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  • GIROVAGANDO…IL PONTE DEL DIAVOLO DI LANZO

    12 settembre 2025 • LUOGHI E LIBRI • 4157

    diavoloponte

    Partiamo dalla leggenda o dalla cronaca? E vada per la leggenda

    A Lanzo avevano un problema urbanistico: gli abitanti volevano costruire un ponte sulla Stura ma si scontravano sempre con la realtà di un’opera che non poteva mai essere finita; o una piena del torrente portava via le impalcature o un fulmine cadeva sulla travatura, oppure in una notte di tempesta si staccò un macigno da Mont Bass e cadde sul ponte, spaccandolo in due. Inutili tutti gli appelli al cielo: novene, processioni, scongiuri non erano serviti a nulla, finché un vecchio lanzese aveva suggerito di chiedere consiglio al diavolo. Ma come fare a incontrarlo? Il vecchio fu mediatore e fece sapere che il diavolo s’impegnava a costruire il ponte ma, in compenso, voleva un’anima.  I maggiorenti del paese firmarono il contratto. Se in una notte il diavolo avesse realizzato  il ponte, al mattino seguente gli avrebbero fatto trovare l’anima di un cristiano. Dopo una notte buia e tempestosa, le prime luci del mattino illuminarono il ponte, che, bagnato dalla pioggia, splendeva come se fosse d’argento. Il diavolo corse a prendersi il sacco contenente l’anima, ma quando l’ aprì trovò soltanto un cane. Allora scalciò violentemente più volte con il  suo zoccolo sulle pietre,  formando le cosiddette Marmitte dei Giganti, e sprofondò all’inferno.

    Fin qui la leggenda…

    In realtà il ponte fu edificato nel 1378 con il consenso del Vice castellano di Lanzo, Aresmino Provana di Leynì, collaboratore di Amedeo VI di Savoia (conosciuto come il Conte Verde). La spesa fu di 1400 fiorini: per sostenere questa spesa venne imposta una tassa sul vino per dieci anni. Forse per questo la gente cominciò a maledire quel ponte chiamandolo del Diavolo. In realtà serviva a collegare Lanzo e le sue Valli con Torino superando la Stura e permettendo così di evitare il passaggio da Balangero, Mathi e Villanova, territori governati dai Principi di Acaja, e da Corio, sotto il controllo dei Marchesi del Monferrato, nemici Savoia.
    Il ponte, con una luce di 37 metri, un’altezza di 16, lunghezza di 65 e larghezza minima di 2,27, costruito a schiena d’asino, si trova in una stretta gola scavata dalle acque della Stura in tempi preistorici. Su di esso è stata costruita, il 15 luglio 1564, una porta che veniva chiusa allo scoppiare di epidemie (come la peste) per impedire il passaggio dei forestieri e preservare il borgo.
    Le caratteristiche “Marmitte dei Giganti”  sono fenomeni geologici dovuti all’azione vorticosa che l’acqua ha sulle rocce che trova lungo il suo passaggio. In corrispondenza del Ponte del Diavolo di Lanzo se ne contano 21 disposte su 18 metri di dislivello dalla Stura.

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  • CHE CAVOLO DI PUBBLICITÀ

    11 settembre 2025 • COSE NOSTRE • 533

    download (51)

    Sarà capitato anche a voi…(non è il reifrain della famosa canzone), in questi mesi estivi di osservare la televisione, magari distrattamente, e di essere colpiti da strani spot pubblicitari.

     Mi domando: siamo diventati un popolo di persone malate, con diverse patologie, oppure semplicemente assai ipocondriaci?

    Mi appresto a pranzare o cenare, ed ecco che arrivano, sullo schermo, persone che soffrono di stipsi o – al contrario – di diarrea, donne con pruriti vaginali, uomini con problemi di prostata, sembra che tutti siamo incontinenti e necessitiamo di pannoloni notturni, la dentiera ci si rompe in continuazione, e la sordità impera. Per non parlare di bruciori di stomaco, mal di testa, ciclo mestruale abbondante, e l’elenco potrebbe continuare.

    Caroselli che proponevano medicinali da banco ci sono sempre stati: quelli con i capelli grigi come il sottoscritto, ricorderanno Nicola Arigliano e il suo Digestivo Antonetto, ma – se la memoria non m’ inganna – erano molto rari, sporadici. Adesso sembra di vivere in una farmacia televisiva, 24 ore su 24 di consigli (????) per la nostra salute.

    Per contro sono quasi spariti gli spot che reclamizzano automobili. Fino a qualche anno fa non c’era che l’imbarazzo della scelta per chi stava decidendo di cambiare vettura. Sarà che non si vendono più auto? Oggi, per contro, regnano pastiglie, bustine, compresse, gocce, integratori, vitamine… soluzioni per ogni malessere.

    Eppure, la pubblicità difficilmente sbaglia: dietro slogan, testimonial, immagini, sketch ci sono studi approfonditi. Non vengono mai scelti a caso. Questo tsunami di “spot medicamentosi” porta senz’altro risultati in termini di vendite e di posizionamento sui mercati. E le case farmaceutiche accumulano utili su utili, imperando su un popolo di malati, presunti tali, ipocondriaci, comunque insofferenti.

    Va bene così? Mah…comunque cenare tutte le sere con quella signora che non sopporta i suoi pruriti vaginali, o quell’ uomo che si sveglia più volte nella notte per falsi richiami di andare in bagno, mi dà un pochino fastidio.

    Questo almeno posso dirlo?

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  • LA FIERA ZOOTECNICA DI CHIERI E LA CARNE PIEMONTESE

    6 settembre 2025 • CINQUE SENSI • 14829

    Fresh raw beef on cutting board

    Il 4 settembre a Riva presso Chieri ‘è stata la Fiera Zootecnica promossa da Confagricoltura L’ occasione per fare una riflessione sulla nostra carne rossa piemontese

    06Non  ne faccio un uso quotidiano e nemmeno smodato , ma non smetterò mai di mangiare la Salsiccia di Bra, i Salami, i prosciutti, insomma la carne rossa. Anzi vorrei capire cosa c’ è dietro certe campagne mondiali che non fanno che danneggiare il nostro made in Italy. Il consumo di carne in Italia è di 78 chili a testa. Cifra ben al di sotto dei 125 chili a persona degli Stati Uniti o dei 120 chili dell’Australia. Oltretutto, gli italiani vantano un primato per la longevità, con 85 anni per le donne e 80 per gli uomini, da cui emerge che la carne Made in Italy è più sana ed ottenuta nel rispetto dei rigidi disciplinari di produzione Doc che assicurano il benessere e l’alimentazione degli animali.

    In particolare credo che gli allevatori e i produttori del nostro Piemonte siano da difendere e sostenere.

    La carne Piemontese per la tracciabilità e la qualità da cui è contraddistinta, è ottima anche sotto il profilo nutrizionale  e recenti studi confermano l’elevato valore nutritivo che la rende un alimento indicato per i bambini e gli anziani, per l’apporto di proteine nobili, la bassa concentrazione di colesterolo, la scarsità di grassi.

    La razza Piemontese ha dimostrato superiorità in termini dietetici, rispetto alle altre carni. Per l’elevata presenza di acidi polinsaturi, la carne del classico fassone si avvicina a quella di molti pesci che, grazie a questa caratteristica, hanno trovato il loro spazio nella dieta mediterranea, da tutto il mondo considerata la più salutare.

    La carne bovina prodotta in Piemonte è assolutamente sicura e non può in nessun modo essere accostata a pericolose sostanze cancerogene.

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  • SCAFFALE: AMORE E GINNASTICA DI DE AMICIS

    5 settembre 2025 • LUOGHI E LIBRI • 494

    deamicis-amoreeginnastica

    Qualche volta bisognerebbe ringraziare gli editori, per il lavoro che fanno. Specialmente se non sono delle major e specialmente quando ci aiutano a scoprire piccoli tesori nascosti, o dimenticati, che ci consentono di “fare pace” con qualche scrittore.

    Quindi grazie alla casa editrice Capricorno che ha pubblicato, nella collana Capolavori Ritrovati, Amore e Ginnastica di Edmondo De Amicis.

    Devo confessare che era dall’inizio adolescenza che avevo accantonato De Amicis, forse condizionata da quello sciropposo e melenso libro Cuore, e non ero per niente incuriosita dal resto della sua produzione letteraria. Ma, c’è sempre un ma, mi sono dovuta ricredere. A parte il tipo di scrittura un po’ datata e l’uso di forme grammaticali e termini così superati da costringermi, di tanto in tanto, a ricerche sul dizionario, Amore e ginnastica e davvero un libro leggero, ironico e perfino divertente. Un libro, che quando lo finisci, ti lascia la soddisfazione di averlo letto, perché rappresenta un tassello che ti saprebbe spiaciuto perdere, non foss’altro per averti reso un’immagine diversa e più completa dell’autore. Ma anche per averti consentito di scoprire termini tanto desueti quanto accattivanti!

    La storia è semplice e scaturisce da subito dalla penna di De Amicis, una storia d’amore, (forse) non corrisposto tra il segretario Celzani, ex seminarista e la maestra di ginnastica Pedani, di origine lombarda, venuta a Torino per insegnare e coinquilina della maestra Zibelli. Ancora maestre quindi, ma molto diverse dalla più nota collega “dalla penna rossa”. La Pedani è un’innamorata della ginnastica e, forte dei suoi studi e delle conoscenze anatomiche, è convinta che la sua disciplina sia la panacea per tutti i mali che affliggono la gioventù, specialmente le ragazze, ancora obbligate in stretti corsetti: pertanto conduce una personale battaglia perché alla sua materia sia data la giusta importanza in tutte le scuole. La Zibelli è lunatica, pensava che tutti gli uomini stravedessero per lei e mal sopporta il successo della collega, dotata di un fisico invidiabile.

    La storia si svolge tra via dei Mercanti, dove sono domiciliati i tre, e le vie del centro storico di Torino. Fanno da contorno una serie di protagonisti che ben rispecchiano le caratteristiche, gli ideali e gli animi dei personaggi dell’epoca.

    Per gran parte del romanzo Celzani cercherà di far breccia nel cuore della Pedani, ma lei lo respingerà. È una donna libera e mette al primo posto la passione e la dedizione per la sua professione. Insomma, un’immagine di una donna libera e rivoluzionaria, che non vuole sottostare alle convenzioni dell’epoca, che la vorrebbero maritata e con uno stuolo di pargoli.

    Anche la figura di Celzani è innovativa, dietro a quell’aria da pretino mancato, si nasconde un uomo pieno d’ardore e di sensualità, che perde la testa per una caviglia scoperta o per un lembo di candida pelle della Pedani. Ma è anche consapevole che il confronto fisico è impietoso e quindi si macera tra le sue ambizioni amorose, i ripetuti rifiuti dell’amata e un forte senso di inferiorità nei confronti di questa donna così sicura e forte.

    Ovviamente non rivelo il finale del romanzo, perché voglio lasciarvi la possibilità di assaporarlo, immergendovi nelle parole e nei sentimenti così ben descritti da De Amicis.

    Patrizia Durante

     

    Edmondo De Amicis

    Amore e ginnastica

    Edizioni Capricorno

    Euro 12

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  • UN FUTURO SENZA IDRAULICI?

    4 settembre 2025 • COSE NOSTRE • 660

    idraulico

    I numeri parlano chiaro: l’artigianato italiano è al collasso. Quello piemontese in caduta libera.

    In dieci anni, in Italia, sono andate perdute circa 400.000 imprese artigiane. In Piemonte il saldo negativo tocca quota 43.000 unità: un’emorragia che non è più un segnale d’allarme, ma un grido disperato.

    Vogliamo andare avanti con dati sconfortanti? Secondo la CNA (Confederazione Nazionale Artigianato) nel primo semestre del 2025 la cassa integrazione è aumentata del 42% rispetto allo stesso periodo del 2024. E poi, ancora: quasi un’impresa su cinque in Piemonte (19,9%) è a rischio insolvenza nei prossimi 12 mesi.

    Le ragioni di questa crisi le conosciamo tutti: eccessivo peso fiscale sulle imprese, burocrazia sempre più soffocante, difficoltà e trasmettere il mestiere alle nuove generazioni, costo del lavoro difficile da sostenere, soprattutto in mancanza di agevolazioni per assumere giovani ai quali insegnare la professione, spese energetiche in crescita continua, accesso al credito pieno di ostacoli, ecc…

    Non si tratta solo di imprese, dietro ogni artigiano ci sono lavoratori, figli, famiglie. Realtà che stanno pagando un doppio prezzo: quello della crisi economica e quello dell’indifferenza politica.

    Siamo al punto di non ritorno: l’artigianato rischia di collassare definitivamente. E quindi avremo un futuro senza idraulici, elettricisti, orafi, muratori, imbianchini, tornitori, fresatori? E l’elenco potrebbe continuare.

    Oppure ci affideremo all’Intelligenza Artificiale anche per riparare una serranda, per fare un impianto elettrico o per tinteggiare i nostri appartamenti? Pura utopia.

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  • AGNOLOTTI E STUFATO D’ ASINO, A CALLIANO E NEL MONFERRATO

    30 agosto 2025 • CINQUE SENSI • 2648

    AGNOLOTTIASINO

    La leggenda narra che due abitanti di Calliano d’ Asti, nei primi anni del 1800, furono incaricati di guidare una mandria di asini dal monte Amiata in Toscana fino a Saint Jean de La Marienne in Francia. In quell’ occasione scoprirono che la carne d’asino poteva essere usata come alternativa a quella bovina, all’epoca decisamente più cara, e cominciarono a cucinarla. una carne decisamente gustosa, che regala un sapore particolare ad ogni pietanza e, inoltre, può essere cucinata in tantissimi modi: dallo stufato, a torte salate, fino ad agnolotti ripieni: la carne d’asino offre una rosa di piatti che ormai contraddistingue la cucina di Calliano e del Monferrato.

    Tanti i ristoranti della zona che preparano questi piatti e li servono caldi e fumanti, accompagnati dagli splendidi vini del Monferrato. A Bubbio, sempre in provincia di Asti, all’ agriturismo Tre colline in Langa, Paola Arpione cuoca contadina di Campagna amica, ha raccolto le antiche ricette di un’ anziana donna di Calliano, per riproporre piatti con carne d’ asino.

    Oggi sono tra i piatti più amati della tradizione culinaria piemontese, e ad essi sono persino dedicate due manifestazioni, la Sagra dell’Agnolotto d’Asino e la Sagra dello Stufato  che  si tengono ogni anno a fine giugno e ad agosto a Calliano Monferrato!

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  • GIROVAGANDO…IL RICETTO DI CANDELO

    29 agosto 2025 • LUOGHI E LIBRI • 6814

    RICETTO DI CANDELO

    Visitate il Ricetto di Candelo, nel Biellese, e vi troverete immersi in un attimo nel Medioevo. Tutto è rimasto intatto e uguale a seicento anni fa e forse più…

    Il Ricetto di Candelo è una fortificazione collettiva sorta per iniziativa della popolazione negli anni a cavallo tra XIII e XIV secolo. La gente di Candelo lo utilizzava come deposito per i prodotti agricoli in tempo di pace e come rifugio in tempo di guerra o di pericolo. Si è conservato grazie alla sua matrice contadina, infatti fino a pochi anni fa nelle “celle” si faceva il vino e si mettevano al sicuro i prodotti della terra. Il ricetto è a pianta pentagonale, ha un perimetro di circa 470 metri e una superficie di 13 mila mq, è largo 110 metri e lungo 120. In queste ristrette dimensioni trovano spazio circa 200 cellule, oggi quasi tutte di proprietà privata.

    Gli angoli del ricetto sono protetti da quattro torri rotonde, in origine tutte aperte verso l’interno per facilitare le operazioni di difesa.

    Varcata la torre-porta, ci si trova in una piazzetta pavimentata con le pietre tondeggianti del vicino torrente. La costruzione più imponente è il palazzo del principe, fatto costruire da Sebastiano Ferrero nel 1496. Le rue – francesismo con cui si chiamano le strade – sono a ciotoloni per permettere il deflusso delle acque.

    Dal Ricetto, scendendo lungo il tratto erboso a sinistra della torre di sud-ovest, si raggiunge la chiesa di Santa Maria attraverso un viottolo che costeggia la roggia Marchesa. La chiesa risale forse  al 1182 e conserva una bella facciata romanica costruita con pietre di torrente.

    E si può anche mangiar bene. Il prodotto del Ricetto è un salame sotto grasso chiamato salam‘d l’ula. Tipici anche i dolci croccanti del Ciavarin. Il piatto tipico è la paletta candelese, un salume costituito dalla scapola di suino sgrassata, salata e massaggiata manualmente e prodotta secondo tradizione in limitate quantità.

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  • LA RIVINCITA DELLA NOSTRE MONTAGNE

    28 agosto 2025 • COSE NOSTRE • 507

    montagna estate 2

    Che strana questa estate 2025. Da un lato il caro ombrelloni e spiagge private semideserte, dall’altro temperature equatoriali e fuga dalle città e quindi una crescita delle presenze nelle località di montagna. Ma attenzione: sarebbe sbagliato fare l’equivalenza fra questi fenomeni. Cioè non è che siccome al mare i prezzi sono inaccessibili, la gente va in montagna.

    Non può essere così, non deve essere così.  La montagna non è gratuita.

    La scelta delle vacanze al fresco, in altura deve essere consapevole, nel rispetto di chi la montagna la ama, la rispetta, ci vive tutto l’anno.

    Ho trascorso alcuni brevi periodi di questa estate 2025 sulle Dolomiti, nelle Valli di Lanzo e del Cuneese, ma anche all’ Alpe Devero, in Ossola. Ovunque ho respirato aria buona, mangiato piatti genuini, mi sono regalato momenti di relax e di benessere. Ma se in Trentino siamo ormai vicini all’overtourism con sentieri affollati come le nostre tangenziali, hotel e rifugi strapieni, in Piemonte, quasi ovunque, c’è ancora modo di godere di ampi spazi e non restare pigiati come sardine. Interessante, ad esempio, la scelta turistica dell’ Alpe Devero: qui il turismo è contingentato. Sono disponibili 900 posti auto: raggiunto quel limite, stop alle vetture. Chi vuole sale a piedi, oppure rinuncia.

    In questo modo il turismo diventa davvero sostenibile, nel rispetto della natura.

    Turismo consapevole significa anche rispetto delle comunità che vivono la montagna tutto l’ anno. Quindi acquisto di prodotti locali, nei negozi del posto. Che senso ha andare in montagna con la macchina piena di cibo comperato negli ipermercati cittadini e fare picnic nel primo prato libero?

    Le nostre montagne possono rappresentare bellezza e ricchezza.

    Ma attenzione.

    Io dico no e mi opporrò con forza a chi vuol farle diventare come la Riviera Romagnola, con tutto il rispetto per chi si è inventato quel “divertimentificio” e per chi è attratto da quel tipo di vacanza.

    Il pericolo c’è. Con la crescita delle temperature la fuga dalla pianura verso il fresco delle Alpi, è appena cominciata.

    Le nostre montagne vanno salvaguardate in ogni modo. Prima che sia troppo tardi.

     

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  • IL RISO DELL’ OSTERIA CONTEMPORANEA

    23 agosto 2025 • CINQUE SENSI • 2280

    OSTERIACONTEMPORANEA

    Si fa presto a dire riso. Come se di risi ce ne fosse una sola qualità, invece sono tantissime le varietà di questo cereale. E di piatti a base di riso? Un’ infinità. E allora siamo andati nel Novarese, a Caltignaga, zona tipica della coltivazione del riso da uno chef che lo ha scelto proprio come materia prima per i suoi piatti e per i suoi menù. Gianpiero Cravero con la sua Osteria Contemporanea

    Osteria di una volta, ma  contemporanea perché qui si cerca di modernizzare l’ intera offerta di piatti, soprattutto a base di riso. Cravero infatti è stato uno dei primi chef a sperimentare l’ uso del riso Venere, quello nero, negli Anni Novanta quando ancora nessuno lo conosceva.

    Abbiamo scoperto una rivisitazione del Risotto alla Milanese, o meglio allo zafferano con il midollo di carne, tritato e posto come base per un piatto di spaghetti di riso Artemide. Poi il trionfo del riso nero con code di gamberi e crema di Gorgonzola CentoCavalli, una varietà potente di questo formaggio piccante.

    I primi reperti di riso coltivato risalgono a 7mila anni fa. Oggi continuiamo a coltivarlo e mangiarlo. Bianco, nero, integrale, decorticato, perlato… Perché fa bene alla nostra salute, e soprattutto perché è buono in un’ infinità di ricette, dai piatti unici ai dolci, come contorno o come primo o secondo piatto, insomma il riso è davvero amato da tutti.

    E come recita il proverbio il riso nasce nell’ acqua e deve morire nel vino. Gianpiero Cravero propone i rossi delle Colline Novaresi, a partire dal Vespolina, vinificato in purezza.

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  • SCAFFALE: CRISTIANA FERRINI E IL CAPITANO DEI CAPITANI

    22 agosto 2025 • LUOGHI E LIBRI • 852

    Ferrini_libro_Cristiana

    Non è il solito libro su un giocatore del Torino, fatto di elenchi partite e risultati, quello scritto da Cristiana Ferrini, “Mio padre, il capitano dei capitani – Giorgio Ferrini, una storia granata”, è una storia d’Amore.

    Un Amore profondo, con la A maiuscola e onnicomprensivo.

    La scrittura di Cristiana ci rivela infatti, oltre all’incredibile carriera, i lati più legati all’ambito familiare, di suo padre Giorgio. Ma mette in luce anche l’amore che lui, nella sua breve vita, è riuscito a trasmetterle per Trieste e quella terra che l’ha visto nascere e crescere prima di approdare a Torino, sua seconda patria. Per le cose semplici, per le cene condivise in allegria con gli amici, per il mare, per le cose belle e i sentimenti puri, in generale.

    Giorgio Ferrini ha regalato a Cristiana e a suo fratello Amos – che è autore della bella prefazione – radici profonde e solidi valori, a cui attingere e in cui trovare conforto, nei momenti più complessi della vita.

    È un libro di ricordi, che consente al lettore di scoprire l’animo del Capitano dei capitani: la sua umanità, la sua timidezza sostenuta da un’incrollabile determinazione, ma anche le infinite attenzioni riservate alla sua amata moglie e ai suoi figli. Gesti delicati, ma importanti, destinati a lasciare tracce indelebili nelle generazioni a venire.

    Giorgio Ferrini è stato un uomo leale, generoso e di poche parole. Perché la generosità non è mai bella quando è raccontata, quando diventa vanto. Poche parole e tanti, tantissimi fatti, come quando sua moglie scoprì che altri componenti della rosa del Torino guadagnavano molto più di lui, che pure era il capitano: “Rossa, stai brava!” la zittì lui. Poche parole che rivelano quanto amasse quella squadra e quanto poco gli importasse del denaro e forse della riconoscenza dei piani alti, e quanto invece tenesse alla compattezza della squadra, del progetto, ma anche al rapporto con i tifosi, con la gente del Toro. Giorgio Ferrini, probabilmente, avrebbe giocato anche gratis, per quella maglia che gli era rimasta attaccata al cuore fin da bambino.

    La famiglia Ferrini era originaria di Sant’Arcangelo di Romagna, trasferita a Trieste, in cerca di lavoro, a seguito della Prima guerra mondiale. Giorgio Ferrini era nato il 18 agosto 1939, e cresciuto conoscendo il rumore delle bombe e i morsi della fame, ma tutto era reso più leggero e sopportabile dalla sua grande passione per il calcio, sublimata in un pallone di pezza e una maglia granata con il numero 8 cucito un po’ sghimbescio sulla schiena, entrambi opera della sua mamma. Quei due semplici oggetti facevano di lui un calciatore del Grande Torino. Un supereroe!

    Nel maggio del ’49 la squadra del cuore di Giorgio Ferrini, e di gran parte degli italiani, ferma la sua corsa a Superga e quel bambino elabora quell’immensa perdita facendosi una promessa: avrebbe continuato a giocare a calcio, per far rivivere il Torino.

    Mai promessa fu mantenuta così a fondo.

    Ma il libro di Cristiana è anche la scoperta di Ferrini come marito innamorato e padre dolcissimo, un uomo profondamente devoto alla sua famiglia, che ha dedicato loro tutto il tempo concesso da una professione che l’assorbiva forse più del dovuto, tanto da decidere di portare prima Cristiana e poi anche Amos, agli allenamenti al Filadelfia, luogo del cuore, dove i due sono cresciuti accumulando ricordi e stabilendo le basi di solide amicizie, tuttora condivise.

    Insomma, il viaggio nelle parole di Cristiana è una collana di perle, una più preziosa dell’altra, un omaggio, una delicata carezza al suo papà andato via troppo presto, ma soprattutto un vero regalo ai tifosi granata. Perché se è vero che Giorgio Ferrini, con il suo grande cuore, ha amato tutto quanto la vita gli ha offerto, è anche vero che è stato ed è tutt’ora molto amato. Perché nel Torino c’è sempre e solo un Capitano!

    Patrizia Durante

     Cristiana Ferrini

    Mio padre, il capitano dei capitani – Giorgio Ferrini, una storia granata

    Cairo Editore

    Euro 16,50

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