Dal Villaggio Leumann all’ Abbazia di Fruttuaria, dalla Sacra di San Michele al Castello di Rivoli, dalla Sinagoga di Carmagnola alla Rocca di Sparone, dal Museo della Scrittura ai murales di Piscina.
Prendi un gruppo di scrittori – legati a Torino e al Piemonte -, affida loro il compito di guidarti alla scoperta di luoghi perlopiù sconosciuti, tutti a un tiro di schioppo dalla grande città. E’ il lavoro svolto da Cinzia Ballesio per la Neos Edizioni che ha coinvolto e coordinato alcuni autori nella realizzazione di una guida davvero insolita
Luoghi facilmente raggiungibili in bicicletta, con i mezzi pubblici, in macchina dove trascorrere qualche ora, o una giornata intera, per carpirne le bellezze, l’ arte, la storia, l’ atmosfera. Ogni luogo, quindi, è raccontato (o descritto) in maniera diversa, a seconda dell’ indole e della mano dello scrittore: c’è chi di mestiere fa la guida turistica, chi invece è esperto di comunicazione, chi privilegia gli aspetti artistici, chi la storia… insomma, per ogni luogo un racconto insolito. Con un unico comune denominatore: la passione e la voglia di far scoprire alcune delle tante meraviglie del nostro patrimonio turistico, artistico e culturale.
AUTORI VARI
A DUE PASSI DA TORINO
NEOS EDIZIONI
15 euro
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Guai a guardare in alto. A uscire dagli schemi, dal basso profilo. In Piemonte siamo fatti così. E gli esempi, anche recenti, ne sono la conferma. Siamo e resteremo provinciali.
Quando si decise di costruire a Torino il grattacielo di IntesaSanPaolo qualcuno si premurò di dire: “fatelo, ma mi raccomando un po’ più basso della Mole Antonelliana…” . Come se a Milano si fossero preoccupati che Porta Nuova o City Life rimanessero più bassi del Duomo. O la Defense di Parigi restasse al di sotto della Torre Eiffel.
La scorsa edizione del TorinoFilmFestival ha visto la straordinaria partecipazione di star mondiali del calibro di Sharon Stone, Angelina Jolie, Ron Howard, solo per citarne alcuni. Un Festival che era sempre stato di nicchia, poco seguito dalla critica e dal pubblico, è finito – d’ improvviso – sulle prime pagine in tutto il mondo. Merito anche di una donna Tiziana Rocca, ben inserita nel jet-set del cinema internazionale, che lo scorso anno fece – a titolo gratuito – la consulente per la partecipazione di ospiti. Quest’ anno invece avrà un incarico, ufficiale e ben retribuito. Peccato che sia la moglie del direttore del Festival, Giulio Base e quindi…. Apriti cielo. Polemiche, interrogazioni parlamentari… Certamente potremmo obiettare sull’ opportunità dell’ incarico. ma il mio timore è che si torni a un TorinoFilmFestival di nicchia, per un’ élite di esperti e con una risonanza sulla stampa assai modesta.
E che dire dei recenti festeggiamenti di San Giovanni. Lo spettacolo “Torino is fantastic” con Gerry Scotti, sulle reti Mediaset, è stato visto da più di 2 milioni di telespettatori, con il 20 per cento di share. Un risultato eccezionale, uno schiaffo per chi si lamenta sempre del fatto che in tv non parlino mai di Torino e del Piemonte. Ma attorno all’evento un mare di polemiche perché a pagare è stata la Fiat. Lo sponsor principale ha versato un milione e mezzo di euro, però intanto Mirafiori muore e i dipendenti sono in cassa integrazione.
Qual è stato l’ evento che ha cambiato il volto del Piemonte negli ultimi 20 anni? Chiedetelo a chiunque per strada e vi risponderà le Olimpiadi Invernali di Torino 2006. Eppure, c’è chi ancora contesta e protesta per i costi e per i debiti che quell’ evento ha lasciato sul territorio. Ma se nel mondo tutti continuano a dire che “Torino e il Piemonte sono bellissimi” è soltanto grazie a Torino 2006 e alle ricadute che ha avuto sull’ immagine e sui flussi turistici della Regione.
Ma tant’è. Siamo e resteremo sempre un popolo di “maicuntent”.
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Polenta concia superba, pane caldo preparato nel forno a legna tutte le mattine, salame di capra, zuppe di legumi. Sono alcune delle ghiottonerie che vi offrono i tanti rifugi dislocati sulle nostre montagne. Dalle Valli di Lanzo alla Valsusa, dal parco del Gran Bosco di Salbertrand al Pian del Re e della Regina alle sorgenti del Po, dalla Val Varaita al Colle della Maddalena. Solo per suggerire qualche meta. Ma le alture piemontesi sono tutte meravigliose.
Ce ne sono tutti i tipi. Non pensate solo ai rifugi in alta montagna dove si dorme e si bivacca, in attesa della grande scalata e dell’ ascesa alle nostre immacolate vette. Molti rifugi sono raggiungibili addirittura in auto, ma noi vi consigliamo quelli dove – per arrivarci – occorra almeno un’ oretta di agevole camminata.
Al vostro arrivo, a parte la soddisfazione di avercela fatta e l’ ammirazione per gli splendidi panorami in cui vi troverete immersi, potrete sedervi per il pranzo (ma alcuni organizzano anche cene sotto le stelle) e gustare ottimi affettati, diversi tipi di formaggi locali, acciughe con bagnetto verde e le immancabili e speciali polente. Ottime quelle conce, condite con burro e toma o toma e verza, ma anche fantastiche quelle accompagnate da salsiccia e spezzatino in umido. Per finire, potrete scoprire ottimi dolci a cucchiaio o deliziose crostate di frutta. Il tutto può essere accompagnato da un buon bicchiere di vino, ma anche due…. tanto, la passeggiata di ritorno, aiuterà a smaltire. Con pochi euro, potrete quindi trascorrere una giornata diversa, lontani dal caos, dallo stress e dal caldo della città, e far divertire i vostri bambini con allegre corse e giochi nei prati.
E’ sufficiente consultare internet, sotto la voce “rifugi dove mangiare in Piemonte”, troverete oltre al menù, gli orari e il periodo di apertura, le indicazioni stradali e dei sentieri per arrivarci comodamente.
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Per salire fino ai 3131 metri di altitudine dello Chaberton ci sono due vie. Il percorso più facile, ma anche il più lungo, si sviluppa lungo l’ antica strada militare che parte da Fenils, frazione di Cesana Torinese sul tracciato della vecchia strada carrozzabile. Pur con qualche difficoltà, la strada è percorribile anche con la mountain-bike. Il percorso più utilizzato dagli escursionisti a piedi si sviluppa invece da Claviere. Da questa località si risale il vallone delle Baisses, passando per le Grange les Baisses e l’ex Ricovero Sette Fontane, fino a raggiungere da ovest il Colle dello Chaberton, dove ci si ricongiunge con l’itinerario precedente.
In vetta si può ammirare quel che resta del forte più alto d’Europa costruito sopra i 3mila metri del Monte Chaberton, in Alta Val di Susa.
Fu realizzato tra il 1898 e il 1910 ed era una sfida ingegneristica da far tremare i polsi. La posizione era assolutamente strategica, a cavallo tra la Val di Susa e il Sestriere, sul valico del Monginevro e sulla Francia fino a Briançon. Un lavoro impervio durato 12 anni. Con otto torrette con cupola rivestita che nascondeva un cannone. Il forte è a forma di parallelepipedo con, oltre che le torri, anche due lunghi corridoi dove sono alloggiati i magazzini, le cucine, un’infermeria e gli uffici del comando, ma anche le camerate per 320 soldati. I militari a oltre 3mila metri dovevano affrontare nebbia, gelo e neve.
Durante la Prima Guerra Mondiale il Forte non viene utilizzato in quanto la Francia è nostro alleato, poi nel 1940 l’Italia entra in guerra con i Francesi primi nemici
Sullo Chaberton ci saranno parecchie battaglie con giornate intere di cannonate e piogge di fuoco: il bilancio sarà di 9 morti e 50 feriti.
Un articolo pubblicato nei giorni scorsi sulla prestigiosa rivista Nature indica che un ulteriore aumento termico di 2 gradi, in questo secolo, potrà raddoppiare la probabilità di piogge estive estreme sulle Alpi, rendendo più difficile la gestione dei territori. Stavo leggendo questo articolo mentre sul televisore scorrevano le immagini dei disastri a Bardonecchia, a Cogne, in Val Vigezzo e nel Cadore. Poi ho sentito le parole del ministro Musumeci (ministro alla Protezione Civile, mica uno qualsiasi) che sostanzialmente ha detto che a Bardonecchia si è costruito laddove non si doveva costruire e ho dedotto che …. il caldo fa davvero male alla testa.
Andiamo con ordine: tutti i più recenti insediamenti delle nostre città, piccole e grandi, sono stati costruiti attorno agli anni ’50-’60, gli anni del boom economico. Bardonecchia, compresa. Cosa facciamo? Radiamo al suolo tutte quelle case e le costruiamo altrove?
Fenomeni estremi come quelli di Bardonecchia (ma non solo, lo scorso anno toccò a Macugnaga) sono davvero difficili da prevedere e prevenire: siamo di fronte a fenomeni non nuovi nel loro genere – se ne trovano a migliaia nelle cronache storiche delle Alpi – ma oggi resi più probabili, frequenti e intensi, dall’aumento delle temperature. Come spesso accade d’estate, forti rovesci di pioggia sui fragili terreni d’alta montagna, hanno innescato colate di detriti che hanno raggiunto viabilità e centri abitati. E qui si innesca il discorso della pulizia e del mantenimento dei boschi. A chi spetta fare questi lavori?
In ogni caso resto dell’idea che in questi casi sia inutile e dannoso fare polemiche o cercare colpevoli e responsabilità, presenti o passate. Meglio pensare al futuro che – come scrivono gli esperti di Nature – è tutt’ altro che roseo; quindi progettare, costruire e intervenire tenendo conto dei cambiamenti climatici.
Per intanto, un primo aiuto lo si può dare concretamente andando in vacanza a Bardonecchia e in tutti i luoghi colpiti da calamità: due mesi e mezzo di grande turismo. Per ripartire, avere fiducia, speranza, comunità.
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Per assaporare e raccontare la Fontina d’alpeggio bisogna salire sopra i duemila metri, in Valle d’Aosta, e passeggiare per prati e boschi , ammirando scenari incantati e scoprire la vita quotidiana di animali che si cibano solo di erbe di queste montagne e producono un formaggio unico al mondo, la Fontina DOP della Valle d’Aosta
Sveglia all’ una e trenta di notte, prima mungitura, poi via con le vacche al pascolo, fino alle 11 rientro in stalla per evitare le ore più calde, riposo, verso le 17 di nuovo al pascolo fino al tramonto. Questa la vita dei pastori che per l’ intera estate vivono accanto agli animali.
A dicembre le migliori Fontine d’Alpeggio andranno a gara per il concorso Modon d’oro che assegna la vittoria al miglior formaggio di questa stagione. Quindi l’appuntamento è per fine anno.
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“Grazie agli uomini e alle donne che ho incontrato nella mia vita e che mi hanno ispirato nelle storie che ho loro attribuito ma che, ovviamente, sono tutte inventate”. Scrive così Filippa D’ Agata nella chiusa del suo volumetto di racconti “La donna che aggiustava le bambole e altre storie”, appena pubblicato per i tipi di Echos Edizioni. Ed è tutto chiaro, a quel punto. Si tratta di storie vere. Come avevamo sospettato fin dall’ inizio. Altro che inventate.
Certo un po’ romanzate, abbellite e contornate con parecchia fantasia, ma appartengono a quel vissuto giovanile di Filippa, in terra etnea.
La formula del racconto breve sta prendendo sempre più piede, anche nella scrittura moderna. Abituati come siamo alla velocità dei social, facciamo fatica a reggere la lettura di tomi voluminosi, di storie complesse e complicate, spesso perdiamo il filo. Il racconto – se è bello e ben scritto – invece lo divoriamo in un battibaleno. E la D’Agata ce ne regala dieci da leggere tutti d’ un fiato perchè – come scrive Massimo Tallone nella prefazione – “hanno quel suono intonato e senza sbavature, quella lucentezza priva di impurezze, che quest’ arte richiede”.
Sono soprattutto storie di donne, ma non solo. Donne sofferenti ma che hanno lottato per essere autentiche. Ma soprattutto sono donne di Sicilia e per tutte le 80 pagine del libro si respira quell’ aria, densa di profumi e di misteri, che soltanto quell’ isola sa offrire. E che la D’Agata ci regala quasi in ogni racconto.
FILIPPA D’ AGATA
LA DONNA CHE AGGIUSTAVA LA BAMBOLE E ALTRE STORIE
ECHOS EDIZIONI
13 euro
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Una vera e propria fustigazione di Torino e del Piemonte.
Monsignor Roberto Repole, cardinale di Torino, in occasione di San Giovanni patrono della città, non ha usato mezze parole: viviamo in una società chiusa, egoistica, con poche e limitate prospettive future.
Torino e il Piemonte sono un territorio dove i possessori di grandi capitali preferiscono tenere i soldi in banca, anziché investirli nel circuito delle imprese e nello sviluppo dell’economia reale. Una società, la nostra, che sta invecchiando sempre di più e dove i giovani non fanno più figli.
Repole non ha negato la libertà di chi ha ampi patrimoni di cercare redditività maggiori in giro per il mondo, ma ha anche invitato a credere e aiutare il proprio Paese.
Il cardinale ha riproposto dunque, se volete, una versione aggiornata della parabola dei talenti del Vangelo di Matteo.
Nell’omelia di San Giovanni si è scagliato – verbo evangelicamente corretto – contro l’immobilità dei capitali tipica di una società anziana o, più correttamente, contro la scarsa propensione a investire nel proprio Paese, cercando di capitalizzare il più possibile, tenendo i soldi in banca. L’ultimo rapporto Ubs sulla ricchezza mondiale, vede crescere a 1,3 milioni i milionari italiani.
Quanti di questi vivono in Piemonte? Quanti investono sul territorio?
Gli esempi virtuosi certamente non mancano, ma è auspicabile che qualche esame di coscienza, sorga spontaneo nel cuore di tanti ricconi piemontesi.
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Sono ottimi al naturale, ma i veri golosi spesso li tuffano nella panna montata, nella cioccolata e persino nello zabaione..
Una cosa è certa, i torcetti sono come le ciliegie, uno tira l’altro e, fino a quando non si arriva all’ultimo, è difficile smettere di gustarli.
Non esistono dubbi neppure sulle loro origini, sono piemontesi. Fin dal 1700 vengono citati come torchietti, ma anche come torcét, nei testi culinari. Nati dalla pasta di pane allungata, tagliata, piegata in forma ovale e passati nello zucchero che si caramella lentamente nel calore del forno, devono il loro nome alla torsione che si pratica per unire le punte del bastoncino di pasta, per donare loro il tipico aspetto a goccia.
Di fatto sono la versione dolce del grissino, un biscotto comune quindi, che serviva per allietare le tavole dei poveri spesso prive di altri tipi di golosità.
In origine il torcetto era di sicuro più grande, la riduzione delle dimensioni e la pasta più leggera e raffinata, lo fecero uscire dalle case dei contadini e lo resero un prodotto adatto alla pasticceria e ai palat fini, infatti divenne in breve tempo il dolcetto della domenica.
I torcetti, allineati in modo ordinato sui cabaret, allietavano il fine pasto, era uso gustarli intinti nella panna spolverata con caffè d’orzo, una vera delizia.
Ma in quale luogo del Piemonte i torcetti divennero pasticcini? Esistono due versioni e sono giudicate ambedue attendibili, poiché è possibile che lo stesso dolce fosse conosciuto in diverse zone della regione: quella storica, e più accreditata, ne identifica l’origine a Lanzo Torinese, come citano alcuni dizionari di gastronomia piemontese: i torcetti di Lanzo hanno la caratteristica peculiare di avere la superficie lucida e granulata, ottenuta con una spennellatura d’acqua e successiva spolverata di zucchero semolato.
La seconda tradizione risale invece a tempi più recenti: nei primi del ‘900, il pasticciere Pana di Agliè, utilizzando degli avanzi di pasta usata per confezionare un dolce, fece dei biscotti a forma di tarallo e li spolverizzò con zucchero che si caramellò durante la cottura in forno. L’esperimento ebbe un tale successo che i torcetti divennero parte della produzione quotidiana del forno, e arrivarono fino alla tavola della famiglia Reale. Furono così apprezzati che 1939 , la principessa Bona di Baviera, figlia del Duca di Genova, conferì una patente di merito a Pana Francesco panettiere in Agliè, e lo nominò suo fornitore ufficiale.
Nei giorni nostri la produzione del torcetto è diffusa nel Canavese e nel Biellese, con qualche variante nella forma e nel colore, a seconda delle percentuali degli ingredienti usati. Al fine di tutelarne l’originalità è stato elaborato un disciplinare di produzione che prevede che venga usata farina di grano 00, con aggiunta di acqua, burro, lievito, malto e sale, che la pasta sia tagliata in pezzetti lunghi 5 centimetri, arrotolata in bastoncini che raggiungano lunghezza di 10 centimetri, chiusi poi ad anello ovale e infine cosparsi di zucchero. Devono quindi essere lasciati lievitare per un paio d’ore e messi a cuocere in forno per circa mezz’ora. I torcetti sono stati persino inseriti nell’elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali della Regione Piemonte.
Un biscotto tutelato quindi, ma la tutela non lo salva dalla golosità dei piemontesi che da sempre lo apprezzano.
Patrizia Durante
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