Impariamo da Langhe e Monferrato

by • 23 giugno 2014 • ArchivioComments (10)2492

Meglio dichiararlo subito. Sono langarolo e quindi amo queste terre. Le mie radici sono lì.

50 anni fa girando per le Langhe ci si imbatteva spesso in cartelli con la scritta “area depressa”. Adesso quelle zone sono patrimonio artistico e ambientale dell’ umanità, insieme al Monferrato e al Roero. Un territorio che per l’ Unesco “è un esempio eccezionale di paesaggio culturale inteso come prodotto dall’ interazione tra uomo e natura”. Eppure quello era il Mondo dei Vinti di Nuto Revelli. 

Dalla terra della Malora di Beppe Fenoglio a eccellenza mondiale. Il passo è notevole, e non è stato facile.  Uomini che hanno saputo disegnare le colline di Langa, Monferrato e Roero come dipinti dei migliori espressionisti francesi. Hanno saputo valorizzare i prodotti della terra facendoli diventare eccellenze che il mondo ci invidia: baroli, tartufi, tajarin, formaggi, nocciole, ecc.

“Una vigna ben lavorata è come un fisico sano” scriveva Pavese. E oggi – e lo dico con orgoglio da langarolo  – quelle colline sono “un patrimonio dell’ umanità”.

E allora un consiglio: prendete l’ auto (con i mezzi pubblici è complicato arrivarci) andate ad Alba e poi di lì salite sulle colline del Barolo o su quelle del Barbaresco, passate al Castello di Grinzane Cavour, poi scendete a Canelli e Nizza Monferrato. Tornerete a casa pieni di immagini mozzafiato e con il cuore gonfio di emozioni. Perchè tutto quello che avrete visto è dono di Madre Natura e di mani rugose e piene di calli che hanno modellato quelle colline amandole e rispettandole. Sono sicuro che in silenzio direte loro grazie, se lo meritano.

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10 Responses to Impariamo da Langhe e Monferrato

  1. Roberto scrive:

    Anch’io ho provato le stesse emozioni quando anni fa girai tutta quella zona, ogni domenica, visitando il mio Piemonte così ricco di bellezze.
    Ma questa “promozione” (in ogni senso) delle colline di Roero e Langhe, luoghi di grande produzione del vino, alcuni fra i vini più buoni e apprezzati nel mondo, non mi piace molto. Da qualche tempo l’Unesco so sta “appropriando” di tutte le bellezze terrene, naturali manufatte, con lo scopo di farne “patrimonio dell’uomo”: che significa? Che conseguenze avrà questa decisione? Chi ne sarà l’ultimo detentore? Con quali poteri? Ricordate quando proprio l’Unesco intervenì con piglio autoritario su Pompei per criticare l’Italia che non provvede alla dovuta manutenzione? Ecco immaginate cosa potrebbe accadere qui: questi burocrati “globali” intervengono d’autorità per imporre ai viticoltori una più intensa produzione, magari di altro tipo di vigna, con i dovuti fronzoli per i turisti, rispettando norme etiche di conservazione o di esposizione delle stesse? Andiamoci piano con certe cose…

    • gandolfo scrive:

      Caro Roberto,
      Il riconoscimento UNESCO deve essere un punto di partenza e non d’arrivo. D’ora in poi tutte le grandi operecon forte impatto ambientale saranno sottoposte a verifica Unesco, è già successo che il riconoscimento venga tolto.. Attenzione quindi. Il i nostri territori devono migliorare e non crogliolarsi..

    • Pat scrive:

      Ciao Roberto, ricordo quando l’Unesco intervenne su Pompei e devo dire che fui totalmente d’accordo con loro. I recenti crolli confermano che l’Italia trascura parecchio i suoi beni culturali. E dire che potremmo vivere di turismo…o no? Siamo la nazione che detiene il 60% del patrimonio artistico mondiale, non stiamo parlando di bruscolini! Abbiamo una ricchezza immensa, eppure cerchiamo strade alternative che puntualmente, non essendo produttori di materie prime, si rivelano fonte di crisi e gettano la nazione nel baratro della recessione. Il discorso è lungo e complicato, me ne rendo conto, ma il fatto che l’Italia non valorizzi a dovere il proprio territorio e le proprie bellezze naturali, mi pare che sia sotto gli occhi di tutti. Quindi ben venga l’Unesco e qualsiasi altro burocrate che evidenzi invece quando in un territorio le cose funzionano, che metta in luce la cura e il saggio intervento del lavoro dell’uomo. E’ un inizio splendido!

  2. Roberto scrive:

    il problema che io vedo (ma di solito ci va qualche tempo prima che lo vedano an he gli altri…) è che in questo modo l’Unesco ci espropria dei nostri beni, che per quanto li trattiamo male (il gioco di parole mi è venuto spontaneo…), sono e devono restate patrimonio italiano! Perché sono il frutto di millenni di storia e di cultura italiana, non sono calati dal cielo e quando sono stati pensati e poi realizzati l’Unesco non esisteva ancora!
    Quindi, ben vengano enti super partes che si occupano della protezione di quei beni considerati patrimonio dell’umanità (domanda: ma finanziano qualcosa?), ma non invadano la sfera di competenze degli stati sovrani. Altro che chiedere il beneplacito per l’impatto ambientale! Quelle leggi le possiamo fare anche noi. E se domani l’Unesco facesse norme che limitano la coltivazione delle viti in Roero, siete d’accordo? Oppure, se dovessero ritenere che invece i locali non garantiscono il giusto livello di viticoltura o di rispetto ambientale, siete pronti e concordi ad eventuali interventi commissariali da parte dell’Unesco?
    Vi invito ad aprire gli occhi e a ragionare oltre. Le prove di certi comportamenti le abbiamo già viste…
    PS: ad esempio, perché l’Unesco non fece nulla quando i soldati americani distrussero deliberatamente il museo di Bagdad e i siti babilonesi in Iraq?

    • divya kirti scrive:

      Mi permetto asserire che già ora non siamo più padroni a casa nostra, per comprenderlo bene bisognerebbe vivere in prima persona il significato di questo. E’ giusto, sacrosanto che ci siano regole ,vedi cio’ che abbiamo vissuto sulla nostra pelle in seguito ai casini del metanolo. Mio marito era giovane ed ha avuto un esaurimento perchè andava in Lombardia come da anni, e gli dicevano ‘ ma non ti vergogni a venire con un camioncino targato AT? e lui poveretto, che serviva quella gente da anni a dire ai suoi clienti, vi pago le analisi, fatele pure, io produco il mio vino non compro vino a due lire, senza, tra l’altro mischiarlo con qualcosa. di meglio e senza fare analisi! il mio vino è lo stesso di dieci anni fa’ e via così!)Dicevo già ora non siamo piu padroni. Non dobbiamo fare piu di tanto, dobbiamo buttare giu l’uva in eccesso,e vi faccio immaginare cosa voglia dire per un vecchio contadino fare un gesto del genere, non possiamo chiamare con il suo nome un vino fatte da uva della stessa vigna di cui vendiamo appunto uva per docg- almeno il nome originario senza doc od altro! esempio pratico? eccolo!
      io produco uva moscato docg destinato ad asti spumante docg? bene. lil disciplinare mi consente di produrre un venti per cento in piu, possso tenerlo, vinificarlo ma, il prodotto dela stessa vigna docg,se fatto da me, devo chiamarlo M:P:F aromatico bianco. Neppure la parola moscato posso mettere! stessa vigna stessa uva. fino a qualche anno fa si poteva fare Moscato piemonte almeno. Vi sembra giusto? I clienti rimangono disorientati, il termine è brutto anchge se è verissimo che è
      parzialmente fermentato altrimenti sarebbe secco ed avrebbe sviluppato tutto l’alcool. Giusto? Quindi bello e gratificante il riconosimento Pat, ma cos’altro ci potrà portare? Alora a questo punto chiedo, a viva voce, che se siamo cos’ importanti, anche i nostri prodotti lo siano sul mercato! Spero qualche produttore, specie piccolo, mi sostenga: mio marito ,restio come tutti i contadini di qui, ad esporsi, non sa di questa mia polemica e spero, venisse a saperlo, mi sostenga. Grazie Unesco, ma non toglierci l’aria!

  3. Ettore scrive:

    Langhe e Monferrato patrimonio mondiale dell’Unesco, di per sé la notizia potrebbe anche passare senza commenti e forse tante persone non ne capiranno l’importanza ma per i più attenti è una bellissima notizia, un arcobaleno mondiale sul cielo della nostra regione.
    Il nostro territorio ha prodotto capi di stato, santi, eroi, ma questo riconoscimento va soprattutto alle persone comuni, coloro che tutti i giorni si alzano e senza pensarci tanto continuano a fare il lavoro nelle vigne e nei campi, su e giù dalle colline, con la stessa dedizione dei loro avi, di coloro che nel corso dei secoli hanno tramandato ai posteri l’amore per la cultura contadina.
    Filari come pentagrammi sui quali si intonano melodie di vini che il mondo intero ci invidia. Barbera, Barolo, Nebiolo, Barbaresco sono veri e propri gioielli liquidi.
    Dalle piantagioni a scacchiera si produce quella nocciola dolce piemontese che con un po’ di cioccolato e una ricetta segreta di un certo Ferrero, addolcisce il palato e combatte la depressione mondiale.
    Città, paesi e borghi carichi di storia magari anche difficili da raggiungere non attraversati da grandi arterie di comunicazione, fanno di questa terra un posto in cui lo “slow” è la base del vivere giornaliero.
    E noi, da buoni Piemontesi, ne andiamo orgogliosi ne siamo fieri, il sigillo dell’autenticità conferito dall’Unesco fa giustizia del nostro buon vivere.

  4. mariel sandrolini scrive:

    Le Langhe sono un pennello nel creato. le sue lunghe distese, assomigliano alle terre di Barabana dove abito nella bassa bolognese. Sono piene di storia, leggende, e ispirano a chi usa la penna, pagine noir.

  5. lino colombatto scrive:

    Beppe annulla il grandangolo e agisci con il fisso e poi mi dirai…..

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