concludere con il Passito per i dolci.

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  • GIROVAGANDO…IL CAMPANILE GRISSINO A TORINO

    26 settembre 2025 • LUOGHI E LIBRI • 4898

    NOSTRA SIGNORA DEL SUFFRAGIO

    Girovagando per  Torino vi capiterà di osservare la città dall’ alto e da qualsiasi punto vi  salteranno subito agli occhi la Mole Antonelliana insieme a qualche grattacielo, vecchio e nuovo, e quel campanile così strano. Lungo come un grissino, colorato, illuminato di notte, davvero una costruzione insolita.

    E’ la torre campanaria della chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio, impropriamente detta di Santa Zita, di via San Donato 33, nell’ omonimo quartiere a poche centinaia di metri da piazza Statuto. Fu aperta al culto il 1 novembre 1876 dopo 13 anni di lavori ed era la casa madre dell’ ordine religioso di suore fondato da Francesco Faà di Bruno. Generale dell’ Esercito, matematico, astronomo…insomma una personalità eclettica prima della sua dedizione totale alla chiesa e ai poveri. Nominato beato da papa Giovanni Paolo II nel 1988 e le sue spoglie riposano proprio nella chiesa di via San Donato.

    Quell’ edificio fu costruito dal Faà di Bruno e le sue capacità tecnico scientifiche si rivelano soprattutto osservando il campanile che domina la cupola in stile romanico-bizantino. La torre è alta 75 metri mentre la base è un quadrato di soli 5 metri per lato. Insomma, un vero grissino.

    La cella campanaria non si trova in cima come in tutti i campanili, ma a metà. Trentadue colonne metalliche sorreggono la cella per non ostacolare il propagarsi delle onde sonore delle campane che a mezzogiorno arrivano in tutto il quartiere di San Donato nonostante il caos odierno.

    In cima c’ è un osservatorio astronomico dove lavorava Francesco Faà di Bruno, oggi in disuso, e un orologio con quattro quadranti illuminati anche di notte, utilissimi quindi a tutti agli abitanti del borgo.

    Sulla guglia una statua dorata di San Michele Arcangelo nell’ atto di suonare la tromba.

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  • E C’ È CHI TORNA A VIVERE IN MONTAGNA

    25 settembre 2025 • COSE NOSTRE • 606

    piccoli-comuni

    Per anni abbiamo gridato, allarmati, dello spopolamento delle nostre montagne. E, invece, numeri alla mano, siamo qui a descrivere come, dal Covid in poi, oltre quattordicimila cittadini hanno scelto di trasferirsi in un comune delle montagne piemontesi. È come se dal 2019 a 2023 un’intera cittadina si fosse trasferita in quota. E i suoi abitanti si fossero sparpagliati tra le 39 valli piemontesi. Il saldo migratorio si conferma positivo, con un aumento del 2,6% dei residenti.

    In tutta Italia sui 100mila nuovi ingressi nelle aree montane, 65mila sono italiani e, quindi, non stranieri immigrati. È la fotografia che arriva dal Rapporto Montagne di Uncem.

    Ora si tratta di vedere se si tratta di trasferimenti veri, oppure se – dopo lo spauracchio del lockdown – i cittadini hanno spostato la residenza dove magari avevano la seconda casa, per crearsi così una via di fuga in caso di nuove, future chiusure. Però, il rapporto ci dice che tra i nuovi residenti in montagna, ci sono molte coppie under 40 con bimbi, quindi vitali per quelle piccole comunità. Molti anche gli ultrasettantenni che rincorrono l’idea di una pensione serena, senza lo stress della grande città.

    Servono, però, servizi adeguati. Dai trasporti alla sanità, agli sportelli bancari, per arrivare ai più semplici: tv, telefonia, banda ultralarga. Molti cittadini potrebbero spostarsi in montagna a lavorare con lo smartworking, se ci fossero linee internet efficienti e veloci.

    Le Valli di Lanzo nei 25 Comuni, da fondo ad Alta valle, hanno accolto 1.628 nuovi ingressi, altri 1.200 nel Canavese, la Valchiusella ha registrato una crescita del 5,5%, ossia 259 abitanti su 5mila. E proprio in Valchiusella, a Brosso, fra qualche settimana riaprirà l’ unico bar del paese di 800 abitanti. Un segno di rinascita.

    Tra i nuovi ingressi dell’alta Val Tanaro, a Ormea, paesino di quasi 1.500 abitanti sparsi tra 13 frazioni (con 14 cimiteri), ci sono giovani coppie, una in particolare si è trasferita dal Trentino per aprire un’azienda agricola. Quel che preoccupa, però, è il saldo naturale: proprio a Ormea ogni anno muoiono, in media,  30 persone e nascono dai tre ai cinque bambini.

    Ma questo è un problema anche nelle grandi città.

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  • RUCHE’, IL VINO DEL PARROCO

    20 settembre 2025 • CINQUE SENSI • 2505

    ferraris-clasic

    Il Ruchè è un vino relativamente giovane. Da una sessantina d’ anni è stato riscoperto anche se si hanno tracce del vitigno già nei secoli passati. A riportarlo in auge negli Anni Sessanta l’ allora parroco di Castagnole Monferrato, don Giacomo Cauda. Ne vinificò alcuni bottiglioni dalle uve della sua vigna e trovò che il prodotto era davvero buono. Il nome pare che derivi da San Rocco, insomma sempre affari di chiesa. E infatti oggi il Ruchè Vigna del Parroco è stimato di altissima qualità.

    La zona di produzione è limitata a 7 comuni del Monferrato astigiano: Castagnole, Montemagno, Grana, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi. E in questi 60 anni il Ruchè è diventato famoso in tutto il mondo con recensioni sulle maggiori riviste internazionali di vini. Con una produzione che è letteralmente esplosa. Dalle 50mila bottiglie degli Anni Duemila, nel 2010 arriva la DOCG e se ne producono 430mila bottiglie l’ anno, oggi si è superato il milione.

    Un vino moderno con una versatilità infinita: Ruchè giovane da abbinare con il pesce e Ruchè Riserve che affina per anni in botti di legno. Un vino importante: la gradazione alcolica va dai 14 ai 16 gradi.

    E allora lasciamoci trasportare dal profumo persistente e fruttato, dal corpo robusto di questo vino color rosso rubino e beviamone un calice. Con la benedizione di don Giacomo Cauda, un tempo parroco di Castagnole Monferrato, scopritore del Ruchè.

     

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  • SCAFFALE: TORINO FILMOPOLIS DI SCIANCA-COMAZZI

    19 settembre 2025 • LUOGHI E LIBRI • 466

    torino-filmopolis-cover

    “Da più di un secolo il cinema racconta le città del mondo. Il cinema, raccontandole, racconta anche le città… A volte sono protagoniste, altre sono solo un cameo. A volte non sono loro, si fingono, si travestono”. Ecco, in poche frasi, lo sviluppo del libro “Torino Filmopolis” di Giorgio Scianca con Alessandra Comazzi: il frutto di un lavoro che spoglia i film degli interni privati per dare spazio agli esterni pubblici.

    Giorgio è architetto, ideatore e redattore della testate giornalistica “ArchiworldTV”. Alessandra è giornalista, critica televisiva del quotidiano La Stampa. Sono marito e moglie.

    Questo loro libro racconta non solo i film girati a Torino, ma le location, le suggestioni di vie, piazze, quartieri, tetti e scantinati. Monumenti e simboli famosissimi e iconici di questa città, ma anche angoli oscuri, sconosciuti: Torino è un set cinematografico a cielo aperto. La torinesità è a volte nascosta, nei risvolti, non appariscente e declamata. E quindi non solo i classici “La donna della domenica”, “Profondo Rosso”, “Torino nera”, “Santa Maradona” ma tanti altri film, magari meno famosi, ma pellicole dalle quali emerge una citta davvero cinematografica:  molto architettonica, molto subalpina. Perché Torino, come si  racconta in tutte le pagine del libro è cinema, è architettura, è musica. Una triangolazione perfetta.

    E il libro non finisce nell’ ultima pagina: “ricominciamo dalla fine” dicono gli autori, perchè finché c’è il cinema c’è speranza. E dove c’è una città, qualcuno sta pensando di girarci un film. Una catena che non si interrompe.

    GIORGIO SCIANCA con ALESSANDRA COMAZZI

    TORINO FILMPOLIS

    MIRAGGI EDIZIONI

    21 euro

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  • MA DOVE VANNO A SCUOLA I NOSTRI RAGAZZI….

    18 settembre 2025 • COSE NOSTRE • 485

    SCUOLA

    Eccoci all’inizio dell’anno scolastico con le solite notizie “rassicuranti”: cresce il costo dei libri di studio, mancano gli insegnanti, ecc. Ma ecco la novità. In Italia, nove edifici scolastici su dieci non dispongono di certificazioni di sicurezza, quelle obbligatorie. Su circa 40mila scuole statali, ben 36mila risultano fuori norma, cioè insicure.

    Sono i dati di Tuttoscuola. La situazione appare particolarmente critica per 3.588 edifici, pari al 9% del totale, dove studiano e lavorano circa 700 mila persone: in questi casi manca completamente qualsiasi certificazione obbligatoria.

    Il Lazio detiene il primato negativo: su 3.203 scuole solo 407 hanno il certificato di agibilità (12,7%). Da noi va un po’ meglio. In Piemonte il 53,4% degli edifici ha il certificato di agibilità. Ma non è un grande vanto: su 3.254 edifici scolastici, soltanto 1.737 dispongono del documento che attesta la sussistenza delle condizioni di sicurezza, igiene, salubrità, risparmio energetico degli edifici e degli impianti installati. Poco più della metà.

    Per il Ministero dell’Istruzione sono in corso i lavori grazie ai fondi Pnrr che interessano oltre 10mila edifici. Un piano definito come il più grande intervento di sempre, per mettere in sicurezza le scuole italiane.

    Ho la sensazione che il Pnrr sia un pozzo senza fondo, con quei soldi dovremmo sistemare tutto, in pratica rifare l’Italia.

    Intanto i miei ricordi vanno a quel sabato 22 novembre 2008 quando lo studente Vito Scafidi perse la vita tra i banchi a causa del crollo di un controsoffitto, mentre 17 dei suoi compagni rimasero feriti: accadde al liceo Darwin di Rivoli. E mi prende lo sconforto: il sacrificio di quel ragazzino biondo, con gli occhi azzurri come il mare, è stato vano?

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  • LA MENTA PARLA PIEMONTESE

    13 settembre 2025 • CINQUE SENSI • 961

    menta-piperita

    A sud di Torino sorge una cittadina adagiata all’inizio della pianura Padana caratterizzata da un terreno particolare formatosi durante le alluvioni quaternarie, argilloso/siliceo in superficie, molto permeabile ma con un sottosuolo umido. E’ Pancalieri.

    I vasti campi che circondano la cittadina sono famosi per la coltura della Menta Piperita nera (Mentha Piperita varietà Officinalis Sole) nota come Menta Mitcham, dalla località inglese del Surrey dove ebbe origine.

    Questa particolare qualità di menta fu introdotta in Italia nel 1903 da Honoré Carles, che già nel 1901 era entrato in società con  Giovanni Varino, titolare dell’omonima distilleria fondata a Pancalieri nel 1870.

    Nel 1908 Honoré Carles si mise in proprio e da quel momento la coltivazione della Menta Mitcham o Italo – Mitcham, si diffuse in modo rapido, sia per la resa in erba verde, molto remunerativa per il coltivatore, sia per la resa di oli essenziali di elevata qualità, altrettanto remunerativa per i distillatori.

    La coltivazione della menta risale però a parecchi anni indietro, si trovano infatti importanti testimonianze risalenti al 1700 riportate dalla Iconographia Taurinensis conservata nella biblioteca dell’Orto Botanico di Torino.

    Altre importanti testimonianze affermano che in Piemonte esistevano coltivazioni di menta piperita, diversa dalla Mitcham, sin dal 1865: Primo Pietro, confettiere, distillava la menta coltivata a Cavour, mentre a Pancalieri il farmacista Chiaffredo Gamba, la distillava con un alambicco da 100 litri.

    Qualche anno dopo altri aprirono distillerie a Pancalieri come Melchiorre Oddone, mentre Domenico Ulrich a Torino, dava alla distillazione della menta di Pancalieri e dei comuni limitrofi, un’impronta industriale.

    Nel 1914 nella zona del Pancalierese si contavano 17 distillerie con 71 alambicchi, nel 1924 le distillerie erano 22 e raggiunsero il numero di 70 solo due anni dopo.

    Nel dopoguerra la coltivazione della menta rimase vincolata alla zona del pancalierese e seguì le vicende del mercato dell’olio essenziale, quasi tutte le aziende agricole erano oramai dotate di un l’alambicco che consentiva la distillazione in proprio.

    Attualmente la menta si coltiva in vari Comuni tra Villafranca Piemonte e Carmagnola con al centro Pancalieri. L’olio essenziale viene estratto per mezzo di una corrente di vapore in alambicchi d’acciaio, si utilizza la pianta appena raccolta intera, servono 10 quintali di menta per estrarre 3 chili di olio essenziale. La raccolta e la distillazione avviene in piena estate, quando la concentrazione dell’aroma è massima, l’olio essenziale estratto viene sottoposto ad un’ulteriore processo di distillazione che elimina alcune impurità e ne migliora le caratteristiche organolettiche. Nella zona di Pancalieri viene coltivato il 50% delle erbe officinali prodotte in tutta Italia. L’olio essenziale di menta di Pancalieri è iscritto nell’elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionale del Piemonte.

    Quest’ anno nel weekend 20-21 settembre a Pancalieri torna Viverbe, un’ occasione da non perdere per conoscere e gustare la Menta Piemontese e tante altre erbe officinali

    Patrizia Durante

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