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  • CHIUSI E APERTI IN TEMPO DI VACANZA

    21 agosto 2025 • COSE NOSTRE • 576

    monviso

    07Cambiano i tempi, cambiano le mode ma sembra che, in Italia, le abitudini delle vacanze non cambino. La settimana di Ferragosto continua ad essere consacrata alle ferie. Succeda quel che succeda, ma nei giorni attorno alla metà del mese dedicato alle “Feriae Augusti” cioè “riposo di Augusto” (festa romana celebrata in onore dell’imperatore Augusto, che comprendeva riposo, giochi e corse di cavalli) l’ Italia intera si ferma.

    Tutti al mare o in montagna, a costo anche di indebitarci o pagare a rate la vacanza, ma bisogna fare le valigie, almeno per qualche giorno e proprio a Ferragosto!

    Certo non è più come qualche tempo fa, quando le città chiudevano ai primi di agosto (macchine cariche di bagagli davanti agli stabilimenti per partire subito, appena finito l’ ultimo turno di lavoro)  per poi riaprire a fine mese. Ma l’ idea di vacanze intelligenti sembra proprio non entrare nella mentalità degli italiani. E così ci si mette in coda, si intasano le autostrade, si affollano le spiagge, si riempiono hotel e ristoranti e – spesso – quel che dovrebbe essere meritato riposo, diventa ulteriore fonte di stress e di salassi economici: si paga sempre il doppio che nel resto dell’anno.

    Io, invece, resto in città a godermi Torino semideserta. A sentir parlare lingue straniere per le vie del centro. E così scopro che quest’anno, rispetto al 2024, è cresciuto del 30% il numero degli esercizi commerciali aperti anche a Ferragosto. Che il tasso di occupazione di hotel e ristoranti è raddoppiato. Che in Piemonte qualcosa si sta muovendo anche sotto il punto di vista dell’ accoglienza turistica. Che i nostri laghi, le vallate montane, le colline, le città e i piccoli borghi sono diventati attrattivi, richiamano gente dall’Italia e dall’estero.

    Da noi non è ancora arrivato il fenomeno dell’ overtourism, del tutto sovraffollato (e speriamo non arrivi mai), ma è davvero confortevole osservare gente che guarda ammirata le nostre vie, le nostre piazze, i paesaggi ameni e gli scorci più caratteristici. Che bello fermarsi per dare informazioni agli stranieri, o rendersi disponibili per scattare una foto col telefonino, a coppie e gruppi che vogliono immortalarsi davanti al Caval ‘d Brons, sotto la Mole e con lo sfondo del Monviso.

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  • ALTA LANGA VINO DELL’ ANNO 2025 PER IL PIEMONTE

    16 agosto 2025 • CINQUE SENSI • 2291

    altalanga

    L’Alta Langa docg è il “Vino dell’Anno Regione Piemonte” per il 2025: la proclamazione ufficiale è avvenuta nella Centrale della Nuvola Lavazza a Torino nell’ambito della settima edizione de La Prima dell’Alta Langa, che ha visto in degustazione oltre 200 cuvées dello spumante Metodo classico piemontese.

    Una denominazione dalla produzione contenuta, ma con una storia molto lunga: fu il primo metodo classico a essere prodotto in Italia, fin dalla metà dell’Ottocento, nelle “Cattedrali sotterranee” di Canelli oggi riconosciute Patrimonio dell’Umanità Unesco.

    È vinificato con uve Pinot Nero e Chardonnay, in purezza o insieme in percentuale variabile, è esclusivamente millesimato (riporta cioè sempre in etichetta l’anno della vendemmia), può essere bianco o rosato, brut o dosaggio zero e ha lunghissimi tempi di affinamento sui lieviti, come prevede il severo disciplinare di produzione (almeno 30 mesi).

    L’Alta Langa bianco ha sfumature da giallo paglierino a oro intenso e aromi che ricordano la frutta bianca e gli agrumi con sentori di crosta di pane. Al palato è armonico, caratterizzato da una delicata sapidità. L’Alta Langa rosé ha un colore rosa cipria o più marcato quando è giovane, l’intensità aromatica tipica del Pinot Nero, con profumi che spaziano dal pompelmo alle spezie.

    La zona di origine è situata nella fascia collinare del basso Piemonte alla destra del fiume Tanaro e comprende 149 Comuni delle province di Asti, Alessandria e Cuneo. I terreni collinari su cui coltivare i vitigni di Pinot nero e di Chardonnay devono essere marnosi, calcareo-argillosi, con una fertilità moderata. I vigneti possono essere posizionati solamente in collina, l’altitudine minima deve essere di 250 metri slm, e sono vietati i terreni di fondovalle e umidi. Il disciplinare prevede che ogni vigneto sia composto da almeno 4.000 ceppi ad ettaro (10.000 mq). La produzione delle uve non può superare le 11 tonnellate per ettaro e la resa in mosto di tutte le frazioni della pressatura deve essere inferiore al 65%, così da ricavare esclusivamente la parte derivante dalla polpa.

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  • GIROVAGANDO: CASA DEL MAESTRO A DOGLIANI

    15 agosto 2025 • LUOGHI E LIBRI • 2306

    CASADELMAESTRO

    Nel cuore di Dogliani, nel quartiere Castello, c’è una realtà dove il tempo sembra essersi fermato. E’ la Casa del Maestro, una stamperia d’ arte dove il lavoro prosegue da oltre 30 anni, sempre con la stessa passione.

    A pian terreno antichi torchi di stampa, macchine per le incisioni, linotype con caratteri mobili, e altri marchingegni che danno vita a libri d’ arte, opere in bianco e nero oppure a più colori,  come si usava fare a fine Ottocento, sempre utilizzando preziose carte fabbricate a mano.  Ivan Terreno vi accompagnerà alla scoperta di questo incredibile universo fatto di incisioni, acquetinte e ceremolli: in 30 anni di attività si è acquisita esperienza nel campo dei materiali e della manualità rigirosa dell’ esecuzione. I testi, composti rigorosamente con carattere mobili, sulla Linotype sono stampati con torchi antichi.

    Al piano superiore la sorella Teresita Terreno vi guiderà nel suo atelier di acquerelli, incisioni, acqueforti, libri illustrati.

    Ma non solo alla Casa del Maestro con la sua stamperia e l’ atelier si respira il profumo l’ arte,  è l’intero borgo di Dogliani Castello ad essere abbellito dall’ estro dei fratelli Terreno con dipinti sui muri, un bed and breakfast, una vineria… un tuffo nella raffinatezza dove regna il bello, un regalo per gli occhi e per lo spirito.

     

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  • NO TAV… FATEMI CAPIRE

    14 agosto 2025 • COSE NOSTRE • 695

    frejus

    Tunnel per il treno: 30 anni di proteste. Secondo tunnel per i camion: nemmeno uno striscione, un grido, un corteo, una manifestazione, un petardo. Perché? Fatemi capire.

    Dalla nascita del Movimento No Tav, dagli inizi della protesta contro la galleria del Treno ad Alta Velocità (o Capacità) ho seguito, raccontato, molte volte ho pure condiviso la battaglia della Valle di Susa. C’ero la terribile notte di Venaus del 5 dicembre 2005, sono stato in mezzo alla gente nei cortei, ho intervistato decine e decine di manifestanti, ho camminato a fianco del buonanima di Alberto Perino, ho ricevuto anche minacce, semplicemente perché lavoravo per le reti di Berlusconi. Ma non ho mai rinunciato a cercare di capire, prima di raccontare, doverosamente, i fatti nei TG.

    Ed è con quel medesimo spirito che oggi pongo la domanda che – credo – si pongano tutti: perché?

    Perché ci sono attacchi – a cadenze regolari – contro i cantieri di San Didero e di Chiomonte? Incidenti, feriti (da entrambe le parti), blocchi autostradali, indagini, processi e condanne, per le proteste e le violenze contro il treno Alta Velocità fra Torino e Lione, per il quale – peraltro – non è stato scavato nemmeno un metro del mega-tunnel. E invece quando le autorità italiane e francesi inaugurano, in pompa magna, la seconda canna del traforo autostradale, non si alza nemmeno un fiato di protesta.

    E’ successo nel giro di due giorni: sabato l’inferno in Val Susa, lunedì la festa a Bardonecchia.

    Non protestiamo – dicono – perché il raddoppio del Fréjus non farà aumentare la circolazione dei mezzi pesanti in valle e quindi non crescerà l’inquinamento: personalmente ho dei dubbi. Dal prossimo mese di settembre fino a dicembre chiuderà il tunnel del Monte Bianco e allora faremo i conti: con una galleria d’andata e una per il ritorno sul Fréjus ci saranno meno code e tanti camionisti sceglieranno questa via, anziché Ventimiglia o transiti diversi. Altra risposta: la protesta violenta non appartiene al Movimento No Tav, ma sono frange estremiste e di provocatori. E in 30 anni il Movimento non è riuscito a liberarsene? A isolare e disfarsi di questi intrusi? Oppure non c’è stata autentica volontà di farlo.

    Resto in attesa di risposte più convincenti e intanto ripenso – con un groppo in gola – a mio papà che dal balcone di Borgone di Susa osservava, già 25 anni fa, la fila ininterrotta di Tir che occupavano l’autostrada e le statali, ammorbando la fresca aria della sua amata Valle. E non riusciva a farsene una ragione.

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  • IL LEON D’ ORO DI CANALE, SIMBOLO DEL ROERO

    9 agosto 2025 • CINQUE SENSI • 3700

    OROCANALE

    Descrivere un territorio raccontando la storia di un ristorante con più di 100 anni di vita. Parlare del Roero, patrimonio Unesco, ripercorrendo il secolo di attività della trattoria Leon d’ Oro sotto i portici, nel cuore di Canale, cittadina a dieci chilometri da Alba.

    Abbiamo visitato questo emblema delle trattorie del Roero nel giorno di mercato, ancor più affollato che nei festivi. L’ accoglienza, la cortesia, la prelibatezza dei prodotti del territorio si respirano al Leon d’ Oro proprio come passeggiando tra le amene colline di un territorio fantastico, fatto di vigneti, castelli, frutteti, rocche preistoriche, luoghi dove puoi immergerti ancora nella bellezza incontaminata della natura

    Proprio sulla piazza del mercato nel 1926 Francesco e Cavallo e Rosa Montrucchio aprono un’ osteria dove batte immediatamente il pulsare febbrile della vita di Canale. Sono i nonni di Ilaria Arduino, l’ attuale proprietaria, nata praticamente in mezzo ai fornelli: “Mia mamma fino alla sera era in trattoria e il mattino dopo nascevo io, sono cresciuta in cucina o tra i tavoli”.

    Ilaria, prima con la mamma Vittoria, e adesso con il suo staff, ha trascorso l’ intera sua vita al Leon d’ Oro e in queste sale è passata la storia del Roero: quanti contratti, quanti fidanzamenti, quante amicizie sono nate e cresciute degustando i tajarin, le primizie della selvaggina, i sapori dei tartufi, dei bolliti e dei fritti misti, della immancabile frutta di stagione una delle ricchezze proprio del Roero, a cominciare dalle pesche appena colte quand’ è stagione oppure sciroppate e con il cioccolato nel resto dell’ anno.  Il tutto sempre innaffiato dal bianco Arneis, vino simbolo di questo territorio ricco di prodotti di primissima qualità

    “Il nostro successo deriva dal fatto che quando si apre la porta ed entrano i clienti per noi sono subito e amici” racconta Ilaria.

    Insomma , proprio come quando si viaggia per il Roero qui ci si sente a casa, il visitatore è sempre un ospite, un amico, il vino è un invito alla convivialità, i sapori sono sapienzali, un posto esemplare per esempio di accoglienza, eleganza e un secolo di dedizione al lavoro .

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  • SCAFFALE: I RIMORSI DI PANDIANI

    8 agosto 2025 • LUOGHI E LIBRI • 672

    pandiani.rimorsi

    È il penultimo romanzo, il quarto della serie dedicata alla Banda Ventura e so già che mi mancheranno tutti, in particolare Max e Sanda, e perfino quella carogna di Numero Uno. E proprio lei, Sanda, è la figura di spicco di “Rimorsi”, intreccio complesso e avvincente di Enrico Pandiani, edito da Rizzoli.

    Che mistero circonda il ritrovamento di un cadavere murato da anni? Cosa c’entra con una serie di misteriosi incidenti? E soprattutto, qual è il legame con un esclusivo club di scambisti? Il mistero è fitto e ogni pista annusata e seguita dalla Banda Ventura, sembra finire in un vicolo cieco. L’azione parte fin dalle prime pagine quasi a compensare la complessità di una trama che a tratti rivela, ma subito cela, ogni possibile legame e  soluzione. E nel frattempo, pagina dopo pagina si svela il passato di Sanda, un passato pesante, che l’ha portata dietro alle sbarre, in un’età in cui la maggior parte delle ragazze, passa con leggerezza dai libri scolastici alla manicure.

    Sullo sfondo del romanzo di Pandiani appare la Torino meno conosciuta, fuori dai circuiti turistici e “più buia della notte”, ma che offre spaccati di bellezza e intensa umanità. E, come per gli altri romanzi, l’elegante e mai banale scrittura di Enrico, spazia da intense scene d’amore, alla descrizione di potenti combattimenti, alla messa in evidenza dei problemi più scottanti della nostra società, che l’autore rifiuta di nascondere sotto il tappetto: questa caratteristica sta diventando sempre più la sua cifra, il suo valore aggiunto, quasi non potesse tacere e volesse aiutarsi e aiutarci a mantenere alta la coscienza sociale.

    Di fatto, sono solo romanzi, parole che scorrono una dietro l’altra, ma in ogni suo libro, Pandiani riesce a toccare nervi scoperti e a mettere sotto gli occhi del lettore aspetti oramai intrinsechi – e spesso neppure così contrastati – appartenenti alla nostra epoca: avidità, assenza di etica e, ancor più di scrupoli, menefreghismo accompagnato a manie di grandezza, che portano alla sicurezza di farla franca, nonostante le azioni aberranti.

    Unico spiraglio salvifico? L’amore, che in Rimorsi, si manifesta in tutte le sue forme.

    Ma, andando oltre la semplice lettura, Pandiani rivela anche una bella fiducia nelle nuove generazioni. Il caso, infatti, si risolverà anche grazie all’aiuto di Matilda, figlia di Victoria, che applicando le sue conoscenze informatiche, aiuterà la Banda a dipanare il bandolo della matassa. La ragazzina è un personaggio sveglio, vivace e positivo, ha una visione del mondo limpida, priva di sovrastrutture e pregiudizi.

    Insomma, ancora un libro, e poi mi mancherà anche lei.

    Patrizia Durante

     Enrico Pandiani

    RIMORSI

    Nero Rizzoli

    € 18,50

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  • ARRIVA A TORINO LA PIZZA DI BRIATORE, CE N’ERA BISOGNO?

    7 agosto 2025 • COSE NOSTRE • 709

    pizza briatore

    Ormai la notizia è certa: prossimamente a Torino aprirà la Crazy Pizzeria di Flavio Briatore, la ventunesima della sua catena. Ancora incertezze sulla location (alcuni danno per sicuro che sarà in zona Gran Madre o precollina) e sulla data di inaugurazione, ma l’ufficialità della notizia non manca. Dal 2019 con il primo locale a Londra, l’espansione di queste pizzerie di superlusso è stata continua. Dubai, Porto Cervo, Forte dei Marmi, Ibiza, New York solo per citarne alcune nelle città glamour del mondo.

    Basta dare un’ occhiata al menù per capire di cosa stiamo parlando: si va dalla Margherita a 14 euro ai 27 euro della pizza al prosciutto, 21 euro per una salame e gorgonzola, 48 euro per quella al tartufo.

    Ovviamente si è subito aperto il dibattito fra i favorevoli, i contrari e gli scettici. E c’é anche chi fa spallucce e commenta con un sonoro chissenefrega…

    Per i primi, la scelta di Briatore sta a significare che Torino è diventata una delle città del lusso, dove vive un ceto di vip e benestanti, che può permettersi una pizza a questi prezzi astronomici.

    I contrari, invece, ricordano come la pizza al padellino sia di casa a Torino: forse non è stata inventata proprio nel capoluogo del Piemonte, ma certamente in città ci sono centinaia di forni di altissimo livello, che ogni sera servono deliziosi e croccanti impasti al tegamino. Per non parlare dei tanti locali di stampo partenopeo che troviamo in tutti i quartieri subalpini. Quindi non c’era bisogno di un locale così glamour, che stona con il resto della città.

    Quel che è certo è che per Briatore si tratta di un ritorno in patria, da quella Cuneo che lasciò alla fine degli Anni Settanta (non senza strascichi polemici) per diventare cittadino e imprenditore del mondo. Ora il ritorno in Piemonte. La terra della regina Margherita, moglie del primo Re d’Italia. Per lei i panettieri napoletani inventarono l’omonima pizza.

    Chissà come la prepareranno alla Crazy Pizzeria e se ci sarà la coda davanti al negozio. La curiosità non manca.

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  • PESCHE RIPIENE, IL DOLCE DELL’ ESTATE PIEMONTESE

    2 agosto 2025 • CINQUE SENSI • 7315

    pesche_ripiene-980x400

    Quando a inizio estate cominciamo a vedere dal fruttivendolo le pesche,  la voglia di prepararle ripiene e cotte al forno, diventa ingestibile.  Persi pien, ovvero le pesche ripiene, sono un’autentica delizia della cucina piemontese: una vera leccornia!

    Questo dolce d’ estate è un’ usanza antichissima in Piemonte, anche se le nonne lo preparavano in modo semplice e un po’ frettoloso: mettevano semplicemente a bollire in pentola, tagliate a grossi tocchi con qualche amaretto sbriciolato, poco zucchero e qualche cucchiaino di cacao. Il risultato era quasi una marmellata che si serviva in ciotole di vetro trasparente. Buonissima, ma l’aspetto era molto poco soddisfacente e appagava poco la vista. Volete mettere con il piacere di osservare una bella pesca spaccata in due con il suo ripieno e servita su un piattino?

    Quindi partendo da quei semplici ingredienti, ecco l’ antica ricetta delle pesche ripiene alla piemontese.

    Solo un paio di raccomandazioni: le pesche devono essere mature ma sode e compatte, e devono (se possibile) staccarsi facilmente dal nocciolo. Non lesinate sulla qualità degli ingredienti e comperate cacao e amaretti di buona qualità.

    Prendete quindi 10 pesche mature, 200 gr di amaretti secchi, 30 gr di cacao amaro e 30 gr di zucchero.

    Tritate gli amaretti non troppo finemente, lavate le pesche e dividetele a metà, eliminate il nocciolo e con uno scavino o un cucchiaino,levate un po’ di polpa. Mettela in una ciotola e unitela al trito di amaretti e aggiungete lo zucchero e il cacao, quindi amalgamate con cura. Se le pesche fossero poco mature e il composto risultasse troppo asciutto, aggiungete un po’ di vino Moscato o succo di frutta alla pesca, fino a raggiungere una consistenza morbida ma non liquida. Preriscaldate il forno a 180° (cottura ventilata) e intanto disponete le pesche su una teglia coperta con un foglio di carta da forno, riempitele quindi con il ripieno. Mettete su ciascuna un piccolo fiocco di burro e infornate nel forno caldo per 35/40 minuti. Lasciate raffreddare e servite a temperatura ambiente. Se gradite, sono ottime anche accompagnate da una pallina di gelato alla crema e da un buon bicchiere di Moscato.

    Patrizia Durante

     

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  • GIROVAGANDO: L’ OASI ZEGNA NEL BIELLESE

    1 agosto 2025 • LUOGHI E LIBRI • 2915

    ZEGNAOASI
    Ermenegildo Zegna, innamorato della bellezza della natura e profondamente legato alla sua terra,  diede vita negli anni ’30 a un’imponente opera di valorizzazione ambientale attorno a Trivero (Biella), tutt’oggi sede del Lanificio da lui fondato e che porta il suo nome. Nasce così l’ Oasi Zegna, 100 chilometri quadrati ad accesso libero nella Valle Cervo, nelle Alpi Biellesi in Piemonte.
    Da sempre innamorato della natura e profondamente legato alla sua città natale, Ermenegildo Zegna avviò uno straordinario piano di riqualificazione ambientale, ispirandosi a una vera e propria “filosofia verde” in cui i rapporti fra uomo, cultura della montagna e natura sono preservati, a vantaggio delle generazioni che verranno. Dedicandosi personalmente all’ambiente e al paesaggio, negli anni arrivò a piantare 500.000 alberi di conifere sulle pendici delle montagne attorno al lanificio.
    Personaggio visionario, Ermenegildo fece inoltre costruire una strada lunga 26 km nota come Panoramica Zegna, che collega i paesi della regione e Trivero ai paesaggi circostanti. Riuscì ad instaurare un rapporto positivo con il territorio e la sua comunità creando un patrimonio ambientale concepito come bene di tutti.

    Da luogo naturale a parco protetto capace di offrire ai visitatori un’esperienza didattica ed emozionale inaspettata. Da area montana isolata a Oasi naturalistica. Oggi l’Oasi Zegna è un laboratorio all’aria aperta per le nuove generazioni e luogo ideale per famiglie, bambini e sportivi per praticare tutto l’anno attività a contatto con la natura, nel pieno rispetto degli ecosistemi.

    L’Oasi Zegna offre alle  famiglie, ai bambini e agli sportivi l’opportunità di immergersi nella natura in qualsiasi momento dell’anno, nel pieno rispetto dell’ecosistema locale. È possibile anche accedere alle stupende viste panoramiche della stazione sciistica Bielmonte.

    L’accesso nell’Oasi Zegna e’ libero, gratuito ed e’ possibile portare con sè i cani.

     

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  • SE NON CI FOSSERO I VOLONTARI

    31 luglio 2025 • COSE NOSTRE • 523

    solidarieta

    Il volontariato (o Terzo Settore, per dirla in maniera ufficiale) non è una ruota di scorta, un passatempo per pensionati o “sfigati” che non saprebbero come impiegare il proprio tempo libero.

    Dobbiamo ribaltare la narrazione comune: chi si impegna nel Terzo Settore, sia come volontario che come professionista, non è un ingenuo idealista, ma un attore chiave del cambiamento, una figura attiva e lungimirante.

    Queste affermazioni non sono soltanto una constatazione, ma un vero e proprio manifesto per una rivoluzione culturale.

    Perché fare il volontario deve diventare una scelta prestigiosa, quasi oggetto di invidia. Perché tutti dovremmo desiderare di dedicare parte del proprio tempo a costruire un futuro migliore per tutti.

    Eppure siamo ancora molto lontani da questi concetti. La pubblica amministrazione continua a percepire il Volontariato come un fastidio burocratico, oppure un semplice fornitore di servizi a basso costo.

    E invece dagli interventi nelle calamità nell’assistenza degli anziani, dall’educazione dei piccoli alla cura dell’ambiente, dalla realizzazione di eventi culturali e sportivi alla pulizia dei sentieri, alla cura degli animali abbandonati…. Tutto è lasciato nelle mani dei volontari.

    E l’elenco potrebbe continuare, all’infinito. Però, in chi ci amministra, e purtroppo anche nell’opinione pubblica, non è ancora passato il concetto di volontario come “costruttore di comunità”, “custode del benessere sociale”. Una persona che merita ogni onore e ogni apprezzamento.

    Non importa: intanto l’esercito silenzioso dei volontari e i professionisti del Terzo Settore, continua a spendere appieno la propria forza.

    A tutti loro va il nostro GRAZIE. E auguriamoci che un giorno non decidano, tutti insieme, di scioperare, perché altrimenti, questa nostra povera Italia si fermerebbe. Inesorabilmente.

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